Io, trafficante di uomini

È uno spettacolo questo che, entrando per così dire nella carne stessa di un Festival dedicato a donne, isole e frontiere, riesce ad efficacemente evitare i rischi che talora contraddistinguono il teatro di narrazione ed il teatro inchiesta, e cioè una certa ritualità come di messa cantata cui si assiste per consuetudine anche partecipata ma che si dimentica non appena usciti dalla chiesa, e quello altrettanto grave della spettacolarizzazione mediatica dell'evento che invece caratterizza molta stampa, anche con le migliori intenzioni, e molta politica, questa forse con intenzioni meno buone. Ci riesce, a mio avviso, perché porta dentro al suo stesso transito scenico esistenze in tutto ciò direttamente implicate, siano persone che fuggono da situazioni ormai insostenibili, o siano appunto i trafficanti che illegalmente ne organizzano la fuga. Così, attraverso questa figura tragica e insieme piena di speranza della giovane fuggitiva, Lucia ora finalmente al sicuro che si racconta al giornalista narratore, non

solo scopriamo aspetti del fenomeno, così crudele e insieme così distante, ma questi aspetti impariamo quasi a viverli, trasfigurati in affetti reali, in sentimenti immediatamente condivisi, dal transito scenico.
Un fenomeno non così chiaro e manicheo (noi e loro, noi contro di loro, loro contro di noi) come molti vorrebbero farci credere, ma spesso contraddittorio e tanto paradossale per cui lo stesso trafficante può sentirsi ed essere vissuto come un benefattore.
In tutto ciò si fa più chiaro il punto centrale, che si vuole nascosto, della complessa questione migrazione, quello che è una sorta di comune interesse che unisce una politica di chiusura, la nostra Europa, che impedisce in gran parte accessi legali, e l'attività illegale dei trafficanti/benefattori (?) che tali ostacoli si offrono di far superare. Dietro corrono somme ingenti di denaro dalla oscura destinazione.
Merito anche della bella regia di Andrea Paolucci, avvezzo da tempo ad un vero teatro di comunità, che mescola i linguaggi e, grazie anche all'efficace utilizzo dei video in scena, seleziona e sottolinea parole ed eventi indicandoci una strada per meglio comprendere.
Probabilmente solo il teatro è in grado di discriminare, selezionare, avvicinare a ciò che sta al fondo degli eventi dell'esistenza, è capace di andare oltre la scrittura di inchiesta per tentare di farci toccare dentro da ciò che succede.
In scena Giampaolo Musumeci, il giornalista d'inchiesta, e Margherita Saltalamacchia, Lucia, che insieme hanno scritto la drammaturgia, traendola da “Confessioni di un trafficante di uomini” dello stesso Musumeci e di Andrea Di Nicola, entrambi bravi.
Scenografie efficaci di Carmela Delle Curti. Una Produzione del “Teatro dell'Argine” ospite del Festival Suq nel teatro sul mare di Piazza delle Feste al Porto Antico di Genova, sabato 5 settembre.
Oggi il Festival si chiude dopo aver animato per dieci giorni ponte Embriaco, con qualche limitazione e qualche rinuncia obbligata ma ancora capace di portare l'attenzione ai temi complessi delle relazioni tra i popoli, distanti che siano o nel cuore stesso delle nostre città e delle nostre campagne. Tema che dovrebbe essere abituale per una grande città di mare ma che spesso è negletto da politica e istituzioni. Un merito della ideatrice e organizzatrice Carla Peirolero.

foto Davide Saccà

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