Intervista a Marco Pernich

Il progetto di portare in scena l’opera di Bulgakov, nasce dalla consapevolezza che nel romanzo vi siano tutte le istanze del mondo contemporaneo, gli interrogativi dell’uomo oggi, il suo bisogno di elevarsi per comprendere quanto accade intorno. Facendo proprie queste istanze Marco Pernich, dà vita a questo progetto. Nel fare un adattamento teatrale di un’opera così articolata e complessa, diventa necessario trovare strategie risolutive, Marco Pernich ne trova diverse sia a livello drammaturgico che di ambientazione scenica. Il Maestro e Margherita è in conclusione un’opera estremamente sfaccettata, che ha bisogno di più riletture per essere compresa fino in fondo e che non smette mai di sorprendere il lettore. La vicenda si svolge in un circo e Satana stesso diventa quasi un eroe del circo né uomo né donna, una figura ambigua che facendo il male persegue il bene, Margherita è anche Gesù nella scena di Ponzio Pilato e il suo sacrificio è il sacrificio di tutte le donne.  Queste soluzioni

rendono agevole la rappresentazione di due ore e più di spettacolo e assicurano una continua variazione ritmica legando i diversi elementi del romanzo. L’adattamento teatrale attrae subito per la grande capacità di concertare i diversi elementi della narrazione, concertazione che, se non si può definire musicale, è sicuramente di grande fascino: suoni, rumori, sfondi, dialoghi, movimenti dei personaggi sono posti sotto l’occhio dello spettatore nella cruda verità del teatro ed emergono in modo poetico ed emblematico. In Bulgakov i dettagli realistici, la vivezza della scena, i particolari grotteschi, comici, incongrui hanno la funzione di presentare un mondo inafferrabile per i personaggi e per lo scrittore. Nell’opera i nuclei narrativi sono tre: la storia di Gesù e Ponzio Pilato, la comparsa di Woland e del suo seguito a Mosca e la storia dei due innamorati. Pernich riesce a salvare tutto, intersecando i diversi momenti. Non solo le tre vicende si completano l’una con l’altra, ma i tre piani narrativi si concludono contemporaneamente. Ovviamente a tenere le redini del gioco e a rendere possibili questi legami è Woland che appare stanco di tanto male. Colgo alcune riflessioni da parte del pubblico: “Uno spettacolo da meditazione. Uno spettacolo che chiede raccoglimento (agli spettatori ma anche e soprattutto agli attori). Uno spettacolo che postula Dio”.
Rivolgo alcune domande a Marco Pernich per capire meglio tutto il lavoro che è alla base della messa in scena.

Come è nato il progetto?

"Lo spettacolo fa parte del progetto Voland-19 che in tre anni di lavoro ci ha condotto a esplorare il romanzo in tutte le direzioni.
È costruito su due assi: un percorso di formazione teatrale a 360° -attore drammaturgia scenografia etc.- coi giovani che ha condotto alla realizzazione di un primo spettacolo;
l'altro un percorso di ricerca artistica fatto con la Compagnia -e completamente diverso. L’intero Progetto va sotto il nome di Voland-19 perché il COVID è stato come Voland per il teatro. Lavorando dal 2019 i due percorsi sono diventati vieppiù divergenti. Coi ragazzi è stato messo in scena il romanzo; con la Compagnia una meditazione sul romanzo".

Come è avvenuta la costruzione drammaturgica?

“Con la Compagnia attraverso un lunghissimo lavoro di ricerca tra improvvisazioni riscritture in scena e sperimentazioni è stata realizzata una riscrittura del romanzo in cui si è data la possibilità ai Personaggi di dire ciò che nel romanzo non hanno potuto dire. Anche la messa in scena ha preso due strade diverse e con la Compagnia si è imposto il tema del Circo dei Morti: ‘morti sono la verità dei vivi’ (T.Kantor). Oggi noi non crediamo più al Diavolo. Quindi se comparisse a Milano come a Mosca nel 1930 non otterrebbe lo stesso effetto. Ma il Diavolo ha un compito -eterno-: "sono parte di quella forza che eternamente vuole il male e eternamente opera per il bene" (Goethe -citato anche da Bulgakov in epigrafe del romanzo). Quindi deve continuare fino alla fine dei tempi la sua missione: portare il caos la morte le fake news come strumento di trasformazione e per chi ha un'evoluzione interiore sufficiente o comunque è un essere umano ‘in cerca’ essere occasione di trasformazione e addirittura di salvezza. Ma se nessuno crede più che fare? Woland allora ha radunato i suoi accoliti Korovev e Behemot più Margherita il Maestro Ivan Bezdomnij e Ponzio Pilato trasformati in saltimbanchi (J.Starobinskij: il Saltimbanco come Guida dell’Oltre) e con loro va in giro a raccontare la storia dell'ultima volta in cui hanno agito sulla Terra: Mosca 1930. Non uno spettacolo quindi ma un rito iniziatico cui lo spettatore è ammesso ad assistere attraversando un portale e che per chi sarà pronto si trasformerà in occasione di ricerca interiore e trasformazione (in greco 'metanoia')”.

Qual è il rapporto fra lo spettacolo e il romanzo?

“Lo spettacolo cita il romanzo ma non è una messa in scena dello stesso. È una riflessione su di esso
e ci offre una possibilità di riflessione su noi stessi e sulle dimensioni invisibili della realtà che
anche se noi non ci crediamo più esistono e sono efficaci anche nel nostro piano di realtà. Insomma
se fossimo coraggiosi diremmo che lo spettacolo pone la domanda sul 'senso della vita' e quindi
sulla struttura intera dell'Universo. Rispetto al romanzo la rappresentazione ha permesso di
Un lavoro lontano dal teatro-teatrale e dal teatro come intrattenimento o come ricerca
intellettualistica che mette in questione i pilastri stessi della Realtà e delle sue molteplici
dimensioni. Uno spettacolo lontano anni luce del 'teatro che si fa' -anzi uno spettacolo che mette
radicalmente in questione il Teatro-che-si-fa e che viene distribuito nei Grandi Teatri o nei Circuiti
che un tempo si chiamavano Alternativi e che oggi ci appaiono -sia gli uni che gli altri- senz'anima.
Uno spettacolo sul Senso. Anche sul Senso del Fare Teatro in un tempo in cui il Teatro è stato
espulso dalla Cultura diffusa e museificato. E sul Senso della Vita -appunto”.

Come siete arrivati alla stesura del copione?

“Dal punto di vista drammaturgico abbiamo operato per tappe successive: dopo una lunga ricerca
sui materiali testuali prodotti da alcuni drammaturghi abbiamo fatto una lunga serie di improvvisazioni. Da tutti questi materiali abbiamo creato un primo testo -sterminato- sul quale abbiamo lavorato per approssimazioni successive e per vederlo alla prova della scena. Così siamo arrivati a giugno 2021. A settembre 2021 ho presentato un testo molto ridotto che si è allontanato dalla struttura narrativa del romanzo che nel testo precedente era ancora conservata. Il testo era sensibilmente più breve ma ancora lungo. Abbiamo lavorato quindi alla messa in scena con un'ipotesi di scena e di schema di drammaturgia visiva. A gennaio 2022 ho presentato un testo ulteriormente riscritto e sensibilmente più breve che ha portato a una ridefinizione totale della pianta della scena e dell'immagine complessiva”.
Un lungo lavoro e tanta dedizione. Studio Teatro Novecento è un luogo nel cuore della città in cui è possibile sperimentare tutti i mestieri del teatro e in cui è possibile confrontarsi con i giganti della letteratura, è un luogo di studio appunto.
In scena con abilità nei movimenti e nelle espressioni del viso, nei giochi di voce, abbiamo potuto applaudire: Francesca Contini; Max Toffalori; Stefania Lo Russo; Christian Gallucci; Valentina Sangalli; Eleonora Pisano; Riccardo Serra. Tutto questo progetto si è svolto anche grazie alla consulenza scientifica del professor Stefano Aloe dell’Università di Verona.

IL CIRCO DEI MORTI PRESENTA:
FANTASTICA ED AUTENTICA STORIA DEL FAMOSO MAESTRO
E DELLA SUA AMANTE MARGHERITA
da Il Maestro e Margherita di M.A. Bulgakov
progetto di Marco Pernich
Milano, Studio Teatro Novecento,16 maggio 2022

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