Storie di una strana famiglia di artisti 3

Un altro episodio che può cointeressare i miei “25” lettori, mi sovviene in questo inizio d’autunno, una stagione che sicuramente resterà nella storia per molti terribili motivi. Prima, però, devo anche premettere che fra me e i componenti della famiglia De Meis ci sono stati pure momenti vissuti nel segno della comprensione umana e della, come si usa dire ora, empatia. Si sa che la vita è fatta di caos e di energie costruenti, di speranze e di inspiegabili, assurdi eventi, di comprensioni e assieme di conflitti. Ce lo mostrano scrittori, drammaturghi, pittori, e i più diversi artisti, e persino la comicità vera ha dei risvolti noir: direbbe Eduardo De Filippo che ci portiamo sempre dentro la risata “verde”.
Ebbene l’episodio che ora voglio ricordare mi coinvolse direttamente, ormai qualche anno fa.
Era quasi mezzanotte, e il cellulare non ancora spento si mise a squillare, ero mezzo addormentato, ma vedendo sul display il nome di Elena non esitai a rispondere.
“Scusami per l’ora” mi fece “posso parlarti?”.
“Certo Elena, ti sento piuttosto sconvolta, forse addolorata, o mi sbaglio, come spero?”.
“Diciamo che sono nel pallone, sono angustiata, soprattutto come madre!”.
“Ma è successo qualcosa ai ragazzi vostri?”.
“Beh, si, diciamo che Nora sta in grande difficoltà, da qualche giorno mangia pochissimo, non dorme, piange….”.
“Ma perché, cosa le è accaduto?”.
Una grossa casa di moda, di cui ora al telefono non posso fare il nome, la accusa di plagio, insomma di aver copiato dal loro atelier paro paro alcuni costumi ideati per uno spettacolo di lirica che andrà in scena al Comunale di Bologna il prossimo inverno… le hanno intimato di non usarli in scena, pena una denuncia penale… Nora è distrutta, pensava che sarebbe stata la sua prima vera prova di scenografa-costumista, capisci? Io, e nemmeno Pietro, riusciamo a consolarla… quelle sono persone potenti, con mille rapporti nel mondo dello spettacolo, e anche finanziariamente non potremmo affrontare eventuali spese legali…”.
“Mi dispiace davvero, povera Nora!”.
“Tu conosci alcuni di loro, ti ricordi che gli parlasti tempo fa di Nora, delle sue qualità, delle sue passioni artistiche?”.
“Certo, come no!”.
“Senza far nomi, per prudenza, mi pare che dovresti avere un buon rapporto con il regista d’opere che lavora a Bologna, vero?”.
“Si, confermo… tu vorresti che ci parlassi, giusto?”.
“Si, ma non per raccomandare Nora, questo no, soprattutto per capire se davvero si tratta di plagio, e se per caso Eleonora non è ritenuta una brava giovane scenografa e costumista… credo proprio che noi lo si debba sapere! Puoi fare qualcosa? anche a nome dell’antica nostra amicizia?”.
“D’accordo Elena, vedo quello che posso fare, dammi qualche giorno e ti farò sapere… Un bacio…”.
Sotto i portici di via Zamboni, in quel di Bologna, nei pressi della Facoltà di Lettere, che ben conosco, m’incontro con G. G., regista molto conosciuto e stimato soprattutto in Emilia-Romagna e in Toscana. Persona che stimo perché è fra i pochi, nel suo settore, che capisce anche le ragioni “umane” degli artisti, pur in un groviglio di interessi economici, desiderio di primeggiare, sopravvalutazione di sè stessi, e potrei aggiungere molte altre storture se non patologie psichiche.
Dopo aver analizzato il “caso” Nora De Meis, giunti al nocciolo del problema, l’amico mi fa “Parliamoci chiaro, per il bene della ragazza: lei deve saper scegliere: o si butta nel campo della sartoria d’alta moda o, dopo un apprendistato molto serio, e a Roma non gli mancherebbero le opportunità in tal senso, concentrarsi nella creatività strettamente teatrale, orientata pre-ci-sa-men-te alla dimensione e alle ragioni sceniche. Capisci?”.
“Certo, non posso che essere d’accordo, però mi viene da chiederti: cosa c’entra la questione, anzi la minaccia di accusarla di plagio?”.
“Caro mio, Eleonora De Meis sembrava un’invasata, viveva per e con i suoi infiniti schizzi e disegni di costumi molto, molto improbabili, chiusa in una imperforabile sua bolla; io e i colleghi del Comunale più volte le abbiamo suggerito di essere semplice, di lasciar perdere i modelli provenienti dall’haute couture, di vedere i video di alcune rappresentazioni storiche della Norma, traendo ispirazione da quei costumi di scena, evitando, ovviamente, la scopiazzatura!”.
“E lei mi par di intuire che non ha minimamente seguito il consiglio!?”
“Esattamente! Imperturbabile, ripeteva a tutti noi che sapeva il fatto suo, e di avere pazienza, ma intanto il tempo passava e il debutto si avvicinava di gran corsa; fu allora che la produzione, trovato un sostituto all’altezza, ottimo ed esperto professionista, decise di protestarla tirando fuori il motivo del plagio e l’eventuale denuncia da parte di un anziano sarto di ottimo livello professionale che si prestò a tale sorta di finzione.”.
“Insomma, non foste in grado di convincerla o a usare una stilistica inventiva diversa, o a rinunciare!?”.
“Esattamente, poi ovviamente di fronte a certe minacce, data la giovane età e l’inesperienza, si arrese, con uno strascico di situazioni drammatiche, di scenate, credimi, tali da chiamare il personale medico  in grado di eseguire un ricovero coatto in unità ospedaliera psichiatrica!”.
“Ma nessuno del teatro avvisò i familiari a Roma, spiegando le reali ragioni di quanto accaduto?”.
“Che dire, comprendo la delicatezza del caso, ma tu capirai che, essendo i genitori un po’ del mestiere, anche se il padre mi risulta operi nel teatro di prosa, la produzione ha voluto chiuderla lì per lì la storia, in quanto i genitori avrebbero potuto far ricorrere legalmente la figlia e ricusare ogni accusa. D’altra parte tutti, dico tutti, si dissero convinti che più che una lezione di comportamento professionale, la strada prescelta doveva risultare soprattutto un intervento psicopedagogico utile a far maturare Nora.”.
“E Nora?”.
“Non si fece più vedere, ed io stesso, e qui riconosco un mio comportamento crudo e riprovevole, non la chiamai più. Che vuoi, la nostra è una vita sregolata, senza orari, in continuo movimento… Mi permetto di chiederti, passati ormai alcuni mesi, di parlarle tu, di capire come sta, cosa vuol fare adesso, e poi di farmi sapere qualcosa… ti va?”.
“Ci rifletto sopra, e ti farò sapere, senz’altro!”.
Nora è una ragazza particolare, un po’ come tutti i suoi familiari, e voi lettori questo lo avete già colto. La giovane è omosessuale, ha, o forse aveva, una compagna molto più grande e matura, sulla quarantina; è, o era, un legame altalenante, da quanto mi risulta, con alti e bassi, almeno  così mi disse Elena, la madre. Secondo lei tutto derivava dal fatto che la compagna di Eleonora è una stilista molto apprezzata, con grande visibilità massmediatica; Nora, dice Elena, ancora oggi, soffre di un senso di inferiorità mortificante che la incupisce, per cui nemmeno la carica sessuale, e neanche il senso di protezione che una compagna potrebbe offrirle, superano tale senso di inferiorità, a volte d’invidia, a volte di sfrenata competizione: tutte elucubrazioni di una madre, vattelapesca, anche perché la psiche umana è un groviglio di contraddizioni a volte insanabile, è il volo di farfalle impazzite che non hanno che raramente un ubi consistam.
Chiamo Elena e le spiego quanto riferitomi da G. G. a Bologna, assicurandola che, se lei e Pietro avessero voluto, mi sarei assunto la responsabilità di parlare con Nora, di darle qualche consiglio, di tirarla un po’ su, insomma, assumendo un po’ il ruolo di docente, e parlando come un anziano amico di famiglia.
E così dopo qualche giorno siamo seduti io e la ragazza in un bar all’aperto in zona EUR all’ombra e pronti a rinfrescarci con un gelato o un drink molto freddo.
“Nora ti do un foglio con un piccolo ma credo molto utile schema; ora te lo spiegherò con parole spero semplici, comprensibili, non retoriche; ti suggerisco solo di prenderlo ogni tanto in mano, di riflettere fra te e te su quanto è scritto; se vuoi mi puoi chiamare per delucidazioni, dubbi, riflessioni, e già da adesso, naturalmente, puoi fermarmi e chiedere spiegazioni, o fare delle tue osservazioni, ok?”.
“Ok, va bene, nessun problema!”.
“Allora cominciamo: come puoi vedere lo schema va per punti, ed è fatto per tener conto delle componenti drammaturgiche di ogni personaggio, chiaro?”.
“Che c’entra la drammaturgia?”.
“C’entra eccome!, Nora, perché anche tu, come costumista, e scenografa, hai a che fare non con persone reali, ma con “per-so-nag-gi”, ok? Con entità della nostra immaginazione, e che tu sappia analizzare, per così dire, come sono costruiti, non può che aiutarti nel mestiere, giusto?”.
“Si, si, giusto… certo…” fa Nora, con aria poco convinta.
“Il primo punto concerne il ruolo, nella “fabula”, di azione globale del personaggio: è il protagonista, è un oppositore del protagonista, o un suo aiutante?
Il secondo punto concerne la possibile classificazione del personaggio come stereotipo. Per fare degli esempi: è un eroe romantico? È un “cattivo”? Un pazzo? Una vittima? Uno spaccone?
Il terzo punto… mi segui?”
“Siii,” mi fa Nora, attenta a sorseggiare il suo thè verde.
“Dicevo, che il terzo punto riguarda certi attributi: determinati attributi sociali, o personali; il sesso, se è coniugato o no, se è genitore, se è parente di altri personaggi, se ha poteri regali, o politici o sociali o economici, se è un nobile, eccetera. Capisci?”.
“Siiii, si, si, eccome!”.
“Nora, mica mi starai prendendo per i fondelli, eh?”.
“Ma che scherzi ma no, ma no, poi ti devo dire che ste cose più o meno me le ricordo, le studiai al Dams…”.
“Beh, mo le ripassi, giusto?”.
“Giusto!” sottilmente strafottente.
“Dunque, altro punto è determinato dalla intertestualità, cioè dal fatto che un personaggio può aver ereditato delle proprietà da altre opere, o testi, o messe in scena… e capita spesso, questo, inevitabilmente… Qui mi fermo, ti invierò via mail qualche altro appunto, ok?”.
“Ok, ok…”.
“Però voglio aggiungere un’ultima cosa, forse la più importante: dietro i personaggi ci son persone umane, tu devi comunque tener presente che vesti e crei scenografie per un ambiente che è il doppione dell’ambiente vitale. Mi segui?”.
“Certo, certo, capisco, tranquillo!”.
“Ogni persona è fatta di corpo e il vestiario, cioè i costumi lo rivelano, ma anche lo nascondono; il corpo è un fatto biologico che ci appaia alle piante, alla materia del mondo, e questo ti può offrire l’uso di molte metafore tra umano, animale e vegetale; poi ogni personaggio/persona ha un carattere, ha un suo mondo psicologico, capisci? Una sartoria d’alta moda, ad esempio, non penserà mai a un preciso carattere, ma a teatro bisogna invece pensarci!”.
 “Se lo dici tu! Io non ne sarei molto convinta, per me un vestito nella vita-vita esprime sempre una prospettiva caratteriale e di pensiero, come accade sulla scena!”.
“Già, e dove metti i dettami della moda? I suggerimenti del “mercato”, i trend che mutano continuamente? Sulla scena c’è comunque la possibilità di uno scarto d’invenzione se possibile molto, ma molto più originale e poetico!”.
Nora si scola l’ultimo sorso e abbozza un sorrisetto amarognolo, ma non parla…
“Infine, e questo è il punto più importante,  il personaggio-persona non può del tutto rinunciare alla razionalità, alla vita logica, a quella capacità che è unica dell’umanità; e assieme si deve anche riflettere su tutte le forme della vita spirituale, intesa come interiorità, senso della bellezza e della verità, sentimento della divinità, e anche dell’arte, e della libertà data ad ogni creatura umana; rifletti alla grandezza di tanti personaggi non solo teatrali, e quindi alla profondità con cui i loro creatori li hanno arricchiti! Anche tu, costumista, devi renderti conto del personaggio come prisma di una serie di riflessi che vanno in tutte le direzioni che ho qui ricordato e che trovi scritte nello schema, ok?”.
“Ok, grazie…”.
“Allora aspetto che mi chiami per farmi sentire le tue riflessioni, per chiarire dubbi, e così via, cara Nora: salutami i tuoi, tua sorella Betta e tuo fratello Diego.”.
Rividi Nora dopo forse un paio d’anni, e nel frattempo non si era più fatta sentire su come avesse risolto, o meno, i suoi problemi: insomma era come se non ci fossimo mai incontrati, io e lei! E così si aggiunse un altro tassello pesante nel mosaico di stranezze eccentriche e disturbanti della famiglia De Meis!                                                                 

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