F'Aida

Passo dopo passo, spettacolo dopo spettacolo, ogni ensemble d’arte consolida e affina il proprio linguaggio artistico. Nel caso della compagnia Mana Chuma Teatro la cifra stilistica che si va delineando, con sempre maggiore nettezza, è una sovrabbondante esuberanza degli elementi che compongono la sua scrittura scenica. Un’esuberanza che ha origine dalla struttura colta dell’elemento più strettamente verbale: parti di fattura e musicalità esplicitamente poetica e retorica si alternano a parti concepite in un dialetto aspro, chiuso, tagliente e a lunghi (talvolta eccessivamente lunghi) silenzi. Una caratteristica che poi si espande in tutti gli altri elementi dell’allestimento: quello ritmico e attorale, quello fonico e musicale, quello visivo e scenografico. Non sempre e non necessariamente si tratta di una qualità positiva dal punto di vista teatrale, ma è il dato da cui occorre partire se si vuol entrare nell’operatività artistica di questo ensemble. Questa caratteristica è concretamente visibile in “F’Aida”, lo spettacolo che ha debuttato il 25 aprile scorso nel grande teatro comunale di Reggio Calabria. In scena c’è ancora una volta da solo Salvatore Arena, il testo e la regia sono elaborati insieme dallo stesso

Arena e da Massimo Barillà, le scene (interessanti e ricche di cultura artistica) sono di Aldo Zucco, le musiche originali di Luigi Polimeni. Cosa accade in questo spettacolo? Un’azione complessa: un’azione intessuta di tanti motivi e feconda di tragici risvolti. Una faida scoppiata tra due famiglie malavitose del Reggino e immaginata nel contesto temporale degli anni ottanta del secolo scorso. Una faida di n’ndrangheta che dispiega la sua ferocia omicida e che finisce, tra l’altro, con lo schiacciare anche la vita di Rocco, un giovane membro di una delle due casate/clan che, in quanto omosessuale, per vergogna o, assurdamente, per essere protetto, viene rinchiuso per anni dal padre/padrone/boss in una oscura, sporca e disastrata cantina. A fargli compagnia solo il pensiero di quell’amore proibito, furtivo e mai del tutto consumato per Alfredo, componente del clan rivale, e una collezione di vecchi vinili che nutrono la sua passione per l’opera (e per l’Aida in particolare). Una passione musicale che sarà il solo viatico alla possibilità di liberazione e di riscatto di Rocco. Non v’è chi non veda come questo plot drammaturgico non solo porti in sé l’impronta fortissima di molta tradizione teatrale importante e di moltissima letteratura, ma anche come esso sia profondamente legato a diversi aspetti e temi della riflessione filosofica e socio-politica contemporanea. Ad esempio la riflessione sul rapporto tra il maschilismo patriarcale e la più gretta violenza criminale o la riflessione sulla discriminazione legata alla diversità degli orientamenti affettivi e sessuali. Ecco allora il catafalco del padre/padrone che, con un’immagine di ancestrale potenza, domina, condiziona e blocca la scena (come, e in quanto, ha bloccato la vita del protagonista) per l’intero corso dello spettacolo, insieme con la statua della madre, madonna, tradizionale vergine addolorata, e umanissima dea che sanguina di dolore per quel figlio. Il tutto ovviamente rivolgendo lo sguardo (anche questo non ingenuo ed anzi sostanziato di ottime letture) alla lacerata condizione umana, sociale, economica e politica della Calabria contemporanea e del Sud Italia in generale. L’esito complessivo è un vero e proprio “combattimento” espressivo tra opposte tensioni, visioni, posizioni, necessità, violenze, prepotenze, ferite: un combattimento duro, affascinante, coinvolgente, un combattimento che Salvatore Arena è magnificamente in grado di sostenere in tutta la sua complessità e durata ma che talvolta perde tensione, si blocca e che né la regia né l’attore riescono a tenere in equilibrio. Probabilmente non è ancora compiuta fino in fondo la riflessione della compagnia sul ritmo dello spettacolo come elemento centrale della mimesi teatrale e poetica: un ritmo che sulla scena non deve associarsi alla polisemia delle parole, alla cesellatura più o meno raffinata e percepibile e alla musicalità interna del verso e/o alla costruzione retorica, ma si basa struttura complessiva dello spettacolo (con un necessario e meditato lavoro di semplificazione dei motivi e di approfondimento delle singole parole) e sull’alternarsi ritmico degli elementi scenici.

F’Aida
25 aprile 2022, Teatro Comunale “F. Cilea” di Reggio Calabria.
Testo e regia di Salvatore Arena e Massimo Barilla. Con Salvatore Arena. Musiche originali e sound design di Luigi Polimeni. Scene di Aldo Zucco. Disegno luci di Luigi Biondi. Regista assistente Mariano Nieddu. Assistente alla regia Ylenia Zindato. Realizzazione madonna Grazia Bono e Caterina Morano. Equipe tecnica di scenografia Gianclaudio Attanasio, Roberto Attanasio e Mariapaola Chillemi. Tecnico luci Francesco Sequenzia. Coordinamento comunicazione e promozione Elizabeth Grech . Comunicazione integrata Rosario Di Benedetto / CSAV.

Foto Marco Costantino

Stampa Email