Questa fervida pazienza - Kilowatt 2021

Con il prossimo fanno venti, gli anni di navigazione, da ultimo come a tutti noto assai perigliosa, di questo festival posato sui contrafforti dell'appenino aretino, nel borgo rinascimentale di Sansepolcro.
Ha rischiato di precipitare come molti di noi, e come l'areo che ne fa da inquietante immagine a rappresentare un po' lo scampato pericolo. Fervore e pazienza, dunque, pazienza per superare l'attesa e riuscire a riposizionare la propria creatività, fervore per rappresentare e preservare questa stessa creatività minacciata da indifferenza e marginalizzazione. Lucia Franchi, che abbiamo di recente intervistato su queste stesse pagine, e Luca Ricci sembrano esserci riusciti, anzi ci sono riusciti, mantenendo aperte reti e contatti, stimolando e provocando affinché questo nostro mondo, che si è rivelato alla fine, come si usa dire oggi, più resiliente di quanto ci saremmo forse aspettati, continuasse a concepire progetti in attesa di partorirli sul palcoscenico. “Accettare l'imprevedibile. Abbandonare le certezze. Avere cura di sé e degli

altri”, così i due Direttori Artistici di Kilowatt e di CapoTrave scrivono nella presentazione, e così hanno potuto ricominciare senza aver mai smesso di progettare. Questo l'orizzonte che ha prodotto l'edizione 2021 di un Festival che è cresciuto e si è fatto notare, non solo in Italia e non solo per la suggestione degli ormai notissimi “Visionari” di cui spesso abbiamo discusso e scritto. Un festival nonostante tutto molto ricco e vario, di linguaggi e di spettacoli, di mondi presenti e di mondi futuri, perché solo lo sguardo al futuro ci consente di salvare il nostro incerto presente, e che alternerà dal 16 al 24 luglio teatro e danza, performance e installazioni, eventi ed incontri.
Al riguardo proprio con un incontro pubblico, chiamarlo convegno ne limiterebbe lo spazio simbolico, si è praticamente inaugurata la XIX edizione, quello con Spiro Scimone e Francesco Sframeli, protagonisti di quasi trent'anni di teatro, innovativo e suggestivo, tra parola e correspondances fisiche donate da una straordinaria e sovrapposta sensibilità, prima drammaturgica e poi attoriale.
E proprio da qui vorrei cominciare.
Da qui perché quello dei due artisti messinesi è un teatro straordinariamente complesso e profondamente affettivo, mai superficiale ma capace di portare al nostro sguardo l'umanità più profonda ed essenziale, quel fondo inattingibile e irredimibile che ci salva in ogni navigazione, appunto perigliosa, e che ci fa, ci fa restare, parte della vita come insieme di uno e molti.
Infatti “il teatro è ventre di madre”, così titolava l'incontro, in quanto capace di creare la singolarità che ci apre al mondo, al guardare finalmente la luna e non il nostro indice puntato. La tecnica dunque non come fine, ma come strumento per articolare un rapporto unico e sempre rinnovato che coinvolge chi scrive teatro, chi recita teatro e chi di teatro si nutre. Un rapporto in questo profondamente e affettivamente fisico, come quello tra madre e creatura del suo ventre, che coinvolge i corpi, quello dell'attore e quello dello spettatore innanzitutto.
Un teatro, linguisticamente antinaturalistico, di poche vicende ma di innumerevoli “ricognizioni” che continuano a riguardarci anche a sipario chiuso e in cui il principio del “come se” trasforma la rappresentazione di qualcosa di intrinsecamente ingannevole in un atto di verità.
Un modo di fare e soprattutto di essere che ricorda Artaud e la sua crudeltà che era intima partecipazione e condivisione di sé, rito che recuperava, o tentava di recuperare, il rapporto, anche religioso latu sensu, con la essenza irrinunciabile e profonda dell'umano, pervertita da economia e grotowskiana prostituzione artistica.
Un insegnamento di sincerità che vale per il teatro ma vale anche per la vita, che se vissuta intensamente, alla ricerca della autenticità e profondità, può consentire di entrare in contatto con quel substrato quasi religioso che ne costituisce il senso ultimo.
Impossibile dare conto di tutti i numerosi interventi in un incontro sviluppatosi tra venerdì 16 e sabato 17, e che ha visto la partecipazione del regista Massimiliano Civica e di Natalia Di Iorio, di Vincenza Di Vita e Danio Manfredini, nonché dei drammaturghi Sandro Pascucci e Letizia Russo.
Ciascuno di essi ha portato il suo sguardo specifico sul lavoro e sulla storia artistica di Scimone Sframeli, sguardo che nel corso del dibattito si è allargato alla natura del teatro e alle sue implicazioni, storiche ed estetiche che siano.
Ci piace però ricordare, tra tutte queste suggestioni, alcune considerazioni di Massimiliano Civica.
In particolare quest'ultimo, ora direttore del Metastasio di Prato, ha lamentato la difficoltà di ottenere più tempo per le prove, che lui vorrebbe fossero, per ogni spettacolo, di almeno 2 mesi e non di 1 come ora. È questo, secondo me, il segno del prevalere di un teatro della produzione su un teatro della creazione, e quindi dell'economia rispetto all'estetica, così che sempre più spesso vediamo spettacoli con attori al leggio, che leggono invece di recitare, trasformando i teatri  in sale di lettura e non in luoghi in cui l'agire fisico e la recitazione (a memoria, se Dio vuole, come dovrebbe essere da sempre) riempiono lo spazio ed il tempo della relazione, occasionale ma profonda, con lo spettatore.
E dell'importanza dello spettatore questo Festival è un esempio.
Dei miei due giorni di partecipazione questo è un breve resoconto.

IL CORTILE.
È lo spettacolo, del 2003, portato al Festival dalla Compagnia Scimone e Sframeli, spettacolo di una straordinaria attualità proprio perché capace di andare oltre sé stesso, trascendendo il presente in direzione della universalità e irriducibilità della condizione umana. Giocato, come nelle corde di Spiro Scimone, sulla sottrazione che man mano lima il dialogo, quasi disincrostandolo dalle sue banalità e maschere, per portarlo sulla scena limpido e secco come un osso di seppia. Strano incrocio di mondi metafisici e di mondi reali, rivela una umanità ed una affettività quasi commovente che rende infine sopportabili anche le crudeltà e e le perversioni che la vita spesso riserva e che sfuggono, tra incesti tragici ed abusi mai dimenticati, alla trama di questo strano dialogo che, rimandando sempre altrove, a molti suggerisce Samuel Beckett. Quasi un Aspettando Godot in cui Godot, emergendo da un cassonetto della vita, arriva improvvisamente. Distacco e intima partecipazione si sovrappongono ed è, in questo transito scenico, quasi un resettare le proprie conflittualità, la propria aggressività nutrita da una società ingiusta, per ritrovare legami e condivisioni che insieme possano consentirci una via di uscita. I tre personaggi in scena, Peppe, Tano e Uno, ne ripercorrono, in quel cortile ingombro di rifiuti, le cadute ed i riscatti tentati, senza illusioni ma anche senza remissioni. In questo contesto scenico, antinaturalistico risulta, non soltanto l'estetica drammaturgica, ma anche l'approccio recitativo degli attori che, nella secchezza dei movimenti e della espressività, ricordano i modi e gli automatismi della supermarionetta teorizzata da Gordon Craig. Una storia che comincia nel suo mezzo, in una periferia del mondo e della vita, ma anche della nostra anima, che è momento di paradossale autenticità, di fuga da ogni ipocrisia. Una produzione internazionale riproposta al Teatro Dante venerdì 16. Di Spiro Scimone, con Spiro Scimone, Francesco Sframeli e Gianluca Cesale, qui con la regia di Valerio Binasco (all'esordio aiuto di Carlo Cecchi), con i costumi di Titina Maselli e le luci di Beatrice Ficalbi.

ECLISSI
Uno spettacolo interattivo, un percorso 'accompagnato' più che guidato che è una sorta di ricognizione nella perdita, ovvero nell'abbandono da parte di chi fino a un momento prima era insieme a noi. Questo abbandono ha un nome, “Alzheimer”, ma la sua oscurità va oltre la malattia e diventa anticipazione della morte. Una esperienza costruita nella relazione tra l'attore e l'unico spettatore che, discosto, lo segue, accompagnato da ripetuti suggerimenti e dalle musiche che ne traggono ispirazione. Lasciare un ricordo importante sulla fotografia che ci viene data è come un gesto di sollievo e di allontanamento dall'angoscia che si sta vivendo. Una drammaturgia condivisa e non banale anche se si tratta di un tentativo nel modo di far teatro già sperimentato. Del giovane trio Sesti, Contini e Fumo, di Alessandro Sesti. Sound design Nicola Fumo Frattegiani, musiche Debora Contini. Collaborazione alla drammaturgia Giacomo Sette. Venerdì 16 ai Giardini di Piero.

NON ABBIATE PAURA – Grand Hotel Albania
Il passato che si fa presente, ritornando costantemente a sé stesso, la Storia declinata nella cronaca di giorni convulsi narrati in scena nel distacco e nella distanza critica, ma con la partecipata adesione di chi vi scorge i segni della modernità irrisolta. Nel 1991 migliaia di albanesi, in fuga da un mondo che crollava, si presentarono su navi stracariche, quasi inverosimili anche nel ricordo così vivo, nel porto di Brindisi, davanti alle coste di un Italia in piena crisi economica e di identità. Eppure li riconoscemmo, come umanità prima ancora che con umanità, e di fronte alle incertezze e alle fughe della politica l'intera popolazione di Brindisi organizzò l'accoglienza, con madri e nonne che portavano spontaneamente cibo e si facevano temporaneo carico di quelle vite. Quello che la drammaturgia di Nicolini porta in scena è un ricordo che però si fa amaro, perché nulla sembriamo aver imparato da quella esperienza di condivisione e di accoglienza, che ha portato quelle migliaia di persone a vivere insieme a noi. Se non è cambiato il mondo siamo cambiati noi che, invece di costringere la politica a migliorare, ne abbiamo introiettato le paure e le diffidenze fino ad un razzismo non dichiarato ma diffuso. Un buon teatro di narrazione, ben supportato da una recitazione efficace. Di Francesco Niccolini, con Luigi D'Elia. Al Chiostro di San Francesco venerdì 16.

ARTURO
Drammaturgia per due testimoni che tratta dell'assenza e della necessità di elaborarla dentro, ma anche fuori di noi, nella relazione con il mondo e con chi lo abita. Un uomo e una donna, l'uno di fronte all'altro, indagano sulla propria memoria e soprattutto sul rapporto, per loro centrale, con i propri padri, durante e soprattutto dopo la loro vita. Costruito su un dialogo intenso che si apre alla interazione con il pubblico, chiamato a costruire con i propri ricordi un puzzle condiviso che fa da sfondo alla drammaturgia, mostra, a mio avviso, alcuni limiti di immaturità aprendo il proprio sguardo all'abisso senza riuscire a penetrarvi fino in fondo, così da essere, quello sguardo, quasi abbandonato a sé stesso, non elaborato e non sufficientemente padroneggiato. Vincitore del Premio Scenario Infanzia 2020 e tra i finalisti di In-Box 2021. Una produzione Florian Metateatro, Rueda/Habitas, di e con Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich. Scene Fiammetta Mandich, sound design Dario Costa, luci Marco Guarrera. Al Teatro della Misericordia sabato 17.

LE GRAND SOMMEIL
Onirico e surreale, è uno spettacolo inusuale, nel linguaggio che mescola una forte impronta drammaturgica ad una coreografia che sembra man mano costituirne la matrice, capace di fecondare quelle parole nella fisicità della danza. È un uscire da noi stessi e porsi di lato, in quel luogo e in quel tempo in cui l'infanzia perde sé stessa per accedere ad un età che man mano la dimenticherà. Raccontare l'infanzia attraverso un corpo adulto è l'intento dichiarato della autrice e performer, quasi a recuperare, dentro questo nostro corpo adulto, i segni dimenticati del passato. Paure e angosce, speranze ed entusiasmi di una bambina undicenne riproposti con grazia e con affetto anche nelle loro parti più dolorose e contorte, dagli accenti quasi psicotici. È molto brava la protagonista, nella recitazione e nella danza, ove rivela qualità da contorsionista. Interessante anche la scrittura  che dà profondità e prospettiva all'intero spettacolo. Di grande intensità. Ideazione, testo e regia di Marion Siéfert. Coregrafia Helena de Laurens e Marion Siéfert. Collaborazione artistica e con Helena de Laurens e con Jeanne. Al Chiostro di Santa Chiara sabato 17.

Per chiudere un breve richiamo ad un altro contributo che la Compagnia Scimone Sframeli, veri e propri padrini della manifestazione, ha dato al Festival. Un laboratorio di cinque giorni per attori e attrici professionisti che ha avuto come suo esito lo spettacolo “Bella Festa”, rivisitanzione di uno dei loro spettacoli più famosi, appunto La Festa. Un contributo che ha arricchito le prime intense giornate.

Foto Luca Del Pia

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