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L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo

Non è semplice scrivere di questo spettacolo. A cominciare dal titolo, nella prima metà drasticamente anonimo, nella seconda quasi fastidioso. Ma bisogna andare con ordine. Tutto comincia con Katharina Volckmer e il suo bestseller pluripremiato, che prende il volo dalla sensibilità tedesca attuale per tratteggiare linee dissacratorie su aggregati storico-culturali-sessual-identitari a base di Hitler-ebrei-sesso-transizione. Poi arriva il Teatro Franco Parenti, che sa essere un occhio acuto sul mondo editoriale soprattutto quando si profilano storie di urgente contemporaneità. Nasce così “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo” (via Pier Lombardo, 14 in scena fino al 16 ottobre 2022) per un’idea di Andrée Ruth Shammah, ossia il vero cuore pulsante di questo colosso del teatro

meneghino, e per la regia di Fabio Cherstich, già noto come abile costruttore di efficaci drammi teatrali proprio su questi palcoscenici. La scena è quasi metafisica, tra oggetti metallici essenziali e un non-spazio onirico. Una donna abbarbicata su uno scranno, il dottor Seligman la osserva silente. Un flusso di coscienza senza confini che alterna riflessioni sulla vita, rapporti sessuali, commenti sprezzanti sulla cucina tedesca, fantasie erotiche che coinvolgono Hitler, tanto straniamento. Lo Stream of consciousness – in vero piuttosto sovrabbondante - tratteggia pian piano un narrato, prima sotteso e poi sempre più esplicito, che dà senso al luogo e ai personaggi. Siamo in uno studio medico, sta per realizzarsi la transizione della donna protagonista che finalmente modificherà quel corpo che non le corrisponde.
Il dottor Seligman è un po’ chirurgo e un po’ psicanalista, raccoglie le confidenze a cuore aperto della donna ma lascia che ne sia sovrastata essa stessa. Dire l’inconfessabile può liberare il cuore e purificare l’anima in vista della trasformazione, e così accade. La fantasia sessuale indicibile diventa il simbolo dello svelamento del sé più profondo, di ciò che siamo ma non osiamo lasciar esistere. Da lato ombra si trasforma in humus indispensabile per la trasformazione ma anche barriera necessaria da infrangere, come sociologicamente si costituiscono spesso i tabù.
Uno spettacolo forte, impegnativo, faticoso, rivelatore di modi di essere e di sentire del nostro mondo come solo il teatro contemporaneo riesce a saper fare.

Foto Luca Del Pia

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