Esserci o non esserci?

Sotto il significativo e significante exergo di Walt Whitman torna il Festival “Resistere e Creare”, rassegna internazionale di danza nata dalla collaborazione tra il genovese Teatro della Tosse e la compagnia “Balletto Civile” di Michela Lucenti, alla sua sesta edizione che assume, già nel suo titolo “Corpi Elettrici”, una parte del senso dei tempi correnti. L'edizione, consentita anche dal sostegno di MIBACT, Regione Liguria, Comune di Genova e Fondazione Compagnia di San Paolo, è stata presentata oggi, 24 novembre, nel corso di una conferenza stampa, ovviamente Web, coordinata dalle due direttirici artistiche, Michela Lucenti appunto e Marina Petrillo. Il tema e la domanda urgente era, qui come dappertutto, sul come fare in un periodo di chiusura che si ipotizza ancora lungo (tra piste di sci e centri commerciali nessuno nei TG sembra parlare di teatri), e la scelta è stata quella di una sorta di condivisione della solitudine di ciascuno attraverso l'invito ad entrare in 9 stanze virtuali, una e

diversa per ogni giorno del festival dal 28 novembre al 6 dicembre, ove, in un certo senso partecipare alla genesi dello spettacolo, e se possibile al suo significato, senza e prima che lo spettacolo possa di nuovo esistere, nell'unico modo in cui può esistere e cioè sul palcoscenico.
Cadenze e occasioni sono meglio dettagliate nell'articolato comunicato stampa, cui rimandiamo, e non ci soffermeremo dunque, se non per sottolineare ancora una volta la tensione crescente tra il desiderio di sperimentare nuove forme di comunicazione e l'ineludibile esigenza di un rapporto tra i corpi in presenza, sintesi del teatro e, se possibile, ancor più essenziale nella danza.
Una tensione senza soluzioni possibili, credo, ma in sé portatrice di significati nell'orizzonte di un momento del teatro italiano angosciato e confuso anche nelle aspettative dei suoi protagonisti.
Una tensione tra esigenze entrambe comprensibili, l'accettazione di nuovi linguaggi vs la cura del rapporto diretto con il proprio pubblico, che si alimentano l'una dell'altra alla ricerca di una sintesi, estetica e anche politica.
Da una parte, peraltro, la ricerca dei nuovi linguaggi sembra ora un po' troppo somigliante alla passata moda dei video clips che da momento creativo sono passati ad essere ingurgitati e digeriti dalla moda dei social, dominati dalla ripetizione e dal conformismo, per finire infine nel dimenticatoio.
Dall'altra è del tutto comprensibile l'esigenza di mantenere, da parte degli artisti più sensibili, un contatto con il pubblico, con il proprio pubblico, sfuggendo alla senzione diffusa e dunque alla paura dell'irrilevanza, suggerita dal sostanziale silenzio dei media mainstream e anche del Ministero, anticamera dell'oblio.
Esserci o non esserci dunque, questo è il problema degli artisti dello spettacolo dal vivo, che così si incamminano sulla strada dello streaming, con una certa sofferenza peraltro, quella che abbiamo percepito in Michela Lucenti, e senza dimenticare che comunque non è quello per cui lottano e si impegnano. Ma tant'è.
Non serve certo qui ricordare che il teatro come momento di elaborazione e rito di condivisione di una comunità, come taumaturgia di una Società, impone la vicinanza ed un rapporto non mediabile in impulsi elettrici o in elettronici bit.
Citiamo in proposito con piacere il presidente della genovese Fondazione Palazzo Ducale, Luca Bizzarri, che ha suggerito, paradossalmente ma neanche tanto, di trasferire la competenza del teatro dal MIBACT al Ministero della salute.

Foto Andrea Luporini

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