Festen. Il gioco della verità

In un intreccio tra palcoscenico e grande schermo, caratteristico della drammaturgia del Nord Europa, basti ricordare ovviamente Ingmar Bergmann, e poi molto utilizzato da quella di area germanica, da Rainer Werner Fassbinder alla Elfriede Jelinek di “Faust in e out” ahimè molto poco rappresentato, passando per il duro Thomas Bernhard, Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo, per il Mulino di Amleto di Torino, curano la riscrittura, che il primo mette con efficacia in scena, di questa sceneggiatura del regista danese Thomas Vinterberg, già alla base del famoso film da lui diretto nel 1998. Un intreccio che la messa in scena esplicita anche sintatticamente attraverso la prioiezione su un velo, che per metà rappresentazione divide platea e palcoscenico, di primi piani e piani americani degli attori protagonisti che, inoltre, alternano la amplificazione e la microfonatura alla voce naturale, in un linguaggio molto fluido e con un effetto di coinvolgimento molto intenso che il pubblico percepisce ed elabora oltre ogni distanziamento. Ma non è solo o tanto un incrocio linguistico, è soprattutto la rappresentazione estetica di un ben più profondo e ben più nascosto intreccio, che reciprocamente si influenza, quello tra il microcosmo della famiglia borghese e

l'intera struttura di una Società, capitalistica nel segno di un diritto proprietario che arriva ad essere vero esproprio dell'identità e, nella famiglia, della affettività, condannando l'umanità alla alienazione che nega anche il diritto a conoscere e sapere.
Una famiglia di classe alta si riunisce a festeggiare il sessantesimo compleanno del patriarca, ma, man mano, una drammatica verità fino ad allora rimossa, di abusi sessuali e incesto, travolge, emergendo ed essendo finalmente dichiarata, ogni confine e ogni finzione, trasformando, come in Hamlet, una commedia recitata ad uso di un potente in una tragedia dolente di morte.
Una tragedia sorda e distante che la risposta del padre al figlio abusato, che gli chiedeva almeno un perché, sintetizza con quasi orrenda semplicità:
“Perchè non eravate buoni per altro”.
Il motore di questa trasformazione, di questo ribaltamento è appunto la verità svelata ed esposta, del resto la realtà come verità rappresentata senza infingimenti è uno dei punti centrali della riflessione estetica del gruppo “Dogma95” cui fa riferimento la narrazione, ed il suo transito in scena consente a tutti noi di appropriarcene, e di elaborarla quasi in un approccio psicoanalitico, indipendentemente da ogni singola storia esistenziale.
La verità è un motore potente e la sua ricerca soprattutto nel contesto familiare, quello di una famiglia borghese e patriarcale spesso oppressiva se non violenta, come detto specchio di una società altrettanto oppressiva e violenta, è alla base di numerosi percorsi artistici anche con premesse od esiti diversi, se non opposti.
Basterà ricordare la filmografia del giapponese Hirokazu Kore'eda, che appunto, nel suo “Un affare di famiglia”, indaga le nuove basi e le nuove opportunità, di affettività e sincerità, che possono prescindire da legami istituzionalizzati, legalmente definiti e quindi in fondo anche in qualche modo imposti.
Una drammaturgia potente e perturbante che quasi sospende in tutto il suo svilupparsi il nostro respiro, nell'attesa di un definitivo sottrarsi dall'angoscia, e che, alla fine, dà anche visivamente, con i protagonisti sparsi tra il pubblico e il palcoscenico, l'immagine dell'esplosione delle relazioni familiari così a lungo ingabbiate, mentre il padre è abbandonato a sé stesso anche dalla moglie, sua ultima complice.
Alla sospensione è finalmente seguito un lungo e convinto applauso, tra l'approvazione e la liberazione che solo la scena può offrire.
Di Thomas Vinterberg, Mogens Rukov & BO Hr. Hansen, adattamento per il teatro di David Eldridge prima produzione Marla Rubin productions ltd, a Londra per gentile concessione di Nordiska ApS, Copenhagen. Versione italiana e adattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi, con Danilo Nigrelli, Irene Ivaldi e (in ordine alfabetico) Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Elio D’Alessandro, Roberta Lanave, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Angelo Tronca. Regia Marco Lorenzi, assistente alla regia Noemi Grasso, dramaturg Anne Hirth, visual concept e video Eleonora Diana, costumi Alessio Rosati sound designer Giorgio Tedesco, luci Link-Boy (Eleonora Diana & Giorgio Tedesco), consulente musicale e vocal coach Bruno De Franceschi, produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Solares Fondazione delle Arti in collaborazione con il Mulino di Amleto.
Al Teatro Astra di Torino in prma nazionale. Visto il 6 giugno.

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