I Moschettieri

Scritto da Maurizio Sesto Giordano.

L’associazione culturale Madè ha messo in scena a Palazzo Platamone di Catania, all’interno della rassegna estiva “Catania Summer Fest 2021”, la novità dell’attrice catanese Roberta Amato, “I Moschettieri”, con la regia di Nicola Alberto Orofino.  La pièce è una vera e propria fotografia, una istantanea cruda, reale, di una situazione, di un modo di essere, del vissuto di alcuni ragazzi dei quartieri che abitano la Catania del 2020, città esaltata, osannata ed adorata in cui si mescolano abitudini, bellezze architettoniche, esaltazioni e contraddizioni. L’atto unico, della durata di circa 80 minuti, inquadra una precisa realtà, la vita dissennata, senza vie d’uscita di tre giovani - simili a tanti altri - di una periferia, di una parte della città che vive in un certo modo. Che ama, che scommette, che delinque, che sogna e desidera in un solo modo, che non conosce o non può conoscere altre alternative, altra occupazione, se non quella “di fare soldi”, a qualunque prezzo, in qualsiasi modo, oscurando, rimuovendo, le proprie umili e difficili

origini. Non possiamo catalogare il testo di Roberta Amato, in tutta la sua crudezza e realtà dei fatti e dei personaggi narrati, come un testo di denuncia, ma nella scrittura dell’attrice catanese e nella messa in scena si avverte forte una certa rabbia nel voler raccontare e rappresentare una città diversa da tutte le altre, puttana, ammaliatrice, ruffiana, così come parte dei suoi abitanti Quei catanesi, come dice la stessa autrice, che vivono sempre “con un piede nella fossa e l’altro sospeso nel sogno”.
La pièce raffigura, ripetiamo, una triste realtà sociale, uno stato d’animo, una illusione, un modo di vivere radicato, un amore sviscerato per gli angoli più nascosti della città dell’Elefante, una devozione esaltata, convinta, per la sua “Santuzza”, per certe abitudini e quartieri e per la squadra calcistica del cuore dai colori rossazzurri. Un drammatico, poetico, irredimibile vissuto, oltre ogni limite, perché come dice il testo, il catanese va sempre oltre, non si ferma, azzarda e poi è orgoglioso di quello che ha fatto, non ha tempo per ripensamenti o altro.
I protagonisti dell’atto unico sono tre abitudinari giovani di quartiere, che prendono il nome dei tre vialoni del quartiere satellite catanese Librino (Bummacaro, Nitta e Moncada) che vivono o meglio bruciano le loro esistenze tra spaccio, prostituzione, scippi, violenze di ogni genere in nome del Dio Denaro. Il loro unico scopo è “fare soldi” e non c’è posto per libri, istruzione o rimpianti di un passato familiare fatto di rinunce, sacrifici e privazioni. A governare e benedire il cammino di Bummacaro, Nitta e Moncada, come una sorta di amministratrice occulta, temuta, amata, c’è la Regina e pupara dei quartieri catanesi, c’è sua Maestà Catania, riverita in nome di una anelata condizione di agio, tra Suv, locali di lusso, champagne, donne ed un machismo sempre più sfrenato dove non ci può essere posto per altri valori, per l’amore pulito, per la comprensione, per il ragionamento.
Testo carico e ricco di spunti quello di Roberta Amato, con un linguaggio spontaneo e crudo, che non concede spazio ad alternative o cambi di rotta. Un testo che lascia al pubblico l’amaro in bocca, in quanto non si legge, non si avverte, non si intravede, dall’inizio alla fine, nessun filo di speranza,  di redenzione, di pentimento o di rinascita per la città e per i suoi giovani figli. Lo spettacolo, sicuramente ancora da affinare e rendere più completo e che per certi versi denota la mancanza di un preciso sviluppo drammaturgico, è diretto col solito piglio fantasioso da Nicola Alberto Orofino e gli interpreti danno il massimo. Intensa Egle Doria nei panni della fascinosa e temuta sua Maestà Catania, scatenati nei gesti e nel linguaggio i tre giovani protagonisti (Gianmarco Arcadipane, Vincenzo Ricca e Luigi Nicotra), abili nel raccontare il proprio presente, le proprie aspirazioni, le passioni calcistiche, le imprese con le donne, i rimpianti per una vita diversa. La scena, una sorta di stanzone-capannone-bunker, con pochi oggetti (una vecchia scrivania con le foto di Sant’Agata e del “Liotru” simbolo di Catania, una sedia, dei materassi-cuscini, bottiglie, un tavolinetto) ed i costumi, volutamente esagerati, confusi e sparsi intorno, sono curati da Vincenzo la Mendola.   
Pubblico che, alla fine, ha applaudito lo spettacolo, riflettendo e ritrovando così sulla scena quegli aspetti drammatici, quel disagio e quella criminalità di tutti i giorni presenti nei quartieri periferici della città e che, purtroppo, vede protagonisti proprio i più giovani che trovano nell’illegalità, all’insegna di un falso benessere, lo scopo della loro vita.

I Moschettieri
di Roberta Amato      
Regia di Nicola Alberto Orofino  
con Egle Doria, Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra e Vincenzo Ricca                                                                                                      
Scene e costumi Vincenzo la Mendola    
Assistente alla regia Gabriella Caltabiano                               
Sarta Grazia Cassetti                                                                                                      
Progetto grafico Maria Grazia Marano   
Segretario di compagnia Filippo Trepepi
Organizzazione Maria Grazia Pitronaci
Amministrazione Federica Buscemi                                                       
Produzione Associazione culturale Madè
Progetto fotografico Santo D’Olica
Palazzo della Cultura Catania - 26 Agosto 2021

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