Vita e sogno. Calderon secondo Lenz fondazione

Scritto da Maria Dolores Pesce.

Avanza, e man mano si perfeziona sempre di più, la ricerca di Lenz Fondazione dentro le opere del campione della drammaturgia barocca spagnola del “Siglo de Oro”, una ricerca non solo e non tanto drammaturgica, ma anche, se non soprattutto, estetica e filosofica, ai confini tra metafisica e psicologia del profondo. Torna in campo dunque, in un nuovo allestimento circondato e favorito dagli affascinati luoghi dell'antica Abbazia di Valserena nei pressi di Parma, “La vita è sogno” capolavoro calderoniano che è il campo di un conflitto, iscritto nell'intimità e nell'essenza universale dell'essere umanità, un conflitto tra contingente ed eterno, in cui la vita sfuma ma insieme si avvera in una sorta di onirica percezione, in cui il desiderio di eternità è vissuto, paradossalmente, proprio nella coscienza della contingenza di ogni esistenza, nel mondo e dunque nel teatro. Quella concepita e sviluppata di concerto da Francesco Pititto (riscrittore e traduttore, drammaturgo e imagoturgo) e da Maria Federica Maestri (scenografa e regista) è una peripezia in cinque visioni, a suggerire l'estetica dei grandi mistici da Agostino a Maria Teresa d'Avila, passando per Ignazio di Loyola, che raggruppano le 20 sequenze in cui gli autori hanno

raccolto il lirico racconto originale, mantenendo in piena libertà il ritmo insito nell'originale verseggiatura e distillando in ciascuna il senso profondo di un distendersi della parola dentro e oltre sé stessa.
È, anche, una sorta di summa delle diverse esperienze di Calderòn che Lenz ha fatto a partire dal 2003, ma soprattutto negli ultimi quattro anni, esperienze che partono da singoli sguardi dentro quella vicenda esistenziale e drammaturgica che è tipica del grande spagnolo, esperienze di cui abbiamo dato nota anche qualche mese fa con “Lenz Re-opening” in cui indagavamo “Hipògrifo violento” (sono i versi che aprono la commedia calderoniana) e “Altro stato”.
Ciò che più colpisce in quest'ultimo allestimento, che incorporandole riesce ad andare oltre quelle stesse esperienze, è la straordinaria e illuminante sovrapposizione tra trama drammaturgica, fedele pur nella revisione attuata, e esperienza scenica, una sovrapposizione feconda che è soprattutto una fusione tra il lirico narrare e la percezione recitativa di quelli che, con termine profondo, Lenz chiama i suoi attori sensibili, quelli che proprio attraverso il confronto con il proprio limite attingono una verità altrimenti negata.
Passando attraverso di essi, infatti, il testo barocco trasfigura in visione intima ma condivisa, esponendo così sé stesso attraverso quei corpi e approfondendo in essi un significato che va oltre il presente per avvicinarsi a quell'eterno estetico, metafisico prima ancora che religioso, che costituisce l'orizzonte cui il testo aspira.
Una condizione di limite propria dell'esserci nel mondo e che le parole del protagonista, il principe Sigismundo, riassumono con commovente efficacia.
Non sociologia o cura dunque, non occasione offerta a chi è alla periferia, ma, nell'attore sensibile, offerta gratuita, e anche rara per tecnica recitativa a livelli non spesso riscontrabili, di ciò che in scena spesso è nascosto, al modo dell'attore veicolo grotowskiano attraverso il quale raggiungere il senso nascosto dell'opera e dunque di ciò che attorno a noi è vita. Non a caso anche Grotowski si confrontò, ne “Il principe costante”, con Calderòn de la Barca.
La visione di Lenz va pertanto ben oltre la semplice riproposizione di un testo essenziale che riemerge dalla sua antichità. Per Lenz “La vita è sogno” è una miniera, un campo incolto da dissodare, una suggestione che non si ferma, capace di offrire continuamente nuove riflessioni.
Walter Benjamin scrisse che “la sua (del dramma barocco spagnolo) efficacia consiste non in ultimo nella precisione con cui il <<lutto>> e il <<gioco>> sono accordati l'uno sull'altro”. Così attraverso il confronto/scontro tra l'uno e l'altro si aprono i sentieri nel bosco verso heideggeriane radure di sincerità e consapevolezza.
Infatti talvolta dentro un testo, un solo testo, si possono trovare innumerevoli connessioni e profondità, come disse Luciano Nanni citando uno studioso che per tutta la vita di occupò solo de “La critica della ragion pura” di Kant.
Non è pertanto un approdo lo spettacolo messo in questa scena itinerante, ma un'altra occasione per capire ed essere esteticamente consapevoli, ciascuno del e nel proprio sentiero. Una esperienza drammaturgica rara, per sensibilità di scrittura e regia, e per capacità di trascrizione scenica di un mondo celato gelosamente in un testo di grande suggestione.
Un mondo ancor più rivelato dall'indissolubile legame che la musica di Bach, la “Passione secondo Matteo” in una eccellente prestazione canora dal vivo, e il bellissimo ambiente sonoro creato da Claudio Rocchetti crea tra il pubblico e l'ambiente drammatico.
Da Pedro Calderón de la Barca. Traduzione, drammaturgia, imagoturgia Francesco Pititto. Installazione, involucri, regia Maria Federica Maestri.
Musica Claudio Rocchetti, Johann Sebastian Bach
Interpreti Valentina Barbarini, Antonio Bocchi, Tiziana Cappella, Lorenzo Davini, Daniel Gianlupi, Paolo Maccini, Agata Pelosi, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera
Cantanti Debora Tresanini (soprano), Elena Maria Giovanna Pinna (soprano), Eva Maria Ruggieri(contralto), Davide Zaccherini (tenore)
Cura Elena Sorbi. Organizzazione Ilaria Stocchi, Loredana Scianna.
Ufficio stampa, comunicazione Michele Pascarella.
Tecnica Alice Scartapacchio, Lucia Manghi, Giulia Mangini, Fabrizio Fini, Marco Cavellini, Elisabetta Zanardi, Fulvio Galvani, Luca Moncaleano.
Produzione Lenz Fondazione + Festival Natura Dèi Teatri

Foto Elisa Morabito

 

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