Dioniso e Penteo

Continua la rassegna festival “Testimonanze ricerca azioni” del genovese Teatro Akropolis che, martedì 5 e mercoledì 6 aprile, ha come protagonista il Teatro del Lemming con questa sua tappa importante nel percorso di ricerca sul teatro, o meglio 'del' Teatro. Per la musica e la regia di Massimo Munaro, cui collabora per la drammaturgia Roberto Domeneghetti e con la 'scenografia' di Ulrico Schettini e Martino Ferrari, vede impegnati, dalla parte degli attori, Fiorella Tommasini, Rudi De Amicis, Alessio Papa, Adele Trocino, Maria Previato, Cinzia Cavallaro, Chiara Elisa Rossini, Federica Festa, Antonella Gerratana, Diana Ferrantini e Katia Raguso. È una drammaturgia, questa di Massimo Munaro, che sembra nascere programmaticamente all'insegna della sconfitta, della 'impossibilità' del teatro quale espressione, in sè premonitrice e lungimirante, di una mutazione dei rapporti tra le parti dell'uomo, intese anche come generi maschile e femminili ovvero come confronto, interno, tra razionale e inconscio, mutazione che ha condotto ad una reciproca ed irriducibile contrapposizione, ad una polarizzazione che impedisce  un pieno e positivo riconoscimento tra individui e all'interno delle singole soggettività. Munaro qui incorpora, per così dire, il conflitto nella relazione tra Dioniso e Penteo, sotto il segno,  profondamente ed inevitabilmente teatrale, del 'guardare', rappresentato come movimento che da reciproco e condiviso, diventa voyeuristico. Penteo si illude di guardare senza essere visto, perchè si illude che la sua parte solare (apollinea) sia inattaccabile e tanto autonoma da poter rinunziare a quella parte oscura (dionisiaca) che ribolle ed erutta continuamente la sua interiorità. Ma Dioniso lo osserva (“Io ti vedo mentre tu mi vedi) come il nostro incoscio ci osserva inevitabilmente, ed il non riconoscerlo, non riconoscere Dioniso, non può che condurci alla follia e alla morte. Per Munaro, dunque, che sottolinea come Le Baccanti cui questo suo lavoro ovviamente fa riferimento sia l'ultima grande tragedia a noi pervenuta, il testo euripideo in un certo qual modo certificherebbe il fallimento di Doniso e dunque il fallimento della Tragedia e del Teatro al culmine del suo percorso, avviato al contrario, secondo l'intuizione Nicciana, proprio per consentire, attraverso la sua organizzazione conscia o razionale, di conoscere e riconoscere, e dunque placare, l'oscurità da cui la nostra stessa conoscenza promana. È una intenzionalità che colpisce, proprio per quello che rappresenta la drammaturgia del Lemming sempre tesa a rischiare il coinvolgimento dello spettatore all'interno dell'evento teatrale, appunto per risvegliare una condivisione rituale non fine a sé stessa e contingente, ma che dovrebbe e vorrebbe proseguisse oltre l'evento, oltre il teatro. Eppure proprio nell'avvicinarsi a questa tragedia del 'non riconoscimento', credo che il Teatro del Lemming compia un ulteriore passo verso quella direzione, che ha segnato e segna il suo percorso, perchè è lo stesso evento drammaturgico cui si partecipa che smentisce quel fallimento, quella sconfitta. Non affronto ovviamente né svelo il percorso soggettivo che ciascuno di noi intraprende all'interno di questa drammaturgia, proprio perchè per sua natura singolare, né le emozioni così profondamente intime che produce, proprio perchè intrinsecamente soggettive, ma ciò che credo sia affascinante è che queste esperienze, così singolari e così soggettive, sono paradossalmente e straordinariamente condivisibili. Così, credo, la partecipazione a questo evento, in cui io spettatore non rappresento, ma sono, Penteo, spinge al di là di ogni dichiarazione contraria a riconoscersi e a riconoscere, recuperando qui ed ora un rapporto con il mito, inteso non come racconto ma come alfabeto, come grammatica della nostra interiorità e del nostro stesso significato, esistenziale e storico, nei confronti di noi stessi e nella relazione con l'altro e l'altrui. Un rapporto con il mito che a partire da Edipo è, per Munaro e il Lemming, un rapporto con il teatro inteso come luogo di un evento in cui, se sempre si partecipa al di là delle barriere che ci poniamo o ci vengono imposte, la partecipazione diventi consapevole, condivisa e, soprattutto, capace di guardarsi. Un idea del teatro che vuole recuperare, appunto, nella conoscenza le profondità del nostro inconscio e, nella relazione, vuole recuperare l'altro da noi a partire dai 'generi', ricongiungendo così, come nel racconto platonico, le due metà della mela che abbiamo voluto spezzare. Non è un recupero semplice e la drammaturgia infatti lo caratterizza prevalentemente nella lotta, nel conflitto che, dentro e fuori di noi, deve essere innescato e palesato per essere in qualche modo risolto, verso quella eutimia che gli stoici rivendicavano proprio come esito di un combattimento.

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