La composizione drammatica

A che punto sono arrivato, oggi 16 settembre 2022, nel mio lavoro di “drammaturgo”? In questo momento devo decidere se iniziare a scrivere un nuovo testo partendo da due eroi dell’Iliade la cui relazione mi inquieta già da un anno e non vede l’ora di palesarsi in una pagina ancora bianca. Ma, sono pronto? Prima voglio ancora riascoltare il mio ultimo dramma, prima di consegnarlo, alla stampa, alla Siae, alla scena, il cui titolo fino ad allora terrò solo per me. Se non mi libero definitivamente di un progetto, non riesco ad iniziarne un altro, perché quando sono occupato dalla stesura di un testo drammatico comincia un’altra vita, il mio vivere e sentire quotidiano sa che ogni cosa che faccio -incontri, visioni cinematografiche, letture - verrà tutto convogliato in quest’ultima opera che mi occuperà per un mese intero. So già gli ostacoli che dovrò superare, il blocco narrativo che mi coglierà a metà circa della composizione, ma anche l’entusiasmo di una ulteriore avventura teatrale, che per me significa soprattutto una diversa scrittura che avrà un suono, un ritmo inedito, tutto suo, e che dovrò assecondare e mantenere fino all’ultima battuta. Sarà come vivere in un universo di segni assolutamente inedito: da decifrare, da facilitare, e, nelle tre o quattro ore al giorno che trascorrerò davanti al computer, convivere con i miei personaggi, fare del loro respiro il mio respiro, della loro voce la mia. E’ sempre stato così da quando ho scritto il mio primo testo A zonzo, lontanamente ispirato ai due romanzi di Jerome K. Jerome e di cui alla fine rimase soltanto un rimando parziale al titolo perché tutto il resto fu solo opera del mio impegno e della mia fantasia. Impiegai circa 20 giorni a scriverlo. E questo è rimasto, più o meno, il tempo che d’ allora mi è occorso per completare un’opera anche di lunghezza tre volte maggiore; come di un orologio interno, intimo, che scandisce i ritmi di qualsiasi mio testo. Così, quelle sere passate in casa con i miei personaggi scarnificati a un Lui, Lei, L’Altro erano diventate il perfetto antidoto ad una routine professorale e giornalistica che evidentemente non mi soddisfaceva abbastanza. Per la verità, avevo già adattato su richiesta della Compagnia “Il Cerchio” di Bologna diretta da Antonio Taormina e Fulvio De Nigris il romanzo Giro di vite di H. James, ma A zonzo, commissionatomi dalla Compagnia “Il Brumaio”, sempre di Bologna, lo intesi subito come una sfida drammaturgica e scenica: mi obbligai a scrivere un testo in brevi terzine dove non ci fosse una vicenda da raccontare ma soltanto dei dialoghi da cui sarebbero scaturite tutte le situazioni, non programmate da nessun canovaccio: una scrittura “al buio”, statica, dove non accade nulla di clamoroso, tenuta insieme soltanto dall’idea del “viaggio” e da una scansione temporale la cui struttura “esterna” era data da La notte, Il giorno, Il tramonto. Fu la bravura del regista Michele Orsi Bandini e dei tre attori Barbara Dondi, Mario Rizzi, Massimo Malucelli a dare corpo e sostanza scenica, e ad esplicitare la trama sottesa, invisibile di quel divertissement teatrale, e a quelle battute la giusta partitura scenica. Con Corsari, il testo immediatamente successivo, l’idea di fondo era quella di offrire alla scena teatrale, nei codici di un testo drammatico, un genere letterario abbastanza inusuale: il romanzo d’avventura. I personaggi erano quelli canonici dei film di Pirati che avevo visto da adolescente: Il Capitano David, Sigismondo, suo figlio, Orazio, il Nostromo, Frà Bartolomeo, Lady Costanza, Valeria, la sua dama di compagnia. I loro nomi avevano tutti una “provenienza teatrale” e mi sono serviti da guida, per dare loro un’anima, un carattere, una psicologia. La storia era centrata su un anello rubato…La sfida era di rendere scenicamente “credibile” tutto ciò. Ci riuscì la regia di Giuseppe Sollazzo nello spettacolo che presentò (poi in tournée) a Villa Pignatelli, a Napoli, con Fiorenzo Grassi (che poi venne scelto da Federico Fellini per la parte del Granduca di Harzock, nel suo E la nave va ). Con Altri Tempi - esaurito un apprendistato che mi avrebbe portato ad iniziare la stesura, ahimè mai terminata, di Tartarino, dal Tartarino di Tarascona di A. Daudet ma col pensiero fisso all’interpretazione televisiva che ne fese Tino Buazzelli -, volli misurarmi con la drammaturgia “contemporanea” di quel periodo, e “da una costola” di Vecchi tempi di H. Pinter, derivai il mio testo che provava a coprire quei “vuoti” della vicenda che erano la caratteristica principale del lavoro di Pinter. Stanco del “minimale”, affascinato dalla drammaturgia cechoviana a cui avevo dedicato due Corsi universitari, decisi che il successivo lavoro sarebbe stato ricchissimo di parole, monologhi, situazioni: un testo “alla maniera ottocentesca” ma scritto negli anni ’80 del Novecento. L’occasione mi fu offerta da Emanuele Montagna che mi commissionò un lavoro teatrale su Rodolfo Valentino. Accettai la proposta con grande entusiasmo: mi misi a studiare la vita di Valentino, vidi tutti i suoi film e scrissi un testo che ripercorreva la sua vita attraverso i suoi film più importanti, di cui riscrissi le sequenze per me più interessanti avendo come riferimento culturale e visivo quel mondo cinematografico a cui apparteneva. Venne fuori un testo di 90 pagine, articolato e complesso, poco cechoviano ma ricchissimo di micro-situazioni, che debuttò a Taranto con grande successo. Avevo completato quello che consideravo il mio percorso di formazione drammaturgica: potevo cominciare a scrivere testi miei, non legati, cioè, a “commissioni”, o a particolari sperimentazioni di linguaggio che volevo fare; ma senza avere delle urgenze, o particolari messaggi da trasmettere. Intanto nel 1989 avevo fondato la Compagnia Teatrale “Trame perdute” che da allora divenne la mia Casa, il luogo sicuro dove avrei potuto ideare e realizzare i miei progetti/utopie teatrali. Naturalmente l’esperienza che feci come regista cambiò il mio lavoro di drammaturgo che misi in confronto costante con la scrittura scenica. Così nacquero gli spettacoli/adattamenti: Tristana (da Galdòs), Medea, Riccardo III,, Saul  (da Alfieri e Gide). Finchè, nel 2002, su richiesta di Fabrizio Festa scrissi il melologo Capricci di Natale, liberamente ispirato a Lungo pranzo di Natale di T. Wilder. Che ha avuto varie versioni, da quella “in prosa” col nuovo titolo Capricci del ’900 del 2018 con le musiche scritte appositamente dal compositore Roberto Tagliamacco, fino al “libretto d’opera” Teresa degli spiriti con le musiche di Valentina Stumpo andato in scena prima al Conservatorio di Frosinone e poi al Teatro Documenti di Roma. In un cassetto custodisco quella che considero la versione definitiva del testo interamente “in prosa” a 5 personaggi.  Nel 2007 scrissi Giovanna d’Arco, la vera storia. Esito teatrale del mio Corso universitario “Dal personaggio “storico” al personaggio “drammatico, il caso Giovanna d’Arco”. Che rimane il mio unico dramma a tesi, in cui mi schieravo dalla parte della inverosimiglianza della vicenda che fece di una ragazzina di campagna una Santa. Se A zonzo aveva una scansione in cui venivano rispettate le tre classiche unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, questo testo invece ne aveva, sempre in tre atti,  una scandita dai luoghi principali del racconto: Domrémy (il paese natale), Chinon (dove la Pulzella d’Orléans incontra Carlo di Valois, il Delfino di Francia), e Rouen  (dove, dopo il Processo, viene messa al rogo). Nel 2012 su richiesta di un’attrice bolognese scrivo Maria Pascoli, una storia segreta che il 13 maggio del 2014 debutta ai Teatri di Vita di Bologna, e poi, nell’aprile 2016, al Teatro Duse di Bologna. In questo testo, che trova nel libro scritto da Maria Pascoli “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”  un “varco” da cui partire (il manoscritto bruciato a causa di una bomba che colpisce la tipografia che lo doveva stampare, e Maria che decide di “riscriverlo), “non c’è nessun passato da ricostruire: è un teatro di fatti luoghi, oggetti che hanno avuto per me una forza d’attrazione straordinaria”, come scrivo nel mio intervento “Le parole per non dire” pubblicato nel 2016 sulla Rivista Pascoliana (28), Patron Editore di Bologna. Da questo momento la mia “scrittura drammatica” si è fatta più libera, meno preoccupata della forma teatrale da raggiungere, più vicina a un movimento drammatico autonomo che nasce dalle situazioni che si succedono via via, più istintivo che razionale; nessun disegno preordinato, ma il libero articolarsi di uno slancio creativo verso un teatro di prosa poetica, fortemente simbolico, lirico, impregnato d’un realismo immaginifico e concreto allo stesso tempo, che faccia della lingua scenica il suo nuovo linguaggio espressivo attraverso parole ambigue, mutevoli, sincere, radianti (P. Brook), che vivono di vita propria. Ecco il punto a cui sono arrivato; non mi resta che cominciare a scrivere.
Coro : A quel tempo, in terra di Tessaglia la vita scorreva semplice e felice….

Giuseppe Liotta, regista e drammaturgo, già docente al Dams presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, per gli Insegnamenti di Storia dello Spettacolo”, “Storia della Regia” e “Metodologia della critica del teatro”.
Critico teatrale e cinematografico. Ha scritto per Il Resto del Carlino”, “Giornale di Sicilia” di Palermo, “Avanti”, “Il Nuovo Quotidiano”, e per le Riviste “Politica”, “Sipario”, “La Rivista del Cinematografo”, “Primafila”, Inscena e “Teatro Contemporaneo e cinema”. Attualmente collabora a “Dionysus ex Machina”, “Aurora”, “Inscenonline”, e “Hystrio”.
 Dal 1989 è Direttore Artistico e Responsabile Legale della Compagnia Teatrale Trame Perdute.
In qualità di Drammaturgo è autore dei seguenti Testi Teatrali: Giro di vite (da H. James), A Zonzo, Corsari, Altri tempi, Rodolfo Valentino, Tristana, (da Benito P. Galdòs), Capricci del ‘900, Giovanna d’Arco, la vera storia, Maria Pascoli, una storia segreta. Ha curato vari Adattamenti per i suoi Laboratori di Regia e Drammaturgia all’Università di Bologna come Anna Karenina, Tre sorelle, Sotto gli occhi dell’Occidente, L’invasione degli ultracorpi, Mine Ha-Ha. Pastorale americana.
​Come Regista ha diretto numerosi spettacoli fra i quali, “Tristana”, “Zelda”, “Marylin, 5 agosto”, “Medea”, “Sarto per signora”, “Riccardo III”, “Kren”,” Liolà”, “Giovanna d’Arco, la vera storia”, “Maria Pascoli, una storia segreta”, Capricci del ‘900”, La giostra delle apparizioni.

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