Hystrio Festival

Scritto da Maria Dolores Pesce.

Quest'anno il prestigioso Premio Hystrio per il teatro, promosso dall'omonima e del pari prestigiosa rivista e giunto alla sua XXXI edizione, ha trovato nella volontà dei promotori una collocazione nuova che ne intende rafforzare l'interesse e le ricadute dentro un sistema teatrale, come quello italiano, in evoluzione ma che necessita sempre di forza ed energie nuove e soprattutto di prospettive inaspettate che ne irrobustiscano il complessivo potere di interdizione (e cura) su una Società che purtroppo mostra preoccupanti scivolamenti. È in particolare meritoria la capacità della Direzione artistica di Claudia Cannella e degli organizzatori tutti di collegare questo sguardo al nuovo con l'attenzione agli sviluppi complessivi della drammaturgia italiana, in modo da non mostrare solo le speranze, esemplarmente ricche di suggestioni, ma anche gli esiti successivi che quelle stesse speranze avessero lasciato intravvedere al nostro sguardo. Milano dunque, città teatrale per importanza e storia culturale concreta, si riappropia  organicamente e istituzionalmente di un contesto e di un approccio ai giovani, molte volte lasciato anche giustamente alla ricca provincia italiana, fruttifera sempre dal nord al sud, potendo forse

offrire ad esso approccio le risorse di un ambiente culturale tradizionalmente esigente ma ricco di risorse anche economiche.
Una tale finalità si nutre tra l'altro, riconoscendo come altre importanti iniziative si siano sviluppate intorno alla drammaturgia under 35, di collaborazioni con queste altrettanto vitali realtà, a partire dal Premio Scenario di Bologna e da La Corte Ospitale di Rubiera, nell'intento di offrire un altro importante palcoscenico a quelle efficaci selezioni.
Penso pertanto che la prima edizione di Hystrio Festival nasca e possa ulteriormente svilupparsi da questa temperie, dentro questa intenzione, cioè, di offrire più spazi e più visibilità a chi, mostrando di meritarle, ne ha necessità.
Un festival che, anche per quanto detto, nasce così come una macchina, anzi come un organismo piuttosto complesso per abbinare e rendere coerentemente e salubremente ospitali i diversi ambienti in cui vive.
Così agli spettacoli selezionati per la messa in scena, che ne costituiscono la principale ossatura, gli organizzatori hanno innanzitutto aggiunto quattro letture sceniche, a cura di Tindaro Granata, in collaborazione con Associazione Situazione Drammatica/Progetto Il copione, per valorizzare il teatro di parola e la scrittura drammaturgica, un intento questo che ci accomuna da tempo visto che anche la nostra rivista Dramma.it cerca sin dal suo inizio di incentivare e diffondere tale scrittura anche attraverso il vasto archivio, consultabile gratuitamente, che nei 21 anni del suo lavoro ha costruito.
Significativo al riguardo che, all'ingresso, agli spettatori sia stato dato il testo della lettura scenica, e non solo per coadiuvarli nell'ascolto e nella visione, lettura su cui alla fine poteva avviarsi una breve e comune discussione.
Insieme a quelli, poi, una mise en espace del testo del vincitore del Premio Hystrio-Scritture di scena, ed infine, nell'ultima giornata, la premiazione nelle diverse sezioni del Premio stesso, che ha visto una grande partecipazione, non solo di presenza numerica, del pubblico e, come si dice, degli addetti ai lavori.
Questo mio approccio critico al Festival e al Premio non potrà pertanto che essere del pari articolato, a principiare dalle letture sceniche cui ho assistito.

SPEZZATA. Rapsodia (per intecessione del silenzio) / Fabio Pisano
Trasfigurare artisticamente e drammaturgicamente un tragico fatto di cronaca non è solo un modo, forse il solo modo, di elaborare individualmente e socialmente una angoscia altrimenti inconoscibile, ma soprattutto è la via per rendere quel dolore, pesante come un macigno non solo sul cuore ma anche sulla mente, in qualche modo tollerabile. Non sarà certo un dolore meno 'doloroso' ma almeno potremo sapere e capire di cosa stiamo parlando, per noi stessi e anche per i protagonisti di vicende sottratte così al tritatutto della cronaca che quanto più scandalizza tanto più nasconde e seppellisce le e nelle coscienze. Quella di Lisa Montgomery è, purtroppo, una storia vera, reale come il sangue che ci scorre nelle vene, reale come il sangue di cui sembra essere sopravvissuta. Ha ucciso brutalmente e per questo è stata condannata a morte e giustiziata negli Stati Uniti, e qui la cronaca vorrebbe mettere la parola fine a un film che invece ha radici profonde nel prima e nel durante del breve tempo di quella vita. Altrettanto brutalmente abusata sin dai primi anni di vita, imprigionata in un meccanismo familiare perverso e pervertito, quasi inconcepibile, Lisa è stata abbandonata dalla sua comunità e dalle istituzioni che si sono accontentate della falsa verità di una occasionale visita, quasi a lavarsi la coscienza, perché in fondo società e comunità preferiscono distogliere lo sguardo dalla istituzione familiare che rimane opaca e patriarcale, quindi piena di complici consapevoli o inconsapevoli. La burocratica condanna di un giudice e il rifiuto della grazia da parte del Presidente Trump ne sono il conseguente riscontro. Lisa per sopravvivere non può dunque che spezzarsi, non tanto come il rompersi di un bastone quanto come la sua rifrazione immersa nell'acqua della coscienza per scindersi e farsi due. Una storia che ricorda il film di Lars von Trier Dancer in the Dark, non solo perchè le due protagoniste sono entrambe donne, ma soprattutto perché le loro vite sono state dimenticate, addirittura “non viste” fino alla tragedia della esecuzione. Fabio Pisano la racconta, racconta non solo la storia di una persona ma la storia della vita attraverso quella persona che la vita ha devastato, e così cerca qualcosa che di quella persona e di quella vita sia rimasta per noi. Lo fa con una scrittura che sembra seguire i confini di quella faglia esistenziale che è scivolata nella tragedia e nella morte, con una scrittura in un certo senso anch'essa spezzata in cui il narrare scivola nella poesia, in cui le reiterazioni e le costruzioni figurative di segni e suoni consentono brevi pause per respirare e per capire. Una rapsodia appunto in cui la musicalità accompagna la parola per rendercela percepibile fino a quel fondo in cui si appoggia il suo significato. Un testo che merita un passaggio scenico che ci auguriamo molto vicino, un passaggio che qui la regia di Tindaro Granata che con grande sensibilità anticipa mettendo in relazione l'attrice narrante Mariangela Granelli con la voce di Emilia Tiburzi, così da creare un contrappunto in cui le presenze fisiche in scena si rafforzano ed illuminano, quasi a diradare la dimenticanza e l'abbandono che quelle vite hanno conosciuto. Mi si permetta in conclusione di citare, senza ulteriore commento, il significativo esergo scelto dal drammaturgo:
“Era come se qualcosa si fosse spezzato dentro di lei. Cessò di sentire dolore e piacere” (Anais Nin).

CAMMINATORI DELLA PATENTE UBRIACA / Nicolò Sordo
In una Italia che sembra aver invertito il suo cammino (incentivato anche dall'alba della televisione) rispetto ad una maggiore coerenza e fusione culturale, i cosiddetti e talora mitizzati territori sembrano diventati gli ingredienti di quella sorta di maionese 'impazzita' in cui pare trasformarsi, o essersi già trasformata, la comunità nazionale. La drammaturgia può forse rendere ancora compatibili visioni del sé che faticano ad accomunarsi in un insieme. Questa è una storia di alcolisti che girano intorno a sé stessi, incapaci di uno sguardo che vada oltre il breve orizzonte del bancone di un bar. Dimentichi e dimenticati, si potrebbe dire, con pochi legami anche con sé stessi. Nicolò Sordo scrive una storia, tratta dalla sua diretta esperienza, leggera, grottesca e anche comica, e la sua scrittura sembra solo increspare la superficie di quelle vite, ma un po' alla volta diventa l'esca che attrae dal profondo il senso di una vita, di molte vite, il senso dimenticato della vita e della storia, quel qualcosa di irriducibile che ci rende noi stessi anche quando non siamo più capaci di dirlo, chiusi in una perenne sbornia, in un alcolismo condiviso che va oltre l'abuso dell'alcol. Un atteggiamento culturale indotto e dalle forme mutanti che si impossessa di noi e ci trasfigura. Non tanto la narrazione di un fallimento esistenziale, dunque, quanto il cercare, in un circuitare continuo, un qualche spazio che ci appartenga e poi l'intravvedere una qualche speranza tra le pieghe del tempo. In attesa della (di una) patente che rompa quel cerchio, quel confine. Un testo costruito su un dialogico, talora secco, contraddittorio che prende un maggior respiro sentimentale, quasi lirico. Con Francesca Porrini, Nicolò Sordo, Alessandro Bandini, Angelo di Genio. Voce e musica Kahlumet.

Per completezza segnalo che le altre due letture sceniche sono state Fantasmi, di Tommaso Fermariello il 15 settembre e Tom di Rosalinda Conti il 16.

Un approfondimento, poi, merita la “mise en espace” del testo vincitore del Premio Hystrio-Scritture di Scena:
PAESAGGIO ESTIVO CON ALLOCCO CHE ASCOLTA / Matteo Caniglia
Una relazione essenziale che nel contesto della natura riesce a trovare una limpidezza ed una trasparenza che raramente il vivere della e nella Società odierna consente. Un padre e un figlio che praticano birdwatching e che riescono a trasformare questo rapporto apparentemente didattico (cui  spesso si limita l'odierno educare) o anche strumentale (il primo osserva e descrive, il secondo disegna ciò che percepisce) in un mutuo scambio di sentimenti di cui sembrano arricchirsi e arricchire l'altro. Non è tanto quanto si dicono, ma innanzitutto dove e come lo dicono l'uno all'altro (e ciascuno a se stesso) che costituisce quello scarto che può restituire una sincerità perduta. Un testo meritevole che la mise en espace valorizza, anche scenograficamente, in maniera adeguata e che i due protagonisti recitano con partecipazione. Di Matteo Caniglia, regia di Sabrina Sinatti, con Giovanni Franzoni e Salvatore Alfano.

Ed ora, per concludere, alcune brevi note sugli spettacoli cui ho assistito.

LA GLORIA
Un giovane Hitler messo di fronte alla profonda frustazione del rifiuto da parte dell'Accademia di Belle Arti di Vienna, frequentando la quale sognava di essere riconosciuto come un grande artista. Il testo, ben ancorato ad una vicenda che è anche storia del primo novecento, immagina (e lo rappresenta) di rintracciare in quella frustazione il punto di caduta di una personalità distorta e perversa che come sappiamo, dopo l'esperienza della prima guerra mondiale, si avvia ad una (per il mondo) disastrosamente tragica carriera politica. Pur ovviamente suggerendo l'ucronico testo di Edoardo Erba Senza Hitler, segue una sua e diversa strada che stempera le profonde suggestioni di quello, quasi a voler testardamente rincorrere, nel tempo passato ed in quello presente, una domanda spesso inevasa. Come può una personalità così palesemente distorta (un vero e crudele 'diverso') farsi guida di una intera nazione in nome di una normalità imposta? In un oggi di tentazioni totalitarie (si chiamano però “democrature”) è meritevole che un giovane drammaturgo sappia farsene carico, oltre alcune semplificazioni che talora emergono dal testo. I tre giovani protagonisti dimostrano qualità. Di Fabrizio Sinisi, regia di Mario Scandale, con Alessandro Bay Rossi, Dario Caccuri e Marina Occhionero. Video Leo Merati, luci Camilla Piccioni, assistente alla regia Marialice Tagliavini. Una produzione La Corte Ospitale. Vincitore di Forever Young 2019/2020 – La Corte Ospitale.

LE ETIOPICHE
Europa è un mito, e non solo nel racconto di Zeus in forma di toro che la rapisce dalle spiagge d'Asia per portarla in Ellenia, ma soprattutto (politicamente parlando) perché fatica a trovare oggi una sua comune percezione. La drammaturgia, la prima di una trilogia, comincia dunque a raccontare di un europeo (Alessandro Magno) che ritorna in Asia per recuperare le radici di sé e quindi la propria, comunitariamente condivisa, consapevolezza. Metafora, talora un po' ingenuamente utopica, del vero significato della ricerca delle proprie radici, che nell'Unione Europea del ciascuno a suo modo rischia di smembrarne anche l'apparenza di Unione. Una ricerca che può unire e non dividere, in quanto, se non ci si ferma dove ad ognuno comoda, si potrebbe scoprire che quelle radici sono una unica radice per tutti. Alessandro, non ancora Magno, e il mercenario Memnone su questo si confrontano, nel passato e nel presente. Una messa in scena comunque meritevole ed efficace nel suo apparato multisegnico e multimediale che amalgama con buona resa parola drammaturgica, coreografia (soprattutto) e belle immagini video, dimostrando ottime qualità nella regia e nella prestazione dei suoi (plurinazionali ed europei) protagonisti in scena. Ideazione, drammaturgia, coreografia, regia e video di Mattia Cason, con Mattia Cason, Katja Kolaric, Rada Kovacevic, Tamàs Tuza, Carolina Alessandra Valentini. Una produzione EN-KNAP Produzioni /CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG con il sostegno di Dialoghi- Residenze delle Arti performative a Villa Manin. Vincitore del Premio Scenario 2021.

L'OMBRA LUNGA DEL NANO
L'improvvisa e tragica scomparsa di uno dei due protagonisti, Claudio Gaetani che mancherà non poco al mondo del teatro, non ha consentito la messa in scena dello spettacolo. Al suo posto è stato proiettato un video dello spettacolo stesso. È dunque venuta a mancare la percezione drammaturgica che solo nella presenza scenica ha il suo compimento. D'altra parte il video ha potuto suggerire la delicatezza della narrazione di una riconquista attraverso l'immaginazione (un ombra proiettata sul muro) che si sovrappone al reale e in esso prevale per svelarlo, quasi in un bontempellianamente 'ingenuo' e magico ribaltamento. Si è anche avuto consapevole percezione della bravura dei due protagonisti e della qualità di una messa in scena che ci auguriamo sappia ritrovare presto la strada del palcoscenico. Di Les Moustaches, drammaturgia di Alberto Fumagalli, regia di Alberto Fumagalli e Ludovica D'Auria, con Ludovica D'Auria e Claudio Gaetani. Scene e costumi di Giulio Morini, luci di Eleonora Rodigari. Una produzione Compagnia Les Moustaches/Società per Attori/Accademia Perduta Romagna Teatri.

OH, LITTLE MAN!
Che l'economia, e purtroppo nella sua declinazione finanziaria e speculativa, abbia pervaso il nostro vivere concreto, pesantemente condizionandolo anche attraverso il vero e proprio preventivo 'sequestro' di ogni possibile strumento di critica e controllo, è risaputo ma non sempre consapevole (basti ricordare la ben nota faccenda del prezzo del gas). Sembra la 'natura delle cose' ma non lo è. Questa drammaturgia mette questa pervertita pervasività alla prova del nostro immaginario, prima onirico/psicologico e poi estetico/artistico. Saprà questo immaginario (anti-economico per definizione) e il potere della 'metafora' scalfirla? Più che una promessa è un augurio in tempi in cui Carlo Marx, certamente a volte usato a sproposito ma le cui analisi sono oltremodo attuali, è stato pressoché dimenticato, soprattutto per il nesso politica-economia, oggi che il primo termine è cancellato in nome e per la forza del secondo. Suggerito dalle crisi finanziarie che attanagliano (forse proprio per quello) il nostro già tormentato secolo, ha una capacità di visione inusuale quando percepisce all'orizzonte un naufragio ancora, ma chissà per quanto, metaforico. Utile (eravamo pur sempre nella capitale della finanza italiana) come lo sguardo che si sposta dal suo centro di fascinazione per scoprire o riscoprire, a lato, qualcosa di dimenticato. Buona anche la regia e la prestazione attoriale. Testo e regia di Giovanni Ortoleva, con Edoardo Sorgente. Progetto sonoro di Agnese Banti, luci di Marco Santambrogio. Una produzione Kanterstrasse – Teatro Le Fornaci di Terranuova Bracciolini.

Un cartellone di qualità in cui, ancora una volta, va sottolineato il sempre più diffuso, e drammaturgicamente significativo, utilizzo delle più perfezionate tecnologie video, anche se talora l'eccessiva reiterazione di un linguaggio può ingenerare una idea di “moda” che non sempre si confà all'arte.

Come già scritto, il nucleo centrale dell'intero evento è stata l'assegnazione del Premio Hystrio 2022 giunto alla XXXI edizione e articolato in 9 sezioni che vogliono valorizzare gli aspetti principali del fare arte teatrale. Per ovvie questioni di spazio rimandiamo, per quanto riguarda i nomi dei singoli vincitori e le motivazioni, ai relativi comunicati stampa o al sito di Hystrio.
Mi sembra opportuno, però, in coerenza con quanto sin qui scritto fare un cenno alla Sezione relativa al Premio alla Vocazione per attori under 30, che è stata preceduta dalla pubblica audizione, nel corso del Festival, dei 40 (su 236 iscritti) finalisti.
Sono state audizioni assai interessanti sia per la bravura dei partecipanti, sia perché sono un modo  molto concreto per offrire alle giovani vocazioni quanto meno una opportunità, oggi spesso difficile per i vari e noti motivi, di mostrare le loro qualità, e insieme di consentire agli uomini e alle donne di teatro di intercettare artisti con adeguate qualità recitative, così da poterli accompagnare in un percorso di crescita e, glielo auguriamo sinceramente, di lavoro concreto sulle tavole del palcoscenico.
L'evento ha trovato integrale ospitalità al Teatro Elfo Puccini di Milano, e piena collaborazione nei suo Direttori Artistici Ferdinando Bruni e Elio De Capitani.

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