Ai tempi del Re Sole

Scritto da Luigi Lunari.

Sto facendo un piccolo studio sul secolo XVII in Francia (“le Grand Siècle” di Luigi XIV, di Richelieu e  Mazzarino, di Pascal e  Cartesio, di Bossuet e Vincenzo da Paola, di La Bruyère e La Rochefoucault, di Molìère e Lulli, di Racine e Corneille…) e sono colpito da una constatazione e da una conseguente riflessione.  La constatazione: se vi fu mai un momento al quale le arti e le scienze del nostro tempo – quotidianamente alle prese con la scarsità di sussidi statali ribaditi dai continui “tagli alla cultura” – possono guardare con invidia, questo è per certo il secolo del Re Sole.   Si sa che cultura ed arte fioriscono soprattutto là dove abbonda il danaro: alla Parigi del Seicento affluivano gli enormi redditi provenienti dal sistematico dissanguamento della Francia contadina, e al Re si poneva il problema – consueto in simili casi – della ridistribuzione del reddito. Nel fall out di questo impegno spicca il mecenatismo sovrano nei riguardi di tutti quei talenti che la situazione spingeva a Parigi,  come all’unica possibile occasione di successo e di carriera; ecco dunque le innumerevoli pensioni accordate a questo o a quello, magari per averne il contributo alle  mirabolanti e megagalattiche feste che re Luigi donava alla sua Corte.   Di tanto in tanto, il moltiplicarsi delle pensioni rendeva opportuno un  repulisti; ma una volta azzerata la situazione, i depauperati si facevano sotto con le loro lamentele e le loro suppliche, e l’antico andazzo veniva tosto ripristinato, con il solo visibile effetto che a beneficiarne non erano tanto i meritevoli quanto i meglio introdotti e più raccomandati. Anche allora, evidentemente, “le conoscenze” pesavano di più che non “la conoscenza”.
La beata situazione aveva comunque un suo prezzo. La produzione artistica e letteraria si adeguò inevitabilmente ai gusti e ai desiderata del committente, ovvero del Re.  Luigi XIV non era né stupido né ignorante, ma  nella sua deformazione professionale immaginava Versailles come una sorta di Olimpo,  e se stesso come una reincarnazione di Giove.  Di qui (o “anche” di qui) le sue simpatie per il “classico” mondo degli dèi, degli eroi, delle Muse di Apollo; e per  forme espressive di composta e ben ordinata classicità.   Il teatro risentì forse più di ogni altra disciplina di questa situazione:  Molière, indiscutibilmente il maggior talento in quell’ambito, fu costretto a compensare con opere gradite al re i pochi capolavori di sincera e autonoma ispirazione; altrettanto fu costretto a fare Corneille, sia pure in misura meno clamorosa, mentre il più giovane  Racine si adeguò spontaneamente al proprio “mercato” scrivendo esattamente quel che al re sarebbe piaciuto.
In breve: il teatro francese,  ben pasciuto e sazio, letteralmente si ingessò in quel manierismo privo di  ispirazione: e quando prese e venir meno l’assistenzialismo regale – così scrive il Taine – “la linfa  si inaridisce dappertutto… a Molière succedono Grimm, Voltaire e Crébillon,  con i loro brani di retorica adorni di rime … e invece di piante fiorenti non si trovano che fiori di carta dipinta”
Lo spazio incalza, ed ecco dunque la riflessione. Attenti, voi che protestate per la riduzione del FUS, e che intonate le geremiadi per la cultura conculcata e oppressa!  Siamo sicuri che le facili mangiatoie giovino all’arte? Non è che – come per i pensionati di Luigi IV – anche nell’Italia d’oggi le sovvenzioni possano andare a chi possiede più “conoscenze” che “conoscenza”?    Nel dubbio ( che però dubbio non è) non è forse meglio anche per noi azzerare la situazione,  per lo meno fino a che non avremo un governo in grado di elaborare una precisa e responsabile politica   culturale in genere e teatrale in ispecie?  Nel frattempo, sia la libertà ad esigere un suo prezzo: non le raccomandazioni, l’importanza mediatica, il pubblico da lusingare in una facile corsa al successo.  “Povera e nuda vai, filosofia”, è per la filosofia la massima garanzia di indipendenza e di libertà.  E se fosse così anche per il teatro?

Stampa