Orestea

Esiste nella nostra comunità, e mi piace chiamarla comunità piuttosto che società, una nostalgia anzi una necessità di essenza, in qualunque modo vogliamo definirla, di quella essenzialità e irriducibilità metafisica, cioè, sui cui si fonda l'umanità dell'uomo in relazione, e talora anche in contrapposizione, con la Natura e con la Storia. È una necessità, estetica e insieme etica, che fluisce sottrotraccia, quasi inconsapevole, filtrata e distorta dai rumorosi brusii di una indifferenza indotta che ci maschera, ma è anche una esigenza che resta ineludibile e destinata a mutarsi in sorda sofferenza se non elaborata. Per fortuna alcuni artisti più sensibili o attenti dimostrano la capacità e la volontà estetica di intercettare quella necessità per rappresentarla e trasfigurarla sulla scena. Tra questi certamente Lenz Fondazione che ne recupera i segni e le radici trasmessici dalla grande tragedia, soprattutto quella dei suoi secoli aurei, l'Attica e il seicento tra barocco e teatro elisabettiano, in

un percorso a ritroso che è, nella sua profondità, un guardare e andare avanti verso il futuro.
L'ultimo accesso a questo mondo si compie con la rivisitazione della più icastica tra le trilogie tragiche, quella che porta ancora con sé i segni di una arcaico divenire che, pur dimenticato, segna ancora, come stimmate sanguinanti, l'esserci dell'umanità anche nella sua slabbrata e dissociata modernità.
Orestea di Eschilo è, infatti, come un fiume in cui confluisce, e per un attimo si determina in valore e giudizio, il magma che ha prodotto come un calco l'umanità nella Natura e l'ha poi affidata alla Storia.
Ciò che direttamente in essa si narra, infatti, è, come insegna Umberto Albini, una parte solamente delle innumerevoli storie di vendette che, a partire da Atreo che serve in pasto i figli al fratelloTieste di cui l'amante di Clitennestra, Egisto, è figlio, si intersecano lasciando tracce torbide che impediscono ogni sguardo e così coartano ogni volontà.
Chi vendica chi? E chi è il vendicato e chi il giusto vendicatore? La tragedia è un grumo irresolubile da cui non si esce, è una situazione cui solo gli dei, se esistessero e volessero, potrebbero portare soluzione, l'uomo e la donna vi soggiacciono e questa in fondo è la vita quale noi tutti conosciamo.
I drammaturghi mantengono la struttura e la dinamica dell'antica trilogia e da ogni suo episodio traggono il senso profondo e lo traducono in immagine che la scena concepisce prima e partorisce poi davanti ai nostri occhi.
Diventa dunque quasi necessaria la scelta di declinare tutta al femminile questa tragedia, perchè inevitabilmente quella è la matrice della natura e della Storia, e di volgerla in dinamica oppositiva l'unica in grado di chiarire la determinazione e insieme la contrapposizione che produce il movimento nel tempo.
In scena le attrici sensibili del gruppo, anche en travesti come la bravissima Barbara Voghera/Oreste, incarnano in sé l'ineluttabilità della tragedia e l'impossibilità ad essere superata se non, niccianamente, sulla scena, una scena che le rende capaci di andare e di essere oltre. Così il limite che ciascuna ha iscritto nel suo corpo diventa un trampolino con cui lanciarsi al di là della nostra 'normale' dimensione.
La tragedia antica diventa così l'immagine di sé stessa, della sua e della nostra essenza, in cui la parola è anch'essa figurativa pur sopportando il senso antico e l'efficacia di una sincerità finalmente recuperata, quasi a forza ma felicemente, dopo essere stata perduta. Ogni passaggio di scena e narrazione diventa così conchiuso e già in sé significativo, quasi fosse un quadro in una esposizione d'arte visiva.
Una unica vendetta dunque che si consuma nei suoi molti episodi e nelle sue molte facce che la natura rifrange, finchè l'Aeropago della Storia pone fine al suo ripetersi, ma non risolve in fondo. La civiltà e la democrazia allora non guariscono e forse solo nascondono quelle ferite arcaiche che da sempre ci appartengono? Una risposta non ci è stata ancora data.
Uno spettacolo profondo e complesso, che svela i segni di una modernità contraddittoria. Regia e drammaturgia come di consueto si fondono con sapienza e dentro a questo raffinato meccanismo estetico, le protagoniste trovano i segni di un percorso di consapevolezza, una consapevolezza nuova che ci donano con spontaneità e anche autenticità.
Nell'ambito di un progetto quadriennale sulla Morte della tragedia.
Drammaturgia e riscrittura Francesco Pititto. Installazione, regia, costumi Maria Federica Maestri. Musica Lillevan. Cura Elena Sorbi. Organizzazione Ilaria Stocchi. Ufficio stampa, comunicazione, promozione Michele Pascarella. Cura tecnica Alice Scartapacchio, Lucia Manghi. Assistente Marco Cavellini. Produzione Lenz Fondazione.
#1 NIDI da Agamennone di Eschilo. Interpreti Valentina Barbarini, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, durata 55’.
#2 LATTE da Le Coefore di Eschilo. Interpreti Valentina Barbarini, Lara Bonvini, Sandra Soncini, Barbara Voghera, durata 50’.
#3 PUPILLA da Le Eumenidi di Eschilo. Interpreti Valentina Barbarini, Monica Barone, Lara Bonvini, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera, durata  45’.

A Parma, Lenz Teatro il 20 novembre 2021

Foto Maria Federica Maestri

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