La memoria ha 20 anni

Ci sono eventi che, per loro intima natura e per capacità di riassumere transiti epocali nel tempo e nello spazio, man mano assumono l'efficacia e l'essenzialità di un mito fondativo, simile a quello che era la narrazione arcaica nella tragedia greca. Per questo, appunto come nella tragedia antica, vanno a informare di sé la cultura e la storia, soprattutto attraverso il teatro che è, nel suo essere più profondo, la narrazione condivisa di una comunità. Tutto questo ancora di più quando l'evento e la sua narrazione sono fondativi e essenziali non solo di una comunità ma, come nel caso tragico della Shoa e della sua vicenda storica, dell'intera umanità. Anche se è stata lenta e difficile l'acquisizione nella consapevolezza dei più, c'è e non solo per l'Europa, che né stata la tragica protagonista, un prima e un dopo la persecuzione e l'eliminazione sistematica degli Ebrei e dei molti incompatibili con le deliranti perversioni del nazismo. Un evento unico nella sua complessità e nella sua dimensione, ancora oggi difficilmente concepibile, ma non per questo meno esemplare di ciò che una umanità inconsapevole (cioè non consapevole di sé), e per questo assediata dalla banalità di un male, socialmente e politicamente gestito e

diffuso ma quasi metafisico nella sua essenza, può compiere e insieme subire.
Sono solo vent'anni dunque che è stato istituito il “Giorno della Memoria”, in quel 27 gennaio in cui le truppe sovietiche, quasi ottanta anni fa, aprirono i loro occhi esterefatti sulla tragedia di Auswitch, e solo quindici che è stato fatto proprio dalle Nazioni Unite. Un tempo breve ma un evento necessario affinché di quella tragedia non si perda la consapevolezza.
Bene hanno fatto allora, proprio per esplicitare l'essenza fondativa di quel tragico accadere, Radio 3 e il Teatro di Roma a promuovere al Teatro Argentina un ricordo drammaturgico, non consueto e per questo ancora più efficace.
Non una lettura in effetti, ma una vera drammaturgia con cui Antonio Cirillo, mettendo insieme, come i pezzi di un triste puzzle, brani letterari e teatrali, ha tentato di ricostruire l'allora ed il senso che quell'allora conserva, 'deve' conservare per ciascuno e per tutti.
Un dimensione che ha superato la commemorazione portando nel qui e ora della scena protagonisti e vicende trasfigurate nella narrazione e per questo di nuovo vive e essenziali, capaci di muovere e di commuovere, quasi fossimo per un momento di fianco ai loro protagonisti in una qualsisasi strada della nostra Europa, cambiata forse anche in quanto quello che è accaduto, è accaduto non dovendo accadere.
Attraverso i corpi presenti degli allievi dell'Accademia Nazionale di arte drammatica Silvio D'amico, abbiamo potuto rivivere una dopo l'altra le parole di Fabrizio Sinisi (La gloria. Ritratto del tiranno da ragazzo), Elsa Morante (La storia), Hetty Hillesum (Il gelsomino e la pozzanghera), Elie Weisel (La notte), Peter Weiss (L'istruttoria), Primo Levi (Il sistema periodico e La tregua), Jurg Amann (Il comandante), Gunter Anders (Noi figli di Eichmann), Alberto Moravia (L'uomo come fine), in un amalgama reso efficace dalla regia dello stesso Cirillo.
Un evento di teatro, dunque, capace di comunicare e intimamente coinvolgere come solo il teatro sa fare, introdotto da Laura Palmieri con Marino Sinibaldi  e trasmesso in diretta su Radio 3 il 27 gennaio ma usufruibile in diretta anche in streaming sui canali social del Teatro di Roma e della stessa RAI Radio 3, ove è tuttora disponibile.

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