Spine

È nella quotidianità che si nasconde il senso che diamo alla vita: il senso (la felicità, un ideale politico, un orizzonte filosofico e religioso, una vocazione interiore) oppure un senso minimo (il “mio” amore, i miei affetti, la mia famiglia, i miei figli, il mio benessere, le mie passioni). È nella quotidianità che questo senso si nasconde, si attiva, si fa operativo, è nella quotidianità che può anche disperdersi, scivolare via, annullarsi, nelle pieghe silenziose e variegate dei giorni, negli istanti che si susseguono anonimi e dominati dalla distrazione, nella ineffabile complessità delle persone, nella noia della ripetizione, nella dolorosa necessità dell’oblio, nella presenza della morte, nella paura e non accettazione della morte. Ecco: va proprio così e occorrerebbe averne sempre vigile consapevolezza per provare a dare a ogni istante il giusto

peso di attenzione, vitalità, coraggio. È quanto vien fatto di pensare in relazione a “Spine” lo spettacolo che la compagnia siculo-calabrese “Mana Chuma” ha ripreso dopo diversi anni e presentato in un nuovo allestimento. Regia e drammaturgia sono di Salvatore Arena e Massimo Barilla, in scena ci sono Stefania De Cola (Maddalena), Mariano Nieddu (il becchino/Caronte), Lorenzo Praticò (Il capitano Lucio), il contesto è l’interessante festival Epic da loro organizzato a Bova, in provincia di Reggio Calabria, dal 16 al 22 agosto 2021. Lo spazio di questo allestimento site specific a Bova è la deliziosa piazzetta Surizzu. In una oscura locanda di Cipro s’incontrano i protagonisti della vicenda: la coppia che gestisce stancamente la locanda (Maddalena e Lucio) e un oscuro avventore/becchino, venuto a risolvere definitivamente (vittoriosamente) e a portarsi via quanto di vivo rimaneva in quella coppia martoriata della presenza/persistenza di un loro figlio, morto anni prima in circostanze che resteranno oscure. Un lutto da superare, un’acquisizione di consapevolezza rispetto alla realtà della morte. Questa è l’azione di questo spettacolo, ridotta all’essenza, la cellula drammaturgica, il “ciò che accade”, il cardine operativo. E, come si è detto in premessa, è interessante vedere come questa cellula drammatica si vada dispiegando e sviluppando nel corpo di uno spettacolo a partire dalla rappresentazione minuta della quotidianità, come vada arricchendosi di una riflessione sulla fervida ricchezza, sulla durezza e sulla profondità sorprendente e inattingibile di questa dimensione dominata dalla distrazione e spesso dal dolore. La bravura, la solidità degli attori sono evidenti, così come è evidente il lungo lavoro di assimilazione e di riflessione sul testo, mentre è doveroso sottolineare particolarmente il grande talento e il lavoro di Stefania De Cola che domina la scena in ogni respiro e sfumatura. Ovviamente raccontare uno spettacolo non basta, è doveroso anche esprimerne un giudizio e in questo caso occorre dire che questo spettacolo non è convincente. Perché? Perché sull’asse drammatico principale (già complesso) sono innestati diversi altri motivi che, pur essendo generati da riflessioni profonde e importanti (di tipo filosofico o estetico), appaiono giustapposti e non necessari. Si pensi all’insistita riflessione meta-teatrale sull’Otello di Shakespeare e in particolare sulla figura di Cassio, si pensi alla parentesi “calcistica” che, nella sua ostentata dimensione comica, non riesce a trovare organicità col resto di ciò che accade in scena, e si pensi soprattutto al motivo, anche importante, prezioso, profondo della pluralità linguistica (il dialetto calabro, la lingua sarda, echi di francese, inglese, spagnolo, tedesco) che viene praticata dagli attori senza nessuna evidente - e comunque agilmente percepibile dal pubblico - motivazione strutturale. La densità culturale e filosofica di una azione teatrale è assolutamente una ricchezza ma deve essere, deve essere comunicata e deve esser percepita dal pubblico come strutturale e non come frutto di volontarismo o di una ricerca ancora in corso e che travalica la stessa azione teatrale.

Foto Marco Costantino.

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