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La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza

Nel mese di novembre il Teatro Cometa Off ha ospitato uno spettacolo capace di portare sul palco una storia amarissima, una commedia nera che fa ridere, ma che allo stesso tempo stringe il cuore.
La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza vorrebbe parlare di un sogno e della sua realizzazione, ma non ci riesce, perché è un seme piantato in un terreno troppo arido per poter sperare di germogliare. Il sogno appartiene a Ciccio, un ragazzone obbediente e dal cuore delicato che vive in una fattoria insieme al padre Sebbastiano e al fratello Dennis. Il suo desiderio più grande è quello di lasciare il duro lavoro da contadino per fare il ballerino, ma sa che deve fare i conti con una realtà troppo dura, marginale e ignorante perché si avveri: «Pote la rialtà into cui nasci suoffocar toi suogni?».
La realtà della famiglia Speranza è quella appunto della campagna, una campagna sperduta ed emarginata, rappresentata in scena da pochi elementi che rimandano più che alla sua bellezza nostalgica,

alla sua asprezza, alla miseria, al fango e alla fatica. Un tavolaccio sporco di farina, sacchi di iuta e delle cassette di legno non fanno solo da sfondo alla scena, ma vengono usati dagli attori per ricreare luoghi diversi e per rievocare l’incedere del tempo.
Il tavolo ribaltato può diventare il tino in cui Sebbastiano e Dennis pestano l’uva, come il recinto in cui viene tenuto il bestiame; le cassette di legno, degli inginocchiatoi per pregare; dei fagioli lanciati per aria, la pioggia; mentre delle foglie secche che cadono da un sacco, richiamano l’arrivo dell’autunno e il passare delle stagioni.
La monotonia delle loro giornate è animata solamente dalla speranza di riuscire a sopravvivere alle intemperie della natura ostile, aspettando la fine delle stagioni più dure, auspicando l’arrivo dell’autunno e della primavera più generose. La speranza appartiene a tutti e tre, ma solo uno di loro ha qualcosa in più: «La vita senza un suogno è amara quanto radicchio».
Scritto e diretto da Alberto Fumagalli, in collaborazione con Ludovica D’auria, interpretato con peculiare sensibilità da Francesco Giordano, Alberto Gandolfo e Federico Bizzarri, questo spettacolo porta in scena la critica contro i pregiudizi e le convenzioni di una società insensibile alla bellezza.
Infatti, non sono solo la famiglia e la realtà in cui è cresciuto ad ostacolare il sogno di Ciccio di danzare, quanto la sua fisicità imponente e poco conforme agli standard di bellezza che vengono quotidianamente promossi.
Francesco Giordano, nei panni del protagonista, si è impegnato questa volta in un lavoro inedito su se stesso e sul proprio fisico. Abituati a vederlo recitare ruoli in cui l’esuberanza della sua fisicità ha sempre fatto da protagonista, questa volta si riconosce l’impegno di una ricerca sull’utilizzo del corpo notevolmente diversa.
Dovendo interpretare un personaggio caratterizzato da una dolcezza e da una ingenuità a tratti infantile, lo vediamo sul palco con un tutù rosa, mite e fragile, schiacciato dalle fisicità degli altri due interpreti, sicuramente più esili, ma appesantite dai malesseri di una vita priva di prospettive.
Per quanto infatti Ciccio possa sembrare il personaggio perdente di questa storia, ne è invece il vincitore.
Nel suo modo di essere, in questa “imperfezione” che lo caratterizza, Ciccio riesce comunque a tradurre la sua ansia di libertà in qualcosa di bello: la sua danza.
La vittoria di questo personaggio, infatti, per quanto amara, sta sicuramente nell’essere riuscito a trovare conforto in una dimensione, forse irreale, in cui finalmente può indossare liberamente il suo tutù rosa e danzare senza vergogna il suo meraviglioso sogno ad occhi aperti.
Una regia molto fisica, sia per il lavoro fatto con gli attori, per l’ambientazione, ma anche per la scelta di un linguaggio che in questa occasione si fa materia concreta sul palco.
Per la famiglia Speranza è stato ideato un nuovo lessico grazie all’impasto di sonorità, accenti, cadenze e dialetti diversi: in alcuni momenti la loro lingua può ricordare il bergamasco, in altri il napoletano, poi forse l’umbro e perchè no, a volte sembra sia spagnolo.
Un testo vivace, dallo stile ironico, arricchito con motivetti simpatici e improbabili  preghiere della sera, che contribuisce senza alcun dubbio nella buona riuscita di questo piccolo capolavoro.
Vincitore di numerosi premi - Premio della critica, Miglior Spettacolo e Premio Fersen durante il Fringe Festival di Roma 2020 - è uno spettacolo che merita assolutamente di essere visto, non solo per la bravura degli attori, quanto per la sincerità e la delicatezza con cui vengono trattate le diverse tematiche in scena.

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