Palmyre, les bourreaux

Il Campania Teatro Festival 2022 ha sottolineato anche quest’anno la volontà di creare un sito teatrale collocato all’interno del Reale Bosco di Capodimonte, antico ed elegante polmone verde all’interno della città di Napoli, luogo che, secondo le ultime indiscrezioni, probabilmente accoglierà anche la prossima edizione del Festival, concentrando spettacoli, eventi ed incontri all’ombra degli alberi secolari, tra i cortili e le sale del famoso Museo e della stessa Reggia di Capodimonte e dei suoi giardini, rendendo il Parco una vera e propria cittadella teatrale. A conclusione del Festival, che ha presentato anche quest’anno diverse sezioni  (Sezione Internazionale; Sezione italiana; Sezione Osservatorio; Sezione Letteratura; Sezione Sportopera; Sezione Musica; Sezione Danza; Sezione Progetti Speciali) e l’elegante programma di POMPEI THEATRUM MUNDI, ci soffermiamo in particolare sulla sezione dedicata agli spettacoli internazionali, in verità, meno ricca delle altre poiché presenta solo 5 spettacoli;

ribadiamo, dunque , il desiderio del pubblico e degli addetti ai lavori di assistere ad un maggior numero di spettacoli stranieri. In ricordo del carattere internazionale di questo Festival, pur con l’attenzione rivolta costantemente alle drammaturgie campana, del Sud ed italiana, si auspica, per gli anni a venire, un ritorno ad un’offerta internazionale maggiorata, arricchita, accattivante, soprattutto in lingua straniera, che possa stimolare anche gli spettatori più attenti, affinché si possa conoscere la produzione europea ed extra europea, proponendo delle collaborazioni e dei gemellaggi con Festival Internazionali che permettano degli scambi proficui.
Allontanandoci dalle proposte degli spettatori “critici”, lasciamo spazio all’osservazione di uno degli spettacoli stranieri proposti dal Festival, uno dei pochi in scena all’interno di un teatro e non tra i giardini di Capodimonte, spettacolo in debutto assoluto che rimanda all’attenzione rivolta quest’anno agli eventi bellici in atto, purtroppo, in tutto il mondo. Argomento sollevato e ricordato spesso dai media, dai giornalisti e da attenti studiosi, è bene sottolineare che la questione siriana forse è stata posta per un momento in stand-by a causa dell’attenzione mediatica e politica rivolta verso gli effetti della guerra che ha coinvolto Ucraina e Russia e, inevitabilmente, anche l’Europa.
Lo spettacolo proposto dal Festival, scritto e diretto da Ramzi Chouckair, regista e attore libanese, direttore e ideatore di luoghi e festival a Damasco, è presentato al Campania Teatro Festival come ultima parte di una trilogia. L’artista è una presenza nota sul territorio napoletano, grazie a diversi progetti e collaborazioni che lo hanno coinvolto, in passato, anche a fianco di artisti campani.
In scena delle panchine e dei lampioni, installazioni video proiettate su un telo/tenda/sipario posto sul fondo, a cura di Ayman Nahle, ed un musicista/attore Saleh Katbeh.
A Jamal Chkair viene affidato il compito di moderatore-narratore, di colui cioè che collega gli interventi degli attori in scena, creando una struttura drammaturgico-narrativa che non presenta nessun orpello, nessun arricchimento, ma viene offerta al pubblico come testimonianza reale di ciò che i protagonisti hanno vissuto.
Parliamo di tre attori/narratori, due donne e un uomo che raccontano al pubblico ciò che hanno vissuto quando erano prigionieri del regime siriano. Fortunatamente sopravvissuti, accolgono il pubblico con volti sereni e sorrisi, inserendo una certa ironia nel racconto che vela ogni parola e che attrae il pubblico. All’inizio dello spettacolo, infatti, i protagonisti potrebbero ingannare lo spettatore e mostrarsi come attori che raccontano le terribili esperienze vissute da altri: la semplicità del racconto, costellato di ricordi fortemente nitidi, pian piano sembra trasudare emozioni. Il pubblico si rende conto che sul palcoscenico non recitano degli attori, ma veri e proprio prigionieri che raccontato le violenze subite, fisiche e soprattutto psicologiche.
L’intero spettacolo è costruito sull’estrema semplicità del racconto che si evolve con lentezza, quella lentezza antica che caratterizza i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente e che conduce per mano ogni spettatore, anche quello più distratto o scettico. L’autore e regista si è mostrato attento nell’evitare che emergessero pungenti questioni religiose o politiche: i protagonisti si confrontano come uomini e donne ai quali sono stati negati ripetutamente i diritti umani.
Non emerge nessuna violenza persuasiva nel racconto, i nostri protagonisti si offrono al pubblico, hanno voglia di raccontare, sorridono mostrando una profonda dignità nel raccontare il dolore, l’odio, ma soprattutto un’assuefazione al perdono che sembra ai nostri occhi incomprensibile.
Davanti a tazzine di caffè i racconti delle due donne, una con velo islamico, l’altra più anziana con i capelli corti, comunista combattente sin dalla giovinezza, e dell’uomo, ex studente turco condannato all’ergastolo, si intersecano e si srotolano attraverso la lingua araba, così lontana e così vicina, generando quella magia che si crea ogni volta che si racconta: la lingua straniera e i sovratitoli proiettati in italiano si fondono e tutti ascoltano all’unisono, nello stesso tempo e senza distinzioni di lingua.
Mentre le donne raccontano il coraggio e le violenze, gli uomini descrivono le prigioni e l’incomprensione. Tutti continuano a vivere nel terrore, nella paura di essere arrestati, rapiti, picchiati, uccisi, secondo una incomprensibile norma che vige tra i popoli soggetti a tirannide.
L’intera struttura drammaturgica sembra non esistere: il regista e autore ha lasciato al flusso di pensieri i raccordi tra le parti di racconto che i protagonisti intervallano a turno sul palcoscenico. Ogni immagine ricordata sembra intersecarsi con le altre, sollevando il pensiero del pubblico verso riflessioni profonde: la religione, il rispetto umano, i legami familiari, gli amori, i figli, il senso della vita, il perdono. Un’unica domanda emerge: perché? Qual è la colpa?
Coinvolge fortemente il racconto dell’anziana e coraggiosa Fadwa che ricorda e afferma, senza lacrime, di aver ripudiato l’amatissimo fratello, colui con il quale era cresciuta. Le loro strade si sono divise: lei comunista ribelle e oppositrice del regime, lui avido di potere diventa un rispettato Alto Ufficiale dei Servizi Segreti del regime, “accogliendo” nelle sue prigioni anche la sorella. La morte del fratello viene raccontata da Fadwa con lucidità.
Tutti i protagonisti raccontano con lucidità, tutti sono fuggiti e si sono rifugiati in Europa, ma non dimenticano. Tutti hanno pensato di essere sul punto di morire.
L’eleganza del racconto e dei volti di questi attori/narratori è intensa. Il pubblico esplode in un applauso rumoroso e profondo, il rischio che si correva era la noia di un racconto che invece scorre veloce ed appassionato.
Questo spettacolo non è da immaginarsi tale, secondo i criteri a cui siamo abituati, ma è da definirsi una testimonianza/spettacolo, simile a quelle che osserviamo in televisione, ma fortunatamente con i tempi rallentati tipici del racconto attorno ad un caffè, della confessione e delle confidenze rivelate sul palco del teatro.
L’intimità di questi racconti, la dolcezza e la delicatezza delle voci, che contrastano con la durezza e la crudeltà delle immagini riprodotte attraverso le parole, sembrano restringere le pareti del grande teatro Politeama di Napoli, fino ad accogliere il pubblico all’interno di un immaginario piccolo salotto in penombra. In realtà ci troviamo a Palmira, come dice il titolo, antichissima città siriana, il cui nome oggi sopravvive in una piccola città colpita dal regime, ma memore di ricchissime culture antiche. A Palmira sopravvivono anche i carnefici, LES BOURREAUX appunto, esplicita dichiarazione di colpevolezza denunciata dall’apparentemente innocuo titolo di uno spettacolo.

Foto Salvatore Pastore – ag Cubo

Campania Teatro Festival 2022
PALMYRE, LES BOURREAUX
5 luglio 2022 Teatro Politeama, Napoli
SCRITTO E DIRETTO DA RAMZI CHOUKAIR
CON FADWA MAHMOUD, RIAD AVLAR, JAMAL CHKAIR, SAMAR KOKASH, SALEH KATBEH
CONSULENTE ARTISTICO CÉLINE GRADIT
ASSISTENTE ALLA REGIA OMAR ALJBAAI
LUCI FRANCK BESSON
CREAZIONE MUSICALE SALEH KATBEH
CREAZIONE VIDEO AYMAN NAHLE
TRADUZIONE FRANCESE CÉLINE GRADIT E RAMZI CHOUKAIR
TRADUZIONE ITALIANA ANNAMARIA BIANCO
LOGISTICA MARIA HELLBERG
DIREZIONE DI PRODUZIONE SOPHIE BLANC
PRODUZIONE/DISTRIBUZIONE KAWALISS/CIE
COPRODUZIONE CIE KAWALISS, EXTRAPOLE PROVENCE-ALPES-COTE D’AZUR, CHATEAUVALLON-LIBERTE, SCENE NATIONALE, LA CRIEE, THEATRE NATIONAL DE MARSEILLE, BONLIEU, SCENE NATIONALE ANNECY, ANTHEA-ANTIPOLIS, THEATRE D’ANTIBES, THEATRE DU BOIS DE L’AUNE, AIX EN PROVENCE, 3 BIS F – CENTRE D’ARTS CONTEMPORAINS D’INTERET NATIONAL A AIX-EN-PROVENCE, RESIDENCES D’ARTISTES ARTS VISUELS & ARTS VIVANTS
CON IL SUPPORTO DI MINISTERE DE LA CULTURE – DRAC PACA, REGION SUD, DEPARTEMENT DES BOUCHES-DU-RHONE, VILLE DE MARSEILLE, FONDS EURO-MEDITERRANEEN DE DEFENSE DES DROITS DE L’HOMME, MENA PRISON FORUM, AN INITIATIVE OF UMAM DOCUMENTATION & RESEARCH, ASSOCIATION OF DETANEES AND THE MISSING IN SEDNAYA PRISON – ADMSP
DURATA 1H+20MIN
DEBUTTO ASSOLUTO
SPETTACOLO IN LINGUA ARABA CON SOVRATITOLI IN ITALIANO

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