Carattere 10 (Adriano)

Mi chiamo Adriano, sono un quarantenne, sono un single, vivo a Roma, in un monolocale che mi basta per le mie esigenze. Non ho figli, anzi, si, ne ho uno, un po’ speciale, forse vi farò ridere, è il mio pianoforte e gli ho dato anche un nome: Black white flower, in italiano “fiore bianco nero”, perché se lo si usa bene è un creatore di magie, magari anche noir, e come i fiori ti può dare allegria, ti può far star bene; se lo usi male vai in disaccordo col mondo. Naturalmente non posso portarmelo in giro, soprattutto non posso portarlo nel teatro dove spesso accompagno l’azione scenica, o addirittura i cantanti quando in certe serate vengo organizzate delle jam session. A volte suono anche al Cotton Club, locale rinomato per i romani appassionati di jazz. Mentre mio fratello è specializzato nello swing, e sicuramente è ancor più conosciuto di me.
Non è che me ne freghi molto essere conosciuto o meno, perché il pianoforte lo suono soprattutto per me stesso, e lungo gli anni, crescendo, ho inseguito il mio talento, cercando sempre di assecondarlo, migliorando la mia tecnica, e la mia inventiva di esecutore. Badate bene, suono anche per poter mangiare, cioè, insomma, pe’ campa’, ed è una soddisfazione grande, credetemi, campare esclusivamente del mio talento. Per esso ho rinunciato a molte altre cose: al denaro, ai viaggi, alle comodità, e a crearmi una famiglia.
Perfino la macchina, me la sono comprata a rate, molto vecchia, diciamo pure d’epoca, fatta rimettere a posto, pezzo per pezzo, e mi son accorto che certi amici e gli stessi automobilisti che incrocio me la invidiano pure: è una vecchia Triumph, che pure corre, sapete, può raggiungere anche i 150-160, ma a me poco interessa andare in velocità; non ho risparmiato, però, sull’impianto stereo dell’auto, un Sony coi fiocchi, e pensate che dentro ho collezioni intere di CD, perché odio ascoltare musica digitalizzata, per carità! Suonicchio anche il violino e la fisarmonica, e il primo lo tengo in macchina, perché, in certi angoli della nostra meravigliosa città, mi può prendere il desiderio profondo di suonare un’aria, o anche un pezzo improvvisato. Che so, potrei dirvi, ad esempio, facendovi magari ridere, che un luogo per me “magico”, è un praticello lungo il Tevere sotto il Gasometro, e sapete perché? Questo che vi dico è un piccolo segreto: perché son riuscito a suonare delle note in ottave le cui frequenze possono far risuonare i tubi e le serpentine di quel gran cilindrone dove passa, o passava un tempo, tanta parte del metano romano! Però bisogna andarci di sera, con un certo grado di temperatura, in genere in Primavera, allora il “miracolo” accade, e me lo godo, in perfetta solitudine, perché la scoperta e le meraviglie derivatene me le godo e me le tengo tutte per me.
Si, lo so, so cosa pensate: che sono un tipo strano, un’artista un po’ matto, se poi mi sentiste parlare in certe occasioni, ve ne convincereste ancor di più: mi piacciono certi vocaboli desueti, un po’… antichi… ecco, sì, antichi… ormai perduti nella memoria di tanti… e spesso, ma non come stasera, mi vesto con abbinamenti d’abiti un po’ strani, anch’essi d’antan, per dire, tipo quelle mises di quel famoso storico dell’arte: certo, non stoffe di valore, ho cercato di risparmiare anche sull’abbigliamento ma senza rinunciare, proprio per questo, a comprarmi roba usata a Porta Portese, che rimetto a nuovo, pulisco, scucio e ricucio, per arrivare a creazioni di un certo gusto e che non passano inosservate, specie quando sono, e suono, al pianoforte o alle tastiere dei teatri.
Certo, parliamoci chiaro, in questa stagione che viviamo ho dovuto adattarmi, e molto, vista la chiusura dei locali, e visto che non ho che pochissime entrate. Sapete che mi sono inventato? Portare cibo a domicilio, insomma fare come tanti giovani riders, anche se io non sono proprio più giovane; certo, con la mia macchina, non ce la farei a fare parecchie consegne come girando con una bici, e i motorini, poi,  per me sono troppo pericolosi; e ho scoperto che la mia macchina colpisce la fantasia degli ordinanti, come pure il mio abbigliamento; insomma in poche settimane mi sono fatto un buon giro di clienti, che mi fanno campare; a volte mi chiedono di tornare a fine cena per una rapida strimpellata, e ricevo anche delle belle mance. Voi mi direte: ma non è mortificante? No, non lo è, o che suoni in un teatro, o che suoni in un seminterrato di un palazzo, che so, dell’Ostiense, mi basta impegnarmi al massimo e vedere persone che socchiudono gli occhi e con le mie note o sognano, o immaginano chissà cosa, o semplicemente si concentrano sul fluire della melodia.
In quei momenti mi dimentico di essere un portatore di cibarie e mi sento un ispiratore di sogni, e ciò mi dà pace, mi riempie anche d’orgoglio.
Però, purtroppo, domenica sera, che pioveva a dirotto, una pioggia fredda e inclemente, la macchina è andata in panne; che volete, non avevo soldi sufficienti per fare il periodico controllo del motore; mi sono inzuppato come un pulcino spaurito; si son fermati un paio di ragazzi davvero generosi, anzi, uno mi ha pure riconosciuto; abbiamo spinto con tutte le forze… macché… il motore non voleva ripartire… ho dovuto chiamare la famiglia a cui dovevo portare le pizze spiegando la situazione in cui ci si trovava… niente da fare… la macchina l’abbiamo parcheggiata alla meno peggio, ho salutato e ringraziato quei due ragazzi… poi me ne sono andato a casa sempre sotto la pioggia e senza un ombrello; arrivato a casa mi son subito fatto una doccia calda, ma per tutta la notte il freddo incamerato in quella disavventura non voleva abbandonarmi, e tremavo tremavo tremavo… mi son come assopito… e sentivo qui nel centro dello stomaco un dolore… un dolore… una freccia conficcata…e poi mi pareva di sentire delle voci… “ah ma lo conosco… suona al Cotton Club”… “poveretto speriamo che ce la faccia”… “hai inserito la cannula?”... “certo che sì”… “ho già somministrato l’anticoagulante”… poi mi è sembrato di sentire arrivare da lontano una musica familiare, si, certo, una composizione di Coltrane… forse A love supreme… ma pian piano si allontanava, sempre di più, sempre di più… sempre di più… fino al silenzio…

Stampa Email