ER

ER, come Ermanna, la compagna di una vita e di un cammino che continua, ma non solo. ER è anche il nome del protagonista di un mito platonico, narrato alla conclusione della sua “Repubblica”, nel libro X. ER è un soldato e la sua anima, nel mito, è uscita dal corpo che ardeva nella pira funebre dopo la morte in battaglia, e nel suo corpo è rientrata per narrare ciò che era stata chiamata a vedere mentre visitava l'Ade, il ciclo cioè delle morti e delle rinascite che circonda questa nostra vita terrena, e soprattutto la scelta che, di fronte alle Parche, ognuno di noi è chiamato a compiere per rinascere ad una nuova vita. Non il fato che ci domina, dunque, ma la scelta che ci impegna e responsabilizza di fronte a noi stessi e agli altri. Così, iluminata da questa improvvisa e provvida metafora, si apre

l'ultimo omonimo film di Marco Martinelli che continua, ormai alla sua terza prova, la sua sperimentazione con il nuovo mezzo, quasi un trapianto, un innesto estetico dei frutti del suo cercare teatro sull'albero man mano sconosciuto del cinema.
Ermanna è ovviamente Ermanna Montanari, seguita con discrezione dall'occhio della cinepresa di Marco mentre, di spalle, cammina quasi danzando sulle strade attorno a Campiano (immagino) mentre prova e si esercita con Shakespeare ad una sua nuova prova. Entrando e uscendo, dunque, fuori e poi di nuovo dentro al suo corpo recitante che, per mano, ci aiuta a cercare e ci conduce a comprendere il senso che circonda, da un altrove che ci è paradossalmente vicino, questa nostra vita.
Come le tessere di un mosaico, naturalmente, scorrono le immagini di alcuni tra i tanti spettacoli che hanno visto Ermanna protagonista e tramite di una scoperta creativa che è andata componendosi nel tempo e con il tempo.
È inevitabilmente un omaggio, di affetti, ricordi, di lavoro e di una vita che non poteva essere quello che è stata senza l'incontro con Ermanna, esplorando la via Petrosa tra Ravenna e Campiano, ma non è solo un omaggio o un dono, è, alla luce proprio della esplicita sovrapposizione che apre il film, l'indicazione e la narrazione di un percorso, estetico innanzi tutto, che al di là della suggestione del mito, riguarda in fondo ciascuno di noi.
Un buon film, un finto ma linguisticamente ineccepibile “documentario” in cui ci è piaciuto rivedere un passato che ci appartiene, un passato che si riconsce nel presente e che intravvediamo nel futuro, per scoprire quello che abbiamo scelto, nell'abbraccio di Cloto, Lachesi e Atropo, di essere.
Il film è stato presentato al Festival filmMaker di Milano, il 5 e 6 dicembre nella sezione Teatro Sconfinato, e trasmesso insieme ad altri sulla piattaforma Mymovies.

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