Non mi pento di niente

Scritto da Maria Dolores Pesce.

È possibile e anche lecito separare e distinguere nell'esercizio della violenza tra ambiti e contesti che socialmente e politicamente la rendono possibile e anche auspicata (verso colui che ci è detto nemico irriducibile), rompendo quella catena di pervasività che arriva ad inquinare la nostra intimità, l'interiorità di una anima costretta a scegliere dentro di sé tra valori sempre più inafferrabili e ambigui? Oppure la violenza è sempre la stessa? Talmente 'banale' che ad essa anche la definizione di male non sembra più appartenere, il male essendo ciò che caratterizza sempre l'altro rendendo il nostro agire in fondo giusto. È una domanda antica e, anche se mai mal posta, quasi sempre mal compresa, come ci ha illuminato e ci illumina la vicenda di Hannah Arendt e del suo pensiero, spesso piegato alla contingenza e inquinato dalle esigenze storiche e politiche. Senza più Dei che nell'antica tragedia fissavano chiaro il discrimine tra bene e male, in un più ambiguo rapporto di giusto e ingiusto, e con un Dio che sembra allontanarsi sempre più, il giudizio si stempera e la sensibilità morale si attenua, nei cattivi come nei buoni, di fronte al potere del denaro, unica divinità rimasta di

fronte a noi.
In questo le vicende dell'Europa dell'Est sono illuminanti nella trasformazione, che hanno e portano  avanti, del male in tutto ciò che era prima e nella speculare esaltazione del bene in tutto ciò che è adesso, fino alla guerra vera di questi giorni che sembra riassumere, senza poterli sciogliere, tutti i nodi della transizione.
Ha scritto in proposito in questi giorni Umberto Galimberti che la guerra in corso, e il modo di rappresentarla, porta con sé il rischio di slatentizzare la violenza che è dentro di noi, fino a portarla alla luce, alla luce sinistra dell'oggi.
Questa drammaturgia del romeno Csaba Szekely mette i piedi in questo piatto, o meglio affonda la sua lama tagliente in questa ferita, non di ora.
Un vecchio colonnello della Securitate, la crudele polizia politica della Romania di Ceausescu, vive solitario, separato anche dalla figlia a causa di una banalissima torta di fragole.
Rappresentante, non si sa quanto convintamente consapevole, di una violenza accreditata come “buona” e esercitata in nome del bene del popolo, vive vicino di casa di una famiglia “normale”, in cui il padre picchia la moglie e la figlia in nome del fatto che uno a casa sua fa quello che vuole (una violenza in fondo così legittimata anch'essa).
Assiste a quella violenza ed è turbato. Il conoscere la figlia, infantile e totalmente subornata che vuole amare gli animali perché sono gli unici che come lei amano senza ricevere nulla, fa man mano esplodere la contraddizione tra ciò che si è e ciò che forse si vorrebbe.
Il suo passato fa, poi, irruzione in scena con il volto di un antico subordinato, e lui accetta di tradire per denaro, per aiutare con quel denaro la ragazza che ha bisogno di cure indispensabili,  inutilmente però, perché un tradimento ne porta con sé sempre inevitabilmente un altro.
Ma il passato che non si cancella o redime non è tanto quello della sua storia personale, diventando invece quello della stessa origine dell'uomo nel mondo, un passato essenziale ma deformato nel suo percorso condiviso.
Nodi che si aggrovigliano dunque, senza scioglimento, identità che si sovrappongono, vite che accettano di condividersi, in una dimensione che da storica, sociale e politica si fa un po' alla volta psicologica, per poi accedere al metafisico di una condizione umana, dolorosa e che porta dolore, cui sembriamo ineluttabilmente legati.
Alla fine Dominic tenta un paradossale riscatto, ma così amaro e tragico da non riuscire a rischiarare se non per poco il cupo pessimismo di esistenze alienate da sé.
Un testo bello, anche nella traduzione, ma anche molto duro cui la messa in scena offre spazi essenziali, oltre il naturalismo distaccato e un po' brechtiano della recitazione, che transitano appunto verso quella dimensione metafisica in cui cercare risposte, che forse non ci sono ma che dobbiamo comunque riuscire a trovare per dare senso al nostro esserci nella storia del mondo.
Sono bravi gli attori ad assecondare ed insieme indagare il testo e le sue sfumature, non solo attraverso le parole, ma anche attraverso il suono della voce, la mimica e la prossemica coerente.
Visto al teatro Gobetti di Torino, ospite del Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, il 20 aprile. Buon pubblico e molti applausi per un lavoro difficile ma anche, se vogliamo, molto necessario. Fino al 24 aprile.
Di Csaba Székely, traduzione Roberto Merlo. Con Beppe Rosso, Lorenzo Bartoli, Annamaria Troisi. Regia Beppe Rosso. Scene e light design Lucio Diana, musiche Mirko Lodedo, ambientazioni sonore Guglielmo Diana, costumi Fabiana Tomasi, aiuto regia Thea Dellavalle,
collaborazione drammaturgica Debora Milone. ACTI Teatri Indipendenti /A.M.A. Factory
con il sostegno di TAP Torino Arti Performative, Regione Piemonte e MIC

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