Una tragedia da camera

Scritto da Maria Dolores Pesce.

Antigone (la tragedia) vista da dentro. È quella, in un certo senso oltre la storia e anche oltre lo stesso mito, che Barletti/Waas propongono mescolando epos e lirica, narrazione e drammaturgia poetica e così disarticolando le rigide contrapposizioni, quasi fisiche articolazioni ormai immobilizzate, che la tradizione ha imposto alla sua ricezione, talora forse per depotenziarne gli effetti di liberazione che la consapevolezza porta con sé. Un dentro che è lo spazio chiuso e intimo di una casa privata, ma è anche l'infinito che si apre nell'interiorità di ciascuno di noi se solo volgiamo lo sguardo lontano dall'alienazione del mondo e della Storia per porci nuove domande, forse quelle giuste. Una disarticolazione che è in primo luogo linguistica, nella prospettiva di due idiomi diversi che reciprocamente si

traducono (il tedesco e l'italiano), per poi diventare orizzonte drammaturgico che mescola l'andamento lirico della traduzione romantica di Hölderlin (per la parte in tedesco) e la modernità di accenti di un drammaturgo contemporaneo quale è Fabrizio Sinisi (per la parte in italiano), che, nei momenti in cui il coro accede alla scena, si sovrappongono spesso con un effetto di eco che moltiplica e di onda che si diffonde intorno a noi.
Tra l'altro è come esplicitare il transito nel tempo di quel testo attraverso le diverse trascrizioni che in culture e secoli diversi, da Atene a noi, hanno interpretato e distillato, in forme singolari ma coerenti, il suo senso universale.
Si crea così una nuova prospettiva che illumina l'oscurità di un tempo antico così prossimo e analogo a quel tempo moderno che tutti viviamo, oltre la semplice, o semplicistica, dicotomia legge/coscienza, per leggere nella narrazione la ricerca di un rinnovato equilibrio, la cui mancanza il coro rimprovera a Creonte, e alle sue parole lontane da ogni auspicata eutimia.
Lea Barletti e Werner Waas 'sono' la tragedia in ogni sua strutturazione, a partire dal coro che rinnova la genealogia di una famiglia che si è fatta tramite di ogni scoperta del sé, carnale rappresentazione di un'idea dell'essere che si evolve nella ricerca, estetica prima che teoretica, di un proprio significato.
In scena sanno, con soluzioni teatrali semplici (una lampada che si sposta da un lato all'altro del volto ad esempio), raddoppiarsi, quando lo sguardo si appoggia al racconto, o anche sdoppiarsi, quando lo sguardo scivola nella singolare intimità di ciascuno, di loro e di noi.
Il mito è gia storia conosciuta e riconosciuta, ma qui riesce a rinnovarsi e a intercettare, come una potente antenna puntata lontano nel tempo o nello spazio, molto di quello che siamo oggi. Diventa dunque la costruzione di una mappa dell'esserci, mappa che viene fisicamente disegnata dai protagonisti quasi a far decantare in segno concreto e poi fermentare le loro parole.
Uno spettacolo capace di suggestioni che, improvvisamente, mi ha suggerito i libri viventi di Fahrenheit 451 che passeggiano nel bosco (una dantesca selva in fondo) recitando e così salvando sé stessi e ciascuno di noi. Una benjaminiana metafora, perché no, del presente e della sua fatica a restare collegato e abbeverarsi ancora alle fonti di una cultura che l'ha forgiato e di cui conseguentemente chi non ci ama liberi diffida.
Una tragedia intima in quanto, alla fine, tragedia dell'intimità ancora capace di riscatto e di una qualche aristotelica catarsi, che per le forme, linguistiche e drammaturgiche, che ha scelto di prendere è sembrata un racconto iniziato chissà quando e che prosegue oltre il suo termine, capace come è stato di attivare pensieri e relazioni nuove.
Uno spettacolo per un pubblico ovviamente ristretto ma che può diventare il 'testimone' di molti altri.
ANTIGONE di Sofocle/Hölderlin/Sinisi. Testo tedesco nella traduzione di Hölderlin, testo italiano nella traduzione inedita di Fabrizio Sinisi, con Lea Barletti e Werner Waas. Sound Design dei Cori Luca Canciello. Regia Barletti/Waas.
In un appartamento del centro storico di Genova, ospite del Teatro della Tosse-Fondazione Luzzati che ha fatto ancora una volta una scelta meritevole di attenzione, confermando la sua tradizionale apertura al teatro europeo, il 6 e 7 marzo. Trenta gli spettatori ad ogni replica, tantissimi, e entusiasti anche loro, i giovani.

Stampa