La banalità del male

Hannah Arendet entra in aula e inizia la sua lezione davanti agli studenti della Chicago University dove insegna filosofia politica. Vanno in scena le riflessioni umane e politiche, filosofiche e morali che il processo di Gerusalemme contro Otto Adolf Eichmann ha suscitato in lei. E’ questa la personalissima e riuscita reinterpretazione del capolavoro della Arendt che la drammaturga, attrice e studiosa Paola Bigatto propone da più di dieci anni in giro per l’Italia. Appuntamento fisso è il milanese Centro Asteria (piazzale Carrara 17, fino al 19 gennaio 2023), polo didattico-formativo noto nel panorama cittadino per l’impegno anche sulle tematiche della Shoah. L’11 aprile 1961 inizia il processo nei confronti del gerarca nazista, fuggito in Sudamerica ma intercettato dai servizi segreti israeliani, rapito e sottoposto al giudizio del tribunale in Israele. Un uomo da nulla, mite e quasi timido che nel corso delle arringhe non alza neppure lo sguardo. Si difende in modo poco appassionato, argomenta -quasi

meravigliandosene- che non si tratta di responsabilità personale ma di mera obbedienza agli ordini.
114 udienze, un fiume di testimoni, dolore, narrazione dell’orrore davanti agli occhi del mondo ancora ignaro o distratto. Ne emerge la logica ferrea dello sterminio, una macchina ben congeniata e oliata in modo efficace anche grazie al contributo di Eichmann. La Arendt, inviata sul posto come giornalista del “The New Yorker”, si lascia appassionare dalla vicenda e la racconta al pubblico americano attraverso i suoi reportage, che nel 1963 confluiscono nel volume celeberrimo “La banalità del male”.
La Bigatto è grande conoscitrice degli avvenimenti in questione nonché fine penna drammaturgica a suo agio nella classicità come nel controverso contemporaneo. Taglia cuce e rielabora il volume della Arendt, vi aggiunge contributi esterni, immagina una situazione teatrale tra la didattica – che in materia non guasta mai – e il coinvolgimento delle coscienze. Il connubio dei due linguaggi è riuscitissimo, perché sa operare su due livelli, la ricostruzione del fatto in sé e di un contesto preciso, salvo poi saper parlare a noi. Si discute di coscienza e di obbedienza. Quanto siamo disposti ad ottundere la coscienza in nome del rispetto degli ordini? Quanto tremenda può diventare una società di obbedienti non pensanti? Quanto è attuale questo dilemma?
La conferma della formula efficace risiede proprio nella reazione del pubblico, prevalentemente costituito da giovani. Silenzio assoluto, appassionati applausi e momenti di dibattito finale con la generosa e acutissima Bigatto. Ne emerge una gioventù desiderosa di comprendere, di guardare alla storia e di guardarsi dentro, con la consapevolezza che i meccanismi che hanno agito ieri sono i medesimi sotto le ceneri dell’animo umano di oggi.  Da vedere!

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