Il nero, tra il buio e la luce

Scritto da Nadia Milani.

Uno dei maggiori fascini del teatro di figura è la sua capacità di ricreare mondi a sé, di calare lo spettatore in una dimensione che con le leggi del reale ha ben poco da spartire. L’incorporeità delle ombre, la legnosità dei pupi, la levità delle marionette inducono appunto a dimensioni “altre”, così come accade con i burattini, improbabili per definizione essendo tagliati a metà dalla cintola in su, oppure col teatro d’oggetti che è solo metafora dichiarata. E poi c’è il teatro su nero: un non luogo dove ogni alterazione del reale diventa possibile e dovuta, uno spazio che pare voragine ed è invece bidimensionale, costretto com’è dentro il fascio di luce che crea l’illusione. Il nero che partorisce magie, sogni, incantamenti. Il nero che rende invisibili gli animatori seppure concretamente presenti: servi di scena e demiurghi ad un tempo. A raccontarci quest’arte è Nadia Milani, talmente innamorata del teatro su nero da diventarne guida preziosa.

Alfonso Cipolla

IL NERO, TRA IL BUIO E LA LUCE
Nadia Milani

Premessa: le mie origini

Ricordo che la prima volta che ho partecipato alla creazione di uno spettacolo di teatro
su nero era il 2003. Avevo appena 21 anni e non sapevo come si facesse. Non sapevo
neanche da che parte si potesse partire. Sapevo solo di essermi innamorata. Come ci si
innamora a quell’età. Senza paure o particolari pudori, ma solo di una passione
travolgente. Volevo entrarci in quel nero, imparare ogni cosa. Fare le magie. Diventare
invisibile come i supereroi dei fumetti. Stupire il pubblico. Ero spaventata ed
entusiasta, piena di energie e domande. Quasi troppe. Così ricordo che Jolanda Cappi,
donna potente e audace che per lunghi anni è stata una delle mie straordinarie maestre,
senza troppi fronzoli e senza troppa pazienza mi disse: “Tieni, leggi questo. Poi ne
riparliamo.” E mi mise tra le mani un testo che fino ad oggi ha segnato il mio percorso
artistico e professionale, eleggendone l’autore ad essere uno tra i miei poeti e filosofi
preferiti. Il testo era La poetica dello spazio di Gaston Bachelard.
Qual è il luogo dove nasce la poesia? In quale spazio particolare, specifico, sorge
l’immaginazione e si fa parola, verso, immagine? È forse lo spazio attraversato dalla
vita, dalla morte, dall’amore, dalla natura? Lo spazio dell’immensità intima, dove la
nostra esperienza trova la sua dimora, il guscio entro cui ripararsi e ritrovarsi.
Con il tempo capì che per Jolanda, il nero era quello spazio.
E ben presto, lo divenne anche per me. Perché dentro quel nero mi nego alla vista
eppure sono presente, mi sento al riparo, come nella pancia della mamma, laddove ci
sei, ti fai sentire, ma nessuno ti può vedere.
Prima di mettermi alla prova attraverso la scrittura e la regia per il teatro su nero, ho
passato molti anni dentro il buio. Conosco ogni suo segreto. Ogni angolo, ogni limite,
ogni meraviglia. Forse.
Una cosa però non è mai cambiata. Tutt’ora, infatti, mi sento innamorata. Di un amore
più consapevole, che ha subito i suoi tentennamenti. Eppure, ha resistito al tempo.
E a molte tempeste.

Ma che cos’è il teatro su nero?

Il teatro su nero, è una tecnica specifica del teatro di figura che si avvale di particolari
metodi grazie ai quali l’animatore di oggetti e figure si rende invisibile all’occhio dello
spettatore. Grazie a quelli che chiamiamo “tagli di luce”, gli oggetti appaiono sospesi
nello spazio nero del palcoscenico e i pupazzi, gli oggetti e le figure, sembrano
muoversi da soli. La componente magica e immaginifica di questa tecnica, affascina
gli spettatori e le spettatrici che possono perdersi in mondi che appaiono e scompaiono
davanti ai loro occhi. Il nero del palcoscenico, appare immobile, vuoto, profondo,
informe, ma la vita, con tutta la sua potenza, si scatena in un istante. Il nero non è più
solo un colore, ma è uno stato fluido del corpo, diviene linfa vitale per degli “extra-
corpi”, fuori da te, ma che grazie a te, prendono vita. E “l’animatore su nero”, vestito
rigorosamente di solo velluto con viso e mani coperte da cappuccio e guanti, è proprio
lì, sospeso in un luogo nascosto tra la luce e il buio, che è il luogo del respiro, il luogo
inatteso entro cui si creano e si distruggono le immagini, il luogo dello stupore e
dell’immaginato che diviene reale. Il respiro, è all’inizio e alla fine di ogni cosa. È ciò
che differenzia l’Umano dall’Inanimato: infondere respiro è il primo passo per dare
Vita ad una creatura immobile. Ed è proprio in quella linea di penombra, in quel limbo
di luce, che l’animatore su nero, invisibilmente, attraverso un “passaggio di anima”,
dona e nega costantemente la Vita.

Piccola parentesi sulla storia

Cosa significa scrivere per il teatro su nero contemporaneo?
Che domanda difficile. Una domanda che mi riempie di molte altre domande a cui
provo a rispondere, cercando di fare più ordine possibile. Naturalmente, non posso dare
una risposta assoluta, proverò a dare la mia, che si compone di un’esperienza e di un
metodo a cui sono appartenuti errori, tentativi, scelte ed anche qualche successo e che
ancora sta cercando la sua forma, rimodulandosi, di volta in volta. Non sono molte le
realtà con cui posso confrontarmi perché soprattutto sul territorio nazionale, il suo
utilizzo non è particolarmente diffuso. Così come le sue origini non sono così certe,
non ci sono, che io sappia, fonti dettagliate che raccontino della sua nascita e della sua
successiva diffusione. Si racconta di un’antica origine nella Cina Medioevale, del suo
sviluppo nel Giappone del XVIII secolo, della cinematografia fantastica di Georges
Méliès tra fine ‘800 e inizi del ‘900, fino ad arrivare alla modernità degli anni
Cinquanta in cui il teatro nero ha messo radici soprattutto nella Repubblica Ceca e in
particolare nella sua capitale, Praga, dove è un vero vanto per l’intera città.

La nascita di un’idea

Come per ogni spettacolo teatrale anche una drammaturgia per il teatro su nero parte
dalla spinta dettata da un’urgenza, che si avvale di una tematica, di testo inedito o di
un testo preesistente. Non esiste un repertorio di testi scritti appositamente per il nero,
quindi, anche quando incontriamo una storia, una fiaba, un racconto che desideriamo
inscenare, essa va adattata e riscritta. Ci sono testi che, a mio avviso, si prestano più di
altri a essere rappresentati attraverso la tecnica del teatro su nero: penso alle dimensioni
oniriche, fantascientifiche, alle storie di magia, al mondo dei ricordi, alle situazioni
surreali, alle atmosfere notturne, perché, cosa non scontata e di cui tener conto durante
la scrittura o la riscrittura, è che è molto difficile, se non quasi impossibile, ricreare una
luce diurna durante uno spettacolo di teatro su nero.
Quindi il principio della scrittura, nasce già insieme all’idea. Se la nostra urgenza
narrativa si sposa con le atmosfere e gli incanti propri del teatro su nero, la nostra scelta
si compone già di strumenti narrativi e drammaturgici che proiettano lo spettacolo
all’interno di una determinata sfera immaginifica.

Scrivere.

Ma quali sono questi strumenti si compone la scrittura? Perché scrivere per il teatro su
nero non significa necessariamente stilare un copione fatto di battute o dialoghi. Anzi,
essa si compone di moltissimi ingredienti che non possono prescindere gli uni dagli
altri perché non sono scindibili, ma concorrono tutti insieme alla creazione
dell’immaginario che darà vita allo spettacolo. Spesso il “testo” si articola di una
scrittura per immagini che, se letta, può risultare incomprensibile per chi non conosce
la materia a cui si sta approcciando. Il nero si nutre infatti di un linguaggio familiare
assai articolato, di una sintassi ricca di diciture, di modi e termini che non sono
ricorrenti o soliti nel linguaggio comune. Io spesso scrivo attraverso uno storyboard,
disegno, faccio schizzi, li metto in sequenza, perché ho bisogno di mettere sulla carta,
quello che ho dentro la testa, ho bisogno di vederlo, di comporlo e scomporlo. Per farlo
utilizzo cartoncini neri e matite colorate. Riempio il nero del mio foglio come se fosse
lo spazio nero del palcoscenico.
Prima di scegliere di utilizzare la tecnica del teatro su nero quindi, credo che la prima
domanda fondamentale a cui rispondere sia: qual è la sua reale funzione drammaturgica
per lo spettacolo che voglio inscenare? Cosa mi aspetto dal suo potenziale
immaginifico?
Perché decidere di entrare nel mondo del teatro su nero equivale ad appropriarsi di una
grammatica complessa e spesso controversa che si nutre, sì, di meraviglia e di un
enorme potenziale immaginifico, ma anche di eccessi e di alte pretese.

La grammatica

La prima cosa è, forse banalmente, l’approfondita conoscenza: generalmente, scrivere
per il teatro su nero significa allenare costantemente la propria creatività. È stimolante,
incuriosisce, rende fieri. Perché vedere un proprio immaginario che si materializza
davanti ai propri occhi, è un’esperienza elettrizzante. Ma credo fermamente che per
scrivere per il nero, si debba conoscerne ogni aspetto, che sia necessario appropriarsi
della tecnica, studiarne le possibilità e i limiti, lasciare libera l’immaginazione e
contemporaneamente frenarla, come un cavallo al galoppo che improvvisamente si
trova davanti ad un dirupo. Se non sai come fermarlo, ci cadi dentro.
Di base appare molto semplice. Ci sono dei sagomatori. Un taglio di luce. Oppure una
luce di wood. Degli animatori vestiti di velluto nero. E il buio assoluto, dove non può
e non deve filtrare neppure la più flebile luce, perché, nel buio, essi si nascondono per
diventare invisibili. Risuona come una magia. Ed effettivamente lo è. Ma dietro questa
semplicità, si sovrastruttura una tecnica fatta di moltissimi fattori che coesistono in
perfetto equilibrio. Proprio come una ricetta magica, perché se si sbaglia anche un solo
ingrediente, essa non funzionerà.
Infatti, di pari passo alla conoscenza della tecnica, penso sia necessario avere coscienza
della drammaturgia luminosa di cui essa si compone: non è possibile scrivere per il
nero senza tener conto delle luci di cui si nutre, fatte di tagli e di spazialità che si
stagliano su piani orizzontali a cui manca la profondità. Bisogna saper immaginare un
muro di luce che non può essere valicato, se non per scelta, certo, ma se si comprende
che quel muro immobile può capovolgersi, può riempirsi di apparizioni e sparizioni,
può stupire con ribaltamenti del punto di vista, allora il proprio scrivere potrà arricchirsi
degli immaginari tra i più disparati. Inoltre, una particolarità di cui tener conto, è che
nel nero, l’occhio dello spettatore o della spettatrice, perderà completamente la
percezione dello spazio. Non avrà il riferimento del suolo, né delle pareti, i confini
spaziali vengono assorbiti dal nero e possono essere ridisegnati continuamente, le
proporzioni di un oggetto diventano irreali, e spesso quello stesso oggetto sembra
volare altissimo, quando, in verità, è alla portata di un braccio teso sopra la testa.
Il nero richiede aria, gli oggetti possono prendere spazio, liberarsi; il nero accoglie le
simmetrie, la fluidità, tende alla perfezione, gli errori si rendono immediatamente
visibili, è un linguaggio che si nutre di una estetica raffinata e pretenziosa e di una
tecnica molto rigorosa.

L’immaginazione.

Bisogna saper immaginare che le leggi fisiche possono essere sovvertite. La gravità
può non esistere, il tempo può sospendersi, il mio muro verticale può diventare il
pavimento attraverso cui, chi guarda, vedrà dal basso verso l’alto come se fosse
sottoterra. Il nero, accoglie. Ogni pensiero, ogni possibilità. È contemporaneamente
ontologico e deontologico. Le parole a volte accompagnano, altre volte danno peso alle
immagini, altre volte non si rendono necessarie perché la comunicazione si sposta su
un altro livello, dove le immagini diventano protagoniste indiscusse della messa in
scena.

La consapevolezza.

Molto importante è rendersi consapevoli che nel nero, tutto può prendere vita. Quella
del teatro su nero è infatti una tecnica che in sé stessa, può contenere molti linguaggi:
il teatro degli oggetti, il Bunraku giapponese, l’utilizzo di forme e materie prime, stoffe,
plastiche, carta, marionette ibride, marionette portate e qualsiasi cosa sia immaginabile.
Si apre alla sfida costante della commistione di più linguaggi, diviene contenitore di
possibilità infinite che si fondono in processi di ricerca e sperimentazione. Questa
potenziale ricchezza è la sua grande forza ed anche il suo più grande limite. Perché
pone costantemente davanti ad una scelta. E, almeno per me, è spesso molto difficile
poter fare questa scelta a priori. Senza dubbio, sono consapevole di dover essere
sempre pronta a ridiscuterla, se si renderà necessario. Perché il nero ha spesso la
capacità di stupire anche chi lo ha immaginato: è una sfida costante quella che
intercorre tra le parti, perché se lo si lascia libero, spesso sa sorprendere, è generoso,
suggerisce quando non sai, riempie gli spazi vuoti, mostra distintamente forme e
immagini anche laddove esse stesse non esistono, i neuroni specchio sono
costantemente stimolati, e l’occhio che scrive, che immagina, che dirige, deve esser
pronto a cogliere l’inaspettato per saperlo replicare.

Le mani.

Una cosa da non dimenticare mai durante la scrittura, sono le mani che si hanno a
disposizione. Le mani, che sono lo strumento primo di chi sceglie di dare vita a oggetti
e creature inanimate, sono il tramite prezioso e necessario per portare in luce le proprie
immaginazioni. Ma se scriviamo, se fantastichiamo paesaggi troppo complessi o
troppo ricchi, sarà difficile che essi possano trovare una reale realizzazione. Di uguale
importanza, è la scelta dei materiali, dei colori, delle fattezze delle figure e la loro
costruzione, il loro peso, perché per dare forma alle composizioni d’immagine, bisogna
sapere che ogni materiale reagirà a suo modo sotto la luce di taglio, alcuni saranno
molto visibili, altri quasi non si vedranno, meglio pensare a dei colori accesi, non
troppo scuri, ricordando che il bianco spesso può aiutare a rendere ancora più invisibili
gli animatori perché “acceca” seppur impercettibilmente, gli occhi degli spettatori. Le
creature che prenderanno vita non dovranno avere troppe sporgenze o volti complessi,
perché si creeranno ombre che limiteranno la loro visibilità. Sono prediletti occhi
grandi e brillanti, lineamenti semplici e volumi importanti. Si passerà da quelli che
vengono comunemente chiamati “prototipi”, fatti con ciò che si ha, con quello che si
recupera o che si trova. Credo che esista il paese dei prototipi, da qualche parte. Quelli
che poi vengono soppiantati dai “definitivi.”

La musica.

Altro aspetto di fondamentale importanza per me, è la drammaturgia musicale che
avanza di pari passo all’azione scenica. In ogni processo di creazione mi ha sempre
accompagnata un o una musicista che ha composto le musiche originali dello
spettacolo. Bisogna imparare a comprendere il valore delle sospensioni e dei silenzi, la
necessità dei cambi di ritmo, quanto una musica appositamente composta possa
sorreggere l’azione e darle forza, sottolineare gli istanti, mettere gli accenti giusti al
posto giusto, in quanto essa diviene il vero copione che sostiene le immagini, le
accompagna e ne esalta le atmosfere e gli incanti. Come nella danza o nel teatro fisico,
le figure prendono vita in un tempo e uno spazio sospeso, effimero, delicatissimo. Il
corpo invisibile degli animatori, diviene il “deus ex machina” che dà inizio e sviluppo
all’azione scenica.

Il momento.

Una volta compresi e fatti propri questi strumenti, arriva per me il momento più
divertente: quello della sperimentazione, della ricerca, del gioco. Il momento in cui
darsi delle possibilità. Rendersi osservatori attenti della realtà per riprodurla per
emulazione o per sovvertirla per provocazione. È il momento dell’errore, del tentativo
che si fa scelta; è il momento delle domande e dell’attesa delle risposte giuste, il
momento dell’abbandono ed anche della certezza di non farcela; è il momento in cui
un piccolo successo diventa pura gioia. È il momento dell’ascolto, del confronto, della
creazione di legami profondi con chi, insieme a te, vive dentro quello stato di
invisibilità. Ed io, ho la fortuna di aver sempre avuto e di avere tutt’ora, degli
insostituibili compagni di viaggio.
È il tempo in cui scegliere le parole importanti. Il tempo di riempire per poi togliere,
cercando l’essenziale, trovando il giusto equilibrio. È il tempo in cui la forma si unisce
indissolubilmente alla sostanza. È il tempo della chiarezza. È il tempo della cura.
È il tempo che sembra sempre non bastare mai.

E poi, c’è il luogo.

Il nero.
Quello che ho scelto.
Quel luogo dell’immensità intima e della profonda concretezza.
Quel luogo infinito dove, per me, nasce la poesia.

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