Evǝ

I maschi, le femmine e quelli o quelle che stanno in mezzo, ovvero le persone omosessuali e le persone che sono maschi fisicamente ma si sentono intimamente e sostanzialmente donne o quelle che sono donne ma si sentono intimamente e sostanzialmente maschi, e ancora quelli che vivono nella transizione. Anche questa è oggi la realtà del genere umano e probabilmente questa realtà è stata sempre presente, presente e viva sin dalla notte dei tempi sebbene millenni di culture maschiliste l’abbiano negata, brutalmente semplificata e ristretta a soli due generi con connesse identità. C’è quindi poco da discutere, ma solo da accettare che la realtà umana è questa e schierarsi e battersi affinché qualunque cittadino che, a causa della sua identità di genere, subisce discriminazioni, ingiustizie o addirittura violenze, possa sentire lo Stato dalla sua parte e pronto a difenderlo. È una battaglia che la compagnia bolognese “Teatri di vita” porta avanti da sempre ed è la sostanza concettuale di Evə, lo

spettacolo che ha debuttato in prima nazionale sulla scena del Teatro Kismet di Bari il 13 e 14 novembre. Lo spettacolo è diretto da Andrea Adriatico, il testo è della drammaturga e performer transessuale britannica Jo Clifford ed è tradotto e adattato da Stefano Casi. In scena, recitano Eva Robin’s (icona trans dello spettacolo italiano), Julie J (artista multiforme e multidisciplinare), Patrizia Bernardi (attrice storica e cofondatrice della compagnia), Anas Arqawi (attore palestinese di formazione internazionale), Met Decay (danzatore e performer), Saverio Pescherera (anche lui attore stabilmente in forza a Teatri di Vita). Una sostanza concettuale che si rispecchia nell’invenzione di un divertente intreccio di sei personaggi e sei voci che con brio, con gradevole tenuta comica e, soprattutto, con rigore militante si raccontano e, sostanzialmente, raccontano i loro propri e gli infiniti casi di “quelli che stanno nel mezzo”, delle “Evə” (rigorosamente con schwa neutro finale) che non hanno accettato di farsi dettare dalla società che cosa sentivano intimamente riguardo alla loro identità di genere, che hanno subito la violenza sessista ma poi si sono ribellati e hanno trasformato questa ribellione nel paradigma di una ribellione più grande e profonda. Una ribellione in corso nel mondo tra l’altro, e che punta a una affermazione dell’autenticità dell’umano e dell’eros umano che trascende ogni pregiudizio, ogni costrizione tradizionale e strutturalmente violenta. Ecco allora la storia piccola e buffa del bambino che, da “lupetto” che era, avrebbe voluto essere “coccinella”, o la storia grande e mitica della presunta fondazione biblica dei generi maschile e femminile, storia che viene criticata e riscritta, in senso giocoso e sanamente anticlericale, con la graffiante e caustica forza di chi la sua consapevole libertà se l’è conquistata lottando contro tutto e tutti. Storie che sono come i confini entro cui si inscrivono le altre storie dello spettacolo o le miriadi di altre storie che questo spettacolo implica e suggerisce. E poi: qual è il genere di Dio? Siamo sicuri che è davvero un maschio di cultura maschilista e patriarcale o - come è arrivata a proporlo anche la chiesa cattolica – un madre? Siamo sicuri che non sia molto di più e molto altro? Da questo punto di vista, inoltre, è davvero molto interessante e profonda l’affermazione secondo cui «una parte di noi è divina e crea il mondo ogni giorno». A pensarci bene è il senso vero di tutte le lotte LGBT: ri-creare il mondo a partire da una autentica e autenticamente accettata libertà delle persone che ha confine solo nel rispetto e nella difesa della libertà degli altri... Inutile dire quanto questo tema sia di bruciante attualità. E però, se la qualità principale di questo spettacolo è il ritmo comico che lo innerva interamente, battuta per battuta, segmento per segmento, e lo rende gradevole, ciò che non convince è invece la sua staticità, la mancanza di quell’azione che, magari è implicita nelle narrazioni e nei ragionamenti dei personaggi, ma non trova riscontro nel loro agire. Staticità che, per altro, è appesantita dalla posizione stabile e in schiera degli attori, vestiti con lunghe tonache bianche, che in modo ironico, se non proprio beffardo, ricordano il mondo dei religiosi, e dai tubi di plexiglass trasparente in cui sono racchiusi per tutto il tempo. Ovviamente la metafora è trasparente e il messaggio è chiaro: l’alleato più forte della fragilità è l’isolamento in cui ciascuno vive il dolore della propria condizione ma appunto, dal punto di vista della dinamica scenica, la sensazione di staticità ne risulta accresciuta.

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di Jo Clifford, traduzione di Stefano Casi, riflessa in Andrea Adriatico.
Con Eva Robin’s, Patrizia Bernardi, Julie J e Anas Arqawi, Met Decay, Saverio Peschechera. Scene e costumi di Andrea Barberini e Giovanni Santecchia. Produzione Teatri di Vita, con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura
in accordo con Arcadia & Ricono ltd, per gentile concessione di Alan Brodie representation limited.

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