Pasolinacci e Pasolini

Sono sessanta minuti, quelli dell'ultimo lavoro teatrale di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (“quattro movimenti di ascolto” a sottolinearne l'approccio sonoro incarnato nella parola scenica), in cui Pier Paolo Pasolini si mostra restando quello che è per la sua stessa natura, metafisica prima ancora che estetica, la 'tesi' cioè di una umanità dolente che si guarda e appunto ascolta e l'antitesi di un impegno sociale e politico che cerca nella ragione la sua essenza, senza però una sintesi che sia una eredità da trasmettere o ricevere per elaborare l'esistere e l'esistente, anche quello che non vediamo.
Un dualismo, come ha scritto Marco Belpoliti, da sempre e per sempre irrisolto e che neanche la scena può risolvere. È così che lo spettacolo diventa in fondo un interrogarsi non tanto su Pasolini quanto sui due drammaturghi e su noi stessi, posti nella condizione di non poterne trarre etiche indicazioni eppure infiammati da quell'esempio, oscuro certo ma anche energicamete propulsivo, che nel richiamo a

Cristo, che spesso ne percorre l'opera, esalta il suo mistero. Davanti a questo artista, corsaro e martire, dunque non possiamo che parlare di noi stessi, quali esiti di una influenza che non siamo ancora in grado di pienamente organizzare, ovvero (e per fortuna) istituzionalizzare, ma che sentiamo profonda e feconda.
A partire da quelle poche suggestioni che ci appaiono evidenti, come il richiamo al dialetto quale segnale della nostra essenza più profonda, un segnale da preservare mentre divampa la tempesta perfetta (e dal profeta Pasolini prefigurata e spesso anticipata) della modernissima 'virtualità' dei nuovi media e delle nuove lingue.
Un artista pedagogo  che rifiuta le ideologie o il sapere regolamentato in favore della sapienza dello scambio misterioso tra vita e vita e che si incammina verso di noi, assemblea di esistenze incerte e in cerca di qualcosa.
Un Pier Paolo Pasolini suggeritore e tessitore, cui Martinelli e Montanari non tributano inutili o gridati onori istituzionali, ma un ringraziamento sottovoce per quello che loro stessi hanno potuto fare e hanno fatto in quarant'anni di teatro, dalla “non scuola” al suo prima che è stato e al suo dopo che verrà.
Uno spettacolo che è una storia di vita, che non è però la vita di Pier Paolo Pasolini ma, con intuizione efficace, è la storia di una vita, anzi di due vite, che l'esistenza del poeta bolognese ha influenzato, se non proprio forgiato, giovani vite che, ci raccontano in una scena dominata dalle ombre, quasi si aprono ad una nuova consapevolezza quando nel 1977 incontrano l'ultimo contraddittorio film di Pasolini “Salò”.
Marco Martinelli e Ermanna Montanari sono entrambi in scena, l'uno tesse con pazienza il racconto cucendo gli strappi della memoria, l'altra ne incarna gli snodi e le virate profonde, quei nodi avviluppati e inestricabili che si depositano nell'anima e cui la sua voce dà forma sonora e, qualche volta, inaspettato scioglimento..
Con loro la musica (dal vivo) di Daniele Roccato, bruciante medicina per le ferite della loro e della nostra mente.
Tra il più tradizionale teatro di narrazione e i nuovi territori teatrali che Marco ed Ermanna vanno esplorando tra sound, segno grafico, voce ed una presenza scenica straordinariamente concreta nella sua efficace e contingente volatilità.
Già presentato a “Il teatro di Radio3” comincia ora la sua avventura sulle scene. Al Teatro Rasi di Ravenna da venerdì 18 a domenica 20 novembre.
Di e con Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Musica dal vivo Daniele Roccato. Sound design Marco Olivieri. Tecnici audio Fagio, Paolo Baldini. Tecnico luci Luca Pagliano. Produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro.
.

Stampa Email