Angeli e Pagliacci al Teatro Carlo Felice

Un'apertura di stagione intrigante e innovativa quella scelta dal Teatro Carlo Felice di Genova, con un dittico che a mio avviso riesce a ripristinare una comunicazione complessiva, a ricollegare dunque il teatro lirico, molto popolare ma talora imprigionato nel suo riproporre una tradizione che rischia, come direbbe Edoardo Sanguineti, di diventare museo, con i fermenti del teatro nel suo complesso, tra musica e drammaturgia, tra canto e danza, con uno sguardo aperto e sensibile. Lo fa innanzitutto presentando insieme due spettacoli che a prima vista potrebbero sembrare alieni l'uno all'altro, se non addirittura confliggenti l'uno con l'altro, ma che riescono a realizzare ed esprimere una straordinaria armonia. Da una parte, dunque, “Sull'essere angeli” una nuova coreografia di Virgilio Sieni sulle note di musica contemporanea del giovane musicista Francesco Filidei, dedicate alla giovane pianista Eleonora Kojucharov prematuramente scomparsa. Note strazianti che il flauto del bravissimo Mario

Caroli controlla ed insieme fa esplodere in scena, quasi proiettandole oltre il suo stesso limite. È una danza sul confine e sul passaggio tra la vita e la morte, quasi che questo passaggio continuasse sempre, respiro eterno che dall'al di là non ci riporta solo il ricordo ma anche il senso che permane irriducibile di ogni esistenza, che sia legata o libera dalla gravità che ci circonda. In scena, sola di fronte alla forza di quel flauto, la intensa Claudia Catarzi, ballerina di grande presenza e di grande forza espressiva che va oltre la tecnica ed è in grado di portare alla luce il senso profondo di quei movimenti che il coreografo ha potuto concepire. Un esordio se vogliamo illuminante che apre una strada.
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice. Maestro concertatore e direttore, Andriy Yurkevych. Regia, coreografia, scene, costumi e luci, Virgilio Sieni. Flauto, Mario Caroli. Ballerina, Claudia Catarzi
Dall'altra “I Pagliacci”, opera breve di fine ottocento, drammaturgia e musica di Ruggero Leoncavallo, unite dal comune parlare del destino, tragico, di una donna, ma non solo, anche da una comune capacità, facendo un passo oltre la tradizione, di innovare il tessuto musicale e soprattutto la sintassi drammaturgica di questa narrazione. Non le grandi donne, le Regine che contemporaneamente Adelaide Ristori portava in scena e quasi imponeva alla giovane Eleonora Duse, ma una donna qualunque, vera e viva in un mondo comune e condiviso. I giovani scoprivano il verismo di Verga ed il naturalismo, con caratteristiche sue proprie, di Emile Zola. Non per nulla la Duse si svincolerà dalla tradizione portando poi in scena una Teresa Raquin di grandissimo successo. Non è peraltro neutrale questo cambio di racconto e di visione del mondo ma ha conseguenza anche sulla stessa composizione che mostra qua e là spunti e suggerimenti di grande modernità, destinati a dare frutto anche in seguito, fino ai nostri giorni. Tratto da un analogo episodio realmente accaduto, narrato dal padre magistrato del compositore, è da questo drammaturgicamente traslato in un approccio che sovrappone realtà e recitazione, verità e finzione quasi ad indicare una gerarchia che vede nel reale una forza capace di innervare se non di ribaltare le stanche finzioni del teatro. Non metateatro dunque ma ricerca di verità con e oltre l'arte, secondo l'insegnamento del verismo italiano, anche con qualche venatura sociale. La storia è semplice e notissima: scoperto il tradimento Pagliaccio uccide in scena la moglie Nedda e l'amante utilizzando allo scopo e forzando il plot della commedia che andavano recitando. Ma è soprattutto nella messa in scena che questa nascosta forza innovativa trova la sua realizzazione in una sorta di realtà aumentata che utilizza con misura ma anche con efficacia i più moderni linguaggi scenici, a partire dai bei video che talora ripropongono talora anticipano in modo diacronico lo sviluppo del racconto, e che danno forza senza interferire nello sviluppo musicale e soprattutto drammaturgico. Un risultato che riconcilia in scena suggestioni e sintassi diverse con un esito assai interessante. Tutti bravi i cantanti a partire dai due protagonsiti, il Tenore Fabio Sartori (Canio) ed il soprano Serena Gamberoni (Nedda).
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice
in collaborazione con Rai Cultura. Maestro concertatore e direttore, Andriy Yurkevych. Regia, scene e luci, Cristian Taraborrelli. Costumi, Angela Buscemi.Videoproiezioni, Luca Attilii. Assistente alla regia, Daniel Kosttás. Assistente alle scene, Allegra Bernacchioni. Assistente ai costumi, Cristina Da Rold. Personaggi e interpreti Canio Fabio Sartori, Nedda Serena Gamberoni,
Tonio Sebastian Catana, Silvio Marcello Rosiello, Peppe Matteo Falcier, Un contadino Luca Romano, Un altro contadino Giampiero De Paoli. Orchestra, Coro, Coro di Voci Bianche e Tecnici del Teatro Carlo Felice. Maestro del Coro, Francesco Aliberti. Maestro del Coro di Voci Bianche, Gino Tanasini
L'apertura di stagione è stata dunque per teatro lirico genovese di grande successo, un successo contrassegnato da applausi a scena aperta e soprattutto dalla lunga ovazione finale.

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