Teatri delle diversità

A volte accadono imprevisti che ti aprono la mente. Magari non sei proprio in un periodo felice della tua vita ma cerchi di non pensarci convinta che c’è chi sta peggio. Non è una magra consolazione è la consapevolezza che effettivamente esistono quarantene che durano anni, in condizioni di disagio estremo. E il silenzio sociale intorno. Con questa consapevolezza, Ieri mattina ho aperto la casella di posta elettronica e ho trovato un invito ad assistere al XXI incontro promosso dalla Rivista Europea Catarsi-Teatri delle Diversità: “Dialoghi tra pedagogia, teatro e carcere”. La proposta mi arriva dall’ associazione a cui sono iscritta (ANCT) che è anche partner del convegno insieme ad altre istituzioni. Nel sito www.teatri delle diversità è possibile leggere tutti gli enti e i partner che hanno sostenuto il convegno, è interessante vedere le notevoli strade percorse dagli organizzatori il convegno. Ho avuto modo di seguire già in passato le iniziative promosse dal gruppo di ricercatori Teatri delle

Diversità, un progetto che dura da anni e che vede in Vito Minoia il suo portavoce instancabile e tenace. Il convegno avrebbe dovuto svolgersi ad Urbania nei giorni 29 -30. Nel rispetto del DPCM del 18 ottobre 2020, tutto è avvenuto a distanza su piattaforma Zoom. Il titolo del XXI incontro accompagna l’uscita del numero 2/2020 della Rivista: “L’Integrazione Scolastica e Sociale”, all’interno un inserto monografico sul tema “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” (dall'art. 27 della Costituzione italiana) e l’editoriale di Andrea Canevaro: “Il carcere nel tempo della pandemia”. È lo stesso Canevaro, Professore emerito all’Università di Bologna, ad introdurre i lavori in piattaforma. Nel suo intervento, il professore evidenzia come il teatro in carcere permetta di compiere un percorso di accettazione, consapevolezza e favorisca la dimensione del perdono, è importante per un detenuto sapersi perdonare e vedersi in un’altra luce, con altre possibilità. Recitare un ruolo vuol dire diventare un altro, fare altre scelte: è questo il valore educativo e morale del teatro in carcere.
Bruno Oliviero regista del film “Cattività” racconta il teatro partecipato di Mimmo Sorrentino e delle attrici recluse nella sezione di alta sicurezza del carcere di Vigevano. Il regista racconta la sua esperienza e la dimensione di verità che emerge nel lavoro che Sorrentino magistralmente conduce da anni.
Abbiamo avuto anche la possibilità di assistere al corto realizzato da Teatro Metropopolare che opera nel carcere di Prato “It’s just a game” con Robert da Ponte, regia di Livia Gionfrida. Un uomo racconta la povertà culturale delle società consumistiche in cui il denaro rappresenta ogni finalità. Robert da Ponte recita con forza e convinzione, la regia scarna e asciutta regala metafore. Il frigo vuoto, un tavolo malandato, le mattonelle di una cucina o forse di una sala operatoria, tutto è asettico in uno spazio quasi vuoto perché è la nostra società è malata,  ha bisogno di cure e di rinnovamento. Ha bisogno di un nuovo umanesimo.
Rappresentativa anche la produzione editoriale con le presentazioni dei testi “ Il bosco buonanotte” frutto di un’esperienza sulla genitorialità positiva con i detenuti della Casa di Reclusione di Saluzzo.
Al tradizionale appuntamento con i Dialoghi della Scuola Sperimentale di Teatro di Animazione Sociale a cura del burattinaio Mariano Dolci che incontra Alessandro Libertini e Véronique Nah della Compagnia Piccoli Principi, sarà affiancato un contributo di Paola Piizzi Sartori e Walter Valeri dal titolo: “Volto e maschera dietro le sbarre” sulla storica esperienza condotta dall’autrice, insieme a Donato Sartori, a partire dal 1987, nel carcere di Padova.  
Al termine dell’incontro viene reso noto il premio Premio internazionale Gramsci per il teatro in carcere
Il riconoscimento è stato attribuito a  Zishan Ugurlu attrice e regista turca residente a New York,che dal 1995 lavora come artista teatrale a New York (Stati Uniti) e in ambito internazionale.
Raggiunta a Instanbul, ha dichiarato: “Questo riconoscimento rappresenta per me un grande privilegio. Sono onorata di aver ricevuto questo premio in relazione alla mia esperienza come regista teatrale ed educatrice. Fin dal principio, le mie convinzioni sulla giustizia sono state parte integrante del mio lavoro; il solo fatto di essere stata scelta in virtù di ciò rappresenta un opportuno richiamo alla nostra comune passione e all’urgenza con cui dobbiamo portarla avanti. Il pubblico ministero durante il processo a Gramsci disse ‘per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare’. La forza di questa citazione sta nella rivelazione della profonda paura che è propria di coloro che vorrebbero estirpare i germogli del progresso umano. È un tema ricorrente nella storia; in quanto artisti esistiamo e il nostro lavoro creativo nasce in un contesto di speranza affinché si realizzi la nostra visione di un presente e di un futuro migliori. Per questo motivo, credo nell'intersezione tra teatro, pedagogia e carcere. Essendo una delle istituzioni più corrotte, obsolete e opprimenti del mondo moderno, non c'è simbolo migliore del carcere per rappresentare la paura della liberazione delle persone. È assolutamente vitale che i nostri mondi convergano - non solo per il bene dell'insegnamento, ma per il bene dell'insegnare e dell’ ‘essere insegnati’. Solo allora potremo plasmare un mondo migliore e più giusto che ci libererà da catene sia letterali che figurate”.
Il Premio Internazionale Gramsci per il teatro in carcere è stato istituito nel 2016 dalla Rivista europea “Catarsi, Teatri delle diversità”, fondata all’Università di Urbino nel 1996 da Vito Minoia ed Emilio Pozzi, in collaborazione con l’Associazione Casa Natale Gramsci di Ales, l’ Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT), l’International Network Theatre in Prison (INTiP)- organismo partner dell’International Theatre Institute (ITI-Unesco).
La giuria del Premio è composta da Giulio Baffi (presidente dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro), Alejandro Finzi (drammaturgo, Università Nazionale del Comahue/Argentina), Valeria Ottolenghi (critico teatrale, membro del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere), Mariano Dolci (burattinaio, già docente di Teatro di animazione all’Università di Urbino).
Valeria Ottolenghi  ha ricordato a tutti i partecipanti al convegno quanto sia importante ogni anno il dialogo e la cooperazione internazionale che il convegno riesce a esprimere, tutto ciò , conferma “quanto sia importante il lavoro teatrale in carcere come esercizio di emancipazione dalla subalternità”.
Ho vissuto in poche ore, grazie a questo incontro, momenti ricchi di umanità, chi lo direbbe in una piattaforma a distanza? Il merito va a questo nutrito gruppo di persone che agiscono pensando agli altri. È questa anche la vera essenza del teatro. Il teatro è azione rivolta a un altro, a qualcuno che non conosciamo, che è diverso da noi. Al termine chiudo la connessione e lascio la piattaforma con la consapevolezza che non bisogna abbandonare i propri sogni, che si possono fare piccoli passi e progettare un lungo cammino da fare insieme come nel caso delle associazioni coinvolte nel progetto. Posso solo dire, grazie, speriamo presto di incontrarci dal vivo.

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