Storia di un cantastorie

Ovvero la vita, breve ma intensa, di Giuseppe Cereghino detto “Scialin”, contadino e appunto cantastorie, con tutta la sua famiglia originaria di un piccolo paese nella ligure Valfontanabuona che dalla città di Chiavari si insinua nell'appennino fino al suo spartiacque. Ma soprattutto la vita di un eretico (parola che improvvisamente irrompe in scena a segnare il suo cambiamento), quasi suo malgrado, forte nella sua fede valdese pur nell'isolamento e nella paura che una comunità bigotta spingeva contro questa famiglia. Una famiglia che, nel suo girovagare invernale (quando i campi riposano) tra le fiere di Liguria e del Piemonte, aveva casualmente incontrato quella fede 'diversa' e se ne era impossessata per la semplicità del suo aderire e illuminare la vita di tutti i giorni, forte delle proprie limpide convinzioni ma senza la pretesa di convincere. Giuseppe si innamora ricambiato di Vittoria che però è cattolica e nella generale ostilità i due cercano di rendere quel legame, come i manzoniani Renzo e Lucia, regolare e onesto nonostante tutto,

dichiarandosi sposi davanti a Dio e agli uomini. Ma la cattiveria e la persecuzione non tardano, e così Giuseppe e Vittoria, in attesa del primogenito, sono condotti in città e in Tribunale dalle loro montagne, a piedi e caricandosi di una vergogna che non appartiene loro, nonostante le grida della gente.
Siamo nel Regno di Sardegna e nel 1853 e così qualche voce liberale si leva in loro difesa, fino alla conclusione che ovviamente non riveliamo.
Una storia dunque straordinariamente semplice eppure altrettanto straordinariamente significativa, che ci parla di persecuzioni religiose e del rifiuto di ciò che è considerato diverso, anche se vive senza proclami ma con la sincerità di chi vuole praticare, talvolta riuscendovi, i principi e i valori che ha liberamente scelto per sé.
Ed è proprio in questa semplicità la forza profonda di un narrare che richiama il passato per mostrarci un presente distorto e opacizzato dal troppo e sguaiato gridare che sempre più ci circonda e sovrasta.
Quella piccola comunità familiare valdese, lontana dalle valli piemontesi in cui l'eresia si era abbarbicata, confinandosi per esserne protetta, fu alla fine costretta a lasciare le sue valli liguri per emigrare in America e continuare a vivere.
Ma erano cantastorie e le loro storie sono rimaste, per molti anni quasi dimenticate ma abbastanza forti per essere rintracciate da orecchie attente e recuperate da cuori ancora generosi.
Daniela Ardini, dal breve romanzo di Giovanni Meirana, ne ha ricavato qualche anno fa questo spettacolo, questa sorta di felice riscrittura, una incursione scenica capace in un certo senso di restaurare rinnovandoli i ritmi degli spettacoli di strada e insieme di mostrarne l'efficacissima modernità, la capacità cioè di suggerire verità che la vita nasconde essendone però influenzata.
Come in un sonoro cartellone la storia è circondata e accompagnata, dal vivo, dalle canzoni recuperate dei Cereghino, capaci ancora di influenzare la forza della musica popolare, non solo quella ligure. Diceva al riguardo Pier Paolo Pasolini: << quando non ascolto musica classica ascolto musica popolare, quella vera>>.
Un bello spettacolo, nella regia essenziale della stessa Ardini, in cui i due giovani protagonisti, diplomati alla scuola del Teatro Nazionale di Genova, mostrano già adeguate qualità recitative.
Una riproposizione in un certo senso dovuta in questi tempi di rifiuto dell'altro e di espulsione del diverso che anche recenti e tragici fatti di cronaca ci segnalano, spesso sotto le forme altrettanto rigide e limitanti del politically correct.
Insomma, come recita una canzone dei Cereghino, beghini e falsi devoti (di ogni religione anche laica) continuano a imperversare e a fare assai male.
Uno spettacolo di Daniela Ardini da una idea di Giovanni Meirana, con Rita Castaldo e Alessio Zirulìa, vincitore del Premio Hystrio alla Vocazione 2021. Le canzoni originali dei Cereghino sono molto ben interpretate dal vivo da Mauro Barbieri, accompagnato dal violino di Laura Merione e dalla fisarmonica di Marco Raso.
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