Avanguardie depotenziate

Valentina  Valentini si chiede in uno scritto (La frittata postmoderna, Reti di Dedalus, 2008 )a cosa serva fare accumuli e ricognizioni “senza la possibilità di tracciare una cartografia e senza quindi fissare dei punti cardinali sulle mappe” del fare teatro. E’ evidente che per rimettere in moto il teatro sarebbe necessario che gli artisti fossero come solitamente non sono: parziali e tendenziosi. Non possono esserci proposte vive e seducenti, senza il presupposto della parzialità e della tendenziosità. Anche se non basta. “Possibile - prosegue la Valentini - che le giovani generazioni si rivestano e si coprano con le maschere vuote dell’estetica decostruttiva, svuotata delle tensioni più profonde delle avanguardie? Dov’è la crepa attraverso la quale chi rilegge Fassbinder, Pasolini, Medea, infila se stesso e lacera la cornice che si è creato? Ci si nasconde dietro i clichés estetici: si ha timore di raccontare una storia, pur volendo e avendo in mente una storia da raccontare, si ha paura del teatro naturalistico e per sfuggire al mimetico si cade nel dissociato, per sfuggire al consequenziale si sceglie l’iterativo, per mancanza di addestramento si diventa performativi, per non saper dominare la propria vocalità, respiro, si mandano le voci off, per paura di essere banali (concreti) si attinge ai concetti astratti, per paura del sentimentale si diventa surgelati, per timore dell’unità si ricorre ai frammenti, per essere in sintonia con la catastrofe senza qualità non si tenta il tragico – eppure il dolore esiste, non siamo atrofizzati”.

Al centro del teatro c’è la stasi e al centro della stasi vive la paura. Quando penso alla mancanza di parzialità e tendenziosità, penso alla paura di rischiare, di non piacere più, di rimanere fuori dal giro distributivo contrassegnato da una dura impronta dirigistica. E penso anche all’avanguardia depotenziata del postmoderno che, avendo paura dei contenuti espliciti, pratica processi di formalizzazione con risultati criptici, algidi, non digeribili. Il rifiuto ideologico del significato esplicito non è un’estetica, non è un abito dello spettacolo, ma una condizione particolare della creazione artistica generata dalla necessità che l’artista ha di esprimere una cosa molto particolare, che non può essere detta, descritta, spiegata,  perché è indicibile, invisibile o impalpabile. Per esprimere significati nascosti occorre pertanto una tecnica personalizzata - ardua e complessa -, che entri in contatto con il pensiero del corpo e con il comportamento poetico dell’artista, se non si vuole che la carezza dell’enigma diventi un pugno in faccia. In altri termini, il significato implicito non va assunto come vestito della narrazione, ma considerato come risultato di una necessità artistica.

Le avanguardie storiche ci hanno fatto progredire, il realismo socialista ci ha fatto regredire, gli anni sessanta ci hanno fatto fare di nuovo un passo avanti, ma è evidente che le avanguardie - aggiunge la Valentini - “avevano come obiettivo comune non quello di desensorializzare, quanto di vivificare la realtà, togliere le scorie per mettere a nudo il cuore pulsante. L’estetica dell’avanguardia, prima e seconda, se cancellava le storie, amplificava i corpi. Se detronizzava la parola, la semantica, il significato, esplorava il suono, la phoné, inventava una nuova lingua. Se spezzava la continuità, immetteva il ritmo, la musicalità, lo sfiancamento, il montaggio a trame grosse, la polifonia”. In conclusione: “Come prendere coraggio per nuotare fuori dalle barriere protettive di una tradizione postmoderna priva di forza”?

Se è vero che nella stasi decostruzionistica si rischia di fare una frittata postmoderna, è anche vero che nella stasi postdrammatica - che si manifesta soprattutto sul versante del teatro di narrazione -, si rischia di fare un ritorno alle origini televisive del teatro. Che sia postmoderno o postdrammatico non importa: va bene ogni tipo di teatro, a condizione che parli al cuore e alla mente dello spettatore. Paradossalmente penso che sulla carraia postmoderna si copia, su quella postdrammatica si racconta. La gelazione è il marchio del postdrammatico. La copia è il marchio del postmoderno. Si copia, ma non si plagia. Il plagio non è un furto, non è una vergogna. E’ un passaggio, un transito, un attraversamento portatore di cariche energetiche nuove. E’ ricerca di nuovi sguardi, tensioni attive, visioni coinvolgenti. Ci vogliono coraggio e abilità non comuni per plagiare. Uomini abili e intelligenti, plurali e indivisibili, in possesso di una forte individualità. Pietro Citati nel bellissimo libro Il male assoluto, parlando di Dickens, scrive: “La realtà che conosceva o quella più vera che immaginava nei sogni o nelle deliranti passeggiate per Londra, era assurda, enigmatica, macchinosa: se un romanziere voleva essere realista, doveva rileggere le Mille e una notte, le favole, Shakespeare, moltiplicando le trovate romanzesche, le escogitazioni teatrali, le coincidenze, le rassomiglianze, le agnizioni... Tutta la sua opera è stata una trascrizione ininterrotta delle Mille e una notte, delle favole classiche e di Shakespeare”, badando ogni volta a imitare “la più feconda, macchinosa e ingegnosa delle narratrici: con i suoi libri nutriti di notte, d’ombre e di enigmi, cercò di avvincere l’attenzione del suo capriccioso Signore, del suo onnipotente Sultano – il Pubblico” . Copiare è facile, trasformare in modo originale e poetico è invece molto difficile. Quanti poeti si contano? Pochissimi. E’ questo uno dei motivi per cui ci troviamo di fronte o alla chiacchiera assordante o al postmoderno algido di un’avanguardia depotenziata rispetto alle avanguardie storiche.

Dicevo della paura di rischiare, di deludere, di sbagliare, ma di ben altre cose dobbiamo aver paura: separare il bene dal male, scaricare la barbarie sugli altri, ignorare il  movimento della creazione (dal materiale  all’immateriale, dalla cosa al come, dal fare al dire), ma soprattutto dobbiamo avere paura della paura, se vogliamo compiere atti di coraggio, come quello di accettare l’orrore del corpo e del sesso che impedì a Benjamin, il più grande letterato di tutti i tempi, di diventare il più grande pensatore del secolo scorso, come giustamente ha sostenuto Franco Rella. Quello stesso orrore che impedisce a tanti attori/danzatori la pratica dei processi organici, i quali producono un benefico effetto destabilizzante, creano caos e disordine, rubano sicurezza e tranquillità, ci consentono di ritrovarci dopo esserci persi.

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