La donna che sbatteva nelle porte

Tema di grande attualità, quello del disagio e della sofferenza femminile fino ai limiti della tragedia esistenziale, ed insieme sorta di file rouge di una riflessione che va oltre la stretta cronaca del presente e attraversa con ripetuta insistenza la drammaturgia già dal secolo scorso e che, in questi ultimi tempi, si rintraccia con insistenza nel panorama teatrale italiano ed europeo Donne che affrontano la propria ribellione messa di fronte e a confronto con una sorta di antica condivisione di valori oppressivi imposti da una struttura sociale ancora maschilista, anche nelle sue declinazioni più 'paternalistiche, e sempre meno tollerata e tollerabile al di là delle situazioni più estreme, di violenza fisica e psicologica, per farsi metafora di una condizione concretamente esistenziale ed insieme dai tratti metafisici. Questo, io credo, affronta la drammaturgia di Giorgio Gallione, dall'omonimo romanzo dell'irlandese Roddy Doyle, prodotta dal Teatro dell'Archivolto ed in scena al Modena di Genova Sampierdarena dal 7 al 9 aprile. Per la regia dello stesso Gallione, le scene e i costumi di Guido Fiorato e le luci di Aldo Mantovani vede protagonista, su un palcoscenico ingombro dei relitti di una vita domestica fallita e precipitata nell'alcolismo e nella violenza, una brava Marina Massironi strappata quasi alla satira leggera delle sue più note interpretazioni, e che, proprio per questo, prende per mano un personaggio che, oltre lo spessore delle sue sofferenze, sembra conservare una paradossale e ironica vitalità. Nata in un quartiere sottoproletario, violento e maschilista come la sua stessa famiglia attraversata dai fantasmi dell'incesto, “Paula” crede di trovare il suo riscatto nella relazione e poi nel matrimonio con Charlo Spencer, bello e bullo del quartiere, che quasi la pone in cima a quel mondo brutale senza mai metterne in discussione i presupposti. Così, quasi con la naturalezza dell'ovvio, il riscatto si trasforma in un inferno di tradimenti e sopraffazioni fisiche e psicologiche, che coinvolgono Paula e i suoi quattro figli nella progressiva degenerazione di Charlo, disoccupato bevitore e rapinatore incapace, fino all'epilogo violento della sua vita su una strada di periferia. In un monologo organizzato come flash back in sintassi più cinematografica o televisa, che drammatiugica, Paula/Marina ripercorre la sua vita a partire dalla morte di Charlo, articolando però, significativamente, la sua narrazione intorno al momento della sua ribellione quando, intuendo un tentativo di incesto verso la figlia più grande, colpisce con violenza e caccia il marito di casa. Segno questo di una consapevolezza acquisita, ed in certo senso capita dal marito che non tenta più di rientrare in casa? Forse, perchè, anche se la vita di Paula continua nelle sue difficoltà e nelle nebbie dell'alcolismo, quel momento sembra aprire una strada, articolare un nuovo discorso che la narrazione scenica lascia però sospeso. Un buon lavoro nel complesso, sia nella drammaturgia che nella resa teatrale, anche se la sintassi scenica e la stessa  interpretazione, coinvolta ma insieme alimentata da una sorta di mimica televisiva, rischiano slittamenti significativi che tendono a interferire sul coinvolgimento dello spettatore, allontanando il senso della narrazione, che vorrebbe essere specchio e metafora di una situazione più 'generale', in un altrove che non ci apparterrebbe (esiste in 'televisione' o nella coronaca giornalistica). D'altra parte una simile sintassi, rivendicata da Gallione stesso che vuole porsi oltre il mondo 'oscuro' del teatro nordico e scandinavo, sembra aver consentito una comunicazione più immediata ed insieme aver reso 'tollerabile', nella distanza critica, la narrazione anche nei suoi aspetti più crudeli e diretti. L'accoglienza entusiasta del pubblico, che riempiva interamente la sala, ne è stata diretta testimonianza.

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