The living room

Il festival “Testimonianze ricerca azioni” a cura del Teatro Akropolis, quest'anno particolarmente ricco di suggestioni drammaturgiche e anche performative purtroppo ancora rare nella nostra città, si è chiuso domenica 8 maggio con questo lavoro del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, nella sua unica tappa italiana. All'interno degli ambienti di Palazzo Doria, in piazzetta San Matteo a Genova, la performance di Thomas Richards, in un certo senso per questo 'situazionista', si articola all'interno di quello che definirei un vero e proprio convivio, di socratica memoria, al quale gli attori del gruppo invitano, con dolcezza direi, gli spettatori che vanno distribuendosi tra divani e tavolini, tra piatti di frutta, biscotti al cioccolato e the di ogni aroma. Con Thomas, dunque, nostri ospiti si presentavano, già dal guardaroba, Benoit Chevelle, Jessica Losilla Hébrail, Teresa Salas, Philip Salata, Cécile Richards, che della performance sono i bravissimi protagonisti. Sintatticamente giocata, con passione autentica e partecipazione profonda, sul meticciamento dei movimenti corporei, tra lo ieratico e l'inclusivo, le sonorità quasi inesplorate di canti creoli ed un recitato inglese tendenzialmente e finalisticamente sovraesposto, la drammaturgia si mostra come un viaggio verso le zone in ombra del nostro essere nel mondo, quasi che il nostro spirito più autentico si celasse in parti dimenticate del nostro corpo e andasse lì ricercato e riscoperto, con il movimento e con il suono che, come ha insegnato Sanguineti, è sempre intrinsecamente corporeo. Veicolo di un tale affascinante ed insieme perturbante viaggio è dunque, per attori e drammaturgo, la trasfigurazione, che prima e al contrario di ogni forma di tranche, non è perdita della propria identità ma riscoperta e valorizzazione, in ciascuno, della propria singolare e più autentica identità ed individualità. È un viaggio così verso il basso della sensazione corporea ed esistenziale, calda come sono caldi i nostri corpi ed immediata come le nostre passioni, e non verso l'alto di razionali e algide definizioni di noi, quasi che, il significato di noi stessi sia, ed è una scoperta perturbante ma insieme confortante, nell'ordinario essere soli e insieme 'nel' mondo, cosa con cui è necessario fare profondamente i conti anche con sofferenza, e non nell'oblio di esistenze alienate, e falsamente da altri determinate. Richards e i suoi autori non ci indicano, suggeriscono ovvero 'insegnano' strade ma, sorta di esempio concreto, partono e noi, con una spontaneità che non cessa a mio avviso di essere stupefacente, ci mettiamo sulle loro tracce. È una performance questa che, in effetti, sorprende molte volte e in molti modi, anche perchè pur producendo un effetto potente di straniamento, o forse proprio per questo, mobilita dentro di noi sensazioni tumultuose, sempre liberatorie e catartiche ma che talora, sempre dentro di noi, faticano a riorganizzarsi lasciandoci spossati sì, ma con una gioia intensa e non inattesa. Anche la traduzione verbale di quei moti interni si fa dunque incerta, ma questo credo poco importa, perchè se ricercassimo ancora l'effetto potente della contingenza affettiva e significativa del qui e ora del teatro del Workcenter of Jerzy Grotowski end Thomas Richards e anche del teatro in generale, dovremmo di nuovo avvicinarci a questo intenso lavoro. La performance è così rifluita agevolmente nel convivio, mescolandosi con esso e mescolando passioni singolari e plurali relazioni. Era tutto come prima ma, credo, niente era come prima ed il pubblico, dopo un lungo applauso scrosciante e liberatorio, per questo tardava ad accomiatarsi.

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