Diario siracusano: se le Nuvole sono le nuove divinità

Scritto da Paolo Randazzo.

Colto, elegante, raffinato, sobrio, ponderato, sofisticato, pensieroso, solido, ben concepito: questi, e altri del genere, sono gli aggettivi che si possono usare per definire criticamente lo spettacolo che Antonio Calenda ha costruito sul testo de “Le Nuvole” di Aristofane tradotto con attenzione e inventiva teatrale da Nicola Cadoni (docente nel Liceo Ginnasio di Sassari). In scena nel Teatro greco di Siracusa, a giorni alterni, dal 3 al 21 agosto e nel contesto della LVI stagione delle Rappresentazioni Classiche dell’Istituto nazionale del dramma antico, lo spettacolo è interpretato da Stefano Santospago (un Aristofane pensieroso più che orgoglioso del suo lavoro), Nando Paone (uno Strepsiade convincente e capace di mille sfumature), Massimo Nicolini (un Fidippide “giovin signore” alquanto rigido), Antonello Fassari (un

Socrate versatile ma sempre misurato ), Daniela Giovanetti e Galatea Ranzi (due corifee di bella presenza ed energia), Stefano Galante e Jacopo Cinque (rispettivamente il discorso migliore e quello peggiore), Alessio Esposito e Matteo Baronchelli (creditori di Strepsiade), Antonio Bandiera, Alessio Esposito, Stefano Galante, Giancarlo Latina, Alessandro Mannini, Damiano Venuto (i discepoli di Socrate), Rosario D’Aniello (Xantia), Noemi Apuzzo, Rosy Bonfiglio, Luisa Borini, Verdiana Costanzo e Laura Pannia (coro delle Nuvole), il resto del coro è formato dalle allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Scene e costumi sono di Bruno Buonincontri (la scena è ripresa a da un luminoso immaginario rinascimentale, probabilmente filtrato dal Pasolini di Medea, mentre raffinatissimi sono gli accostamenti cromatici dei costumi), le musiche, centrali nell’economia e nella concezione dello spettacolo, sono di Germano Mazzocchetti (ormai una colonna nella storia degli spettacoli Inda), la coreografia è di Jacqueline Bulnes (elegante, ma abbastanza timida nell’utilizzare lo spazio dell’orchestra), Luigi Biondi infine è il light designer. Ripetiamo: uno spettacolo complessivamente colto nella tessitura della drammaturgia e del testo spettacolare, raffinato, sobrio in ogni segmento della costruzione scenografica, ponderato nella presenza delle musiche di Mazzocchetti che suggeriscono atmosfere, alludono ad altre esperienze di spettacolo ma sanno restare sempre rigorosamente teatrali (oggetti di scena anch’esse e non colonna sonora), sofisticato nel continuo gioco di rimandi alla letteratura italiana (pochissimo convincente) e, forse con più senso, alla storia del teatro comico occidentale (dal varietà e dalla rivista all’amatissimo Beckett, da Brecht alla vicenda estetica precipua degli spettacoli Inda), ben costruito dalla mano ferma  del regista (alla sua ottava regia siracusana) che ha provato a mettere in equilibrio una vasta molteplicità di ingredienti concettuali.
Ma… Ma c’è un ma: si tratta di uno spettacolo che, sostanzialmente, non fa ridere, di una “commedia” che non suscita la risata o la suscita con moderazione o che, piuttosto, fa sorridere. Si tratta, pertanto, di uno spettacolo comico che - oggettivamente - si fatica a definire ben riuscito. Perché? Per rispondere occorre ragionare, provare a discernere tra gli elementi dello spettacolo, certo con rispetto per il lavoro del regista e dell’ensemble, ma anche con lucidità. Occorre accettare la scommessa critica che implicano di necessità tutti gli allestimenti della drammaturgia antica, se - come sempre a Siracusa - sono concepiti e realizzati con intenti d’arte. E tanto più se ad essere portata sulla scena è una commedia di Aristofane: come si fa infatti a render viva e capace di parlarci una drammaturgia totalmente e profondamente politica e ingaggiata con l’attualità della dialettica politica, culturale e sociale ateniese sua contemporanea? Cosa resta vivo e operativo di quel mondo e di quella drammaturgia? Resta forse la capacità di suscitare la risata con l’attacco libero e diretto al (nuovo) potere, alla cultura che si fa leziosa o erudita, sdegnosa e lontana da qualsiasi volontà di farsi comprendere dalla polis? Le Nuvole, nuove dee potenti e razionali, sono venerate al posto degli antichi dei e sgretolano il cemento tradizionale che tiene insieme la società. La violenza linguistica dell’arguto, scaltro, disonesto “discorso peggiore” prevale trionfalmente sul noioso e moralista “discorso migliore” e ben presto vede trasformarsi le sue parole in violenza fisica e materiale (Fidippide che picchia Strepsiade, ma anche quest’ultimo che incendia il pensatoio). O forse resta di Aristofane la capacità di usare, senza filtri moralistici, il basso corporale per mettere a nudo l’aspetto più fragile e autentico dell’umanità rappresentata? Forse. Entrambi questi elementi sembrano però poco efficaci per la scena contemporanea. Oggi è poco spendibile, se non inutilizzabile, la polemica politica o culturale dritta e diretta contro i detentori del potere, dato che quelli veri sono di difficilissima identificazione, né ha senso “attualizzare” cambiando o modificando dei nomi o inserendo nel testo delle allusioni, più o meno scoperte, alla nostra realtà politico-culturale che è totalmente altra. Davvero poco efficace appare anche la pratica del ribaltamento comico e dell’espressione scatologica del “basso corporale”: procedura che, nella temperie culturale in cui ci troviamo a vivere, ha scarsissime possibilità di colpire alcuno e indurlo al riso – figurarsi… - E del resto lo stesso Calenda ne sembra poco attratto. Resta allora, attivo e operativo anche oggi, il magistero formale del grande commediografo, la sua primigenia e straordinaria grandezza nella tessitura ritmica delle commedie, o almeno di quelle più importanti come questa. Probabilmente il traduttore è consapevole di questa qualità ben presente nel testo, ma nello spettacolo questo magistero ritmico non si trova o meglio si percepisce lontano, debole, riflesso, indiretto: ed è qui, in questa scarsa attenzione al ritmo dello spettacolo, che si può rilevare il difetto maggiore di questo lavoro, si può rilevare ciò che con la sua mancanza o debolezza spegne la vis comica, ben più che le discutibili citazioni di Manzoni o di Leopardi. È il ritmo dello spettacolo che non funziona e che, malgrado gli sforzi degli attori e del coro, resta debole, affatto propulsivo, poco atto a coinvolgere, sorprendere, persino strattonare il pubblico e indurlo al riso. Un vero peccato.

Foto: Luigi Carnera

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