Sanguineti: un anno è passato

Trascorso un anno dalla sua inaspettata morte, il dialogo con la sua arte, anzi direi il colloquio con la sua esistenza artistica non si interrompe, anzi, anche per quanto mi riguarda più intimamente, prosegue quasi con maggior forza, con la maggior forza della sua mai cessata capacità di stimolare la riflessione su ciò che è oggi in Italia, e può diventare domani la cultura e la 'professione' dell'artista o dell'intelletuale. Prosegue questo colloquio con iniziative soggettive e con incontri collettivi che ripropongono della sua arte e della sua parola di intellettuale, sempre 'impegnato' dentro le vicende del pensiero e della poesia, temi e suggestioni a volte più consueti, a volte più singolari e anche inattesi, ma sempre 'inattuali' nella loro capacità di spiazzare abitudini e banalità. Pertanto questi mie righe non sono, o non sono solo, un ricordo quanto il prosieguo di una vicenda che mi ha portato a conoscere Edoardo Sanguineti, in particolare l'Edoardo Sanguineti straordinario uomo di teatro, traduttore, innovatore e 'travestitore' di testi. L'occasione, anzi la 'committenza' come la chiamerebbe lui, nasce dal cortese invito rivoltomi di portare una mia breve relazione ad un convegno a Novi Ligure, che abbiamo già segnalato in queste pagine, incentrato appunto sulla drammaturgia più nota del nostro, su quel vero e proprio 'evento' non solo teatrale che è stato l'Orlando Furioso del 1969. Di questo, per ravvivare, ammesso che ce ne sia bisogno, la presenza di Sanguineti tra di noi, scriverò dunque brevemente e, proprio per questo, cercherò di appoggiarmi con continuità, più che alle considerazioni critiche e storiche sulla sua arte, alle parole dello stesso Sanguineti, a quelle definizioni cioè che hanno arricchito le conversazioni che io stessa e altri studiosi hanno avuto la fortuna di intrattenere con lui. A partire dalle due parole chiave che, a mio parere, definiscono l'attività teatrale di Edoardo Sanguineti, cioè “dramaturg” e “committenza”. La prima per Sanguineti definisce “una figura diversa dall'autore e diversa dal regista. Dramaturg è colui che progetta le modalità della realizzazione scenica, e poi, lavorando sul canovaccio o sul copione dato dall'autore, sul testo letterario, diciamo così lo gira, dopo averlo in qualche modo elaborato e ripensato, al regista che lo realizza, poi, con gli attori” La committenza invece è stata definita da Luigi Gozzi, primo regista teatrale di Sanguineti drammaturgo, “non solo condizione indispensabile, ma che comporta una ben precisa impostazione del lavoro che lo scrittore dovrà svolgere: non solo l'indicazione di un testo che egli dovrà 'adattare', o tradurre o manomettere, e comunque modificare, ma anche, come dice lo stesso Sanguineti 'un idea' di teatro”. Le premesse teoriche stavano già in Laborintus e nel contesto estetico, filosofico ed ideologico da cui si produsse quella raccolta clamorosamente anticipatoria di un movimento che caratterizzerà, con la sua carica di rinnovamento non solo artistico, la nostra cultura dagli anni sessanta del 900. Il travestimento ed il teatro sono dunque una risposta a quei quesiti fondativi, tentando da una parte (il dramaturg) di recuperare, attraverso il lavoro sul testo, un senso significativo alla parola, a partire dalla fisicità del suo suono (“anche il testo, dice, è una realtà del corpo”), e dall'altra (la committenza) ricostruendo una relazione 'positiva' con la Società con funzione di rinnovamento e, se vogliamo, rivoluzione. Da K, e poi Passaggio, Traumdeutung, Protocolli e fino a Storie Naturali, Sanguineti comincia ad elaborare gli elementi sintattici e linguistici essenziali del travestimento, che dunque programmaticamente rispondono a sue specifiche esigenze estetiche: “Legato all'idea di un teatro di parola, e perciò nemico di ogni didascalia (e amico di un linguaggio che susciti e decida da solo lo spazio teatrale, e la scena, e il gesto) dovevo, prima o poi, scrivere una cosa come Traumdeutung, che porta questa idea al limite, e per tanto, ovviamente la rovescia. Ecco di conseguenza, uno psicodramma, mimato da voci trattate strumentalmente, e alle quali è negata ogni possibilità di dialogo. Il germe di tutto, si capisce, era in K (1959), e l'indipensabile mediazione in Passaggio (1961-1962)”. L'Orlando Furioso viene dunque a rappresentare la piena  applicazione in una concreta operatività di questi presupposti teorici. Di ciò Edoardo Sanguineti è consapevole, a partire dalla sottolineatura del valore 'estetico' della committenza. <<In questo senso, probabilmente il caso più fortunato fu proprio l'Orlando per Ronconi, dove la convergenza di idee, fin dall'inizio, tra lavoro di scrittura e la realizzazione scenica fu immediata. E non è, forse, neppure del tutto un caso che sia il caso più fortunato soggettivamente e anche quello più fortunato oggettivamente>> L'Orlando Furioso è dunque il progetto con il quale la teoria del “travestimento”, elaborata in apparenza quasi occasionalmente, per  assemblaggio di elementi culturali, poetici ed estetici di diversa origine e natura, si fa “prassi” nella concreta contigenza dell'evento spettacolare. Gli elementi che Sanguineti ha dunque a disposizione assumono in Orlando Furioso una organicità, una capacità di strutturazione, in sostanza una coerenza nuova, nell’essere utilizzati in contestualità e con sorprendente elasticità. Attraverso di essi si realizza una adesione ineludibile al testo ma insieme, proprio attraverso questa stessa adesione, una sostanziale, ma assai singolare, sua 'dissoluzione'. Vi è innanzitutto, da parte di Sanguineti, un intervento sulla struttura del testo dell'Ariosto che viene frantumata, smembrata (utilizzata come pre - testo) e ricomposta non in base ad un movimento ascendente, che prevede al culmine una risoluzione o conclusione  ma, piuttosto, attraverso una disposizione paritaria, non privilegiata, dei frammenti su una superficie...”. La ricomposizione del testo sulla base di una struttura, sia spaziale che temporale, orizzontale, anziché verticale, assume così la contemporaneità degli eventi in primo luogo quale espressione del presente come tempo tipico della messa in scena. In secondo luogo, ha una funzione di destrutturazione della dialettica interna del poema Ariostesco, per favorirne una nuova, a partire dalla contrapposizione-coesistenza degli episodi e sulla base della individuazione, libera e singolare, di “corrispondenze tematiche e sviluppi paralleli”. Una tale predisposizione della scrittura drammaturgica sanguinetiana è del resto pienamente percepita e condivisa dalla regia teatrale. Tra l'altro è noto che Edoardo Sanguineti oppose una certa resistenza rispetto alla trasposizione televisiva dell'Orlando Furioso, in quanto la stessa eliminava proprio quella predisposizione di scrittura e di trascrizione scenica, incentrata sulla contemporaneità dei piani narrativi e di senso e sulla loro libera ricomposizione. Questo intervento, di natura sintattica non è peraltro fine a se stesso ma è finalizzato a permettere la traslazione dalla letteratura alla scena della narrazione ariostesca, è quindi un lavoro di drammaturgia, di dicibilità del discorso e del verso, e di sua praticabilità ed efficacia teatrale. Al fondo emerge così anche la finalità latamente ideologica nei confronti della comunità che, promuovendolo, si avvicina allo spettacolo. Lo stesso Sanguineti al riguardo afferma:<< posto che la cosa funzioni, potrebbe essere la prima volta in cui il mito della partecipazione dello spettatore si realizza; nel senso cioè, di concedere al pubblico non tanto una possibilità di scelta che è poi alla fin dei conti preordinata, prestabilita, quanto i motivi di una scelta assolutamente personale e responsabile; come dire, insomma, da un coinvolgimento per democrazia rappresentativa (in cui si chiama in causa un pubblico già selezionato) a una vera partecipazione assembleare di adesione dal basso e secondo ragioni che ognuno viene maturando e riconoscendo dentro di sé>>. Si può in ultimo dire che la prassi descritta è la risposta alla aspirazione di teatralità incorporata nel testo, in ogni testo: <<un testo non aspira se non a prendere piena voce, corpo concreto, gestualità segnica, spazialità praticabile, temporalità sperimentabile, visibilità ostensibile>>. Ecco il “Travestimento”.  Il tutto, e qui concludo con effetti anche paradossali di straniamento che andavano a riguardare Sanguineti stesso, il quale ebbe modo di dirmi a proposito della sua attività di drammaturgo-travestitore: <<Devo dire che quando mi capita di assistere ad un mio pezzo teatrale, quello che provo è persino, mi è accaduto già di confessarlo, quasi un senso di imbarazzo, perché mi trovo dinanzi ad un testo che non sento totalmente mio, e certe volte, con un certo stupore, scopro di aver detto, cioè fatto dire, da un personaggio, da una voce, delle cose  che in fondo mi meravigliano. E’ come se si desse una certa maggiore apertura a degli elementi inconsci. Siccome l’elemento inconscio, per me, è sempre stato molto importante nella scrittura, qualunque fosse la modalità assunta, nel teatro questo l’ho sentito in maniera, anche più forte, in maniera più precisa, liberarsi e articolarsi.>> Ed ecco l'Edoardo Sanguineti, uomo e maestro di teatro, che ho conosciuto e ho apprezzato anche nella sua profonda umanità, non sempre 'percepita' perchè mai retorica, umanità che continuiamo a rintracciare proprio nei suoi “Travestimenti”.

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