Il nesso tra calcio e teatro

Devo allo spirito democratico e tollerante dell’amico Isidori, il fatto di poter ogni tanto superare la border line del mondo teatrale, per esprimere opinioni  eterodosse ma – a mio avviso – interessanti e feconde di inattese conclusioni.  Stavolta, agganciandomi all’attualissima questione di calciopoi,  batto forse ogni record; ma hic Rodus, hic salta!

Qual è il nesso tra calcio e teatro?  Il nesso è che anche per l’arte del pallone di parla di “calcio spettacolo”: cioè a dire, anche il calcio è spettacolo.  La invenzioni lessicali sono spesso illuminanti (nomen omen!), ma bisogna saperne trarre la lezione, senza impaurirsi di fronte a certe inevitabili conseguenze.   Che cosa significa che il calcio è spettacolo, sia pure con l’eventuale aggiunta di “sportivo”?   Significa che anche il calcio aderisce a quelli che sono i modi d’essere, ovvero le “regole” dello spettacolo. In uno spettacolo teatrale, da un “Edipo” alle terme di Caracalla, a un’!”Aida” all’Arena di Verona, dalla sfilata per il 2 giugno a una processione paesana in onore della Beata Vergine, la spettacolarità non richiede nessuna gara, nessuna competizione, nessuna possibilità di ipotesi diverse: tutto è programmato, preordinato, predisposto in vista di un esito preciso.  Perché non immaginare che anche il grande caravanserraglio del calcio possa organizzarsi in modo analogo, fornendo uno spettacolo preorganizzato, non solo per quel che riguarda l’esito delle singole partite, ma anche il meccanismo delle promozioni e delle retrocessioni, con una scelta ragionata e ponderata di chi deve giocare in A o in B, e via dicendo? Smarrito da decenni quell’agganciamento con una realtà di appartenenza cittdina o di quartiere (come per il Palio di Siena) e il tutto ridotto a un mercato di calciatori senza confine, perché escludere l’ipotesi che un clan di danarosi investitori possa organizzare un grande circo (oggi nazionale, ma domani europeo, come da più parti si vagheggia) di squadre che si affrontano e si confrontano secondo un copione accuratamente studiato per offrire al pubblico uno spettacolo vario e emozionante, con opportuni e ben collocati  colpi di scena, e esiti soprendenti e clamorosi?  Non facevano così anche i mitici Harlem Globtrotters, che giravano il mondo proponendo uno spettacolo di altissimo livello tecnico e sportivo, ma tutto preparato e studiato  a tavolino?

Naturalmente, il problema – come quello di ogni arte dello spettacolo – è semmai quello di recitare bene, ciascuno la propria parte, in campo e fuori: come Jago deve dirar dritto per la priopria strada, e Otello per la sua, così Messi deve giocare al suo meglio e Buffon parare tutto il possibile; ma anch’essi subordinati al disegno generale, che è lo stesso che richiede a Jago e a Otello di fare quello che fanno secondo l’autore e il regista.

I vantaggi di una conseguente accettazione del calcio come spettacolo, e non  come “guerra” sia pure sportiva, presenta molti aspetti: meno tifoserie in armi, meno polizia a controllare gli stadi, meno scommesse illecite, meno incidenti in campo tra gli atleti (perché certo la direzione del Calcio-Barnum non gradirebbe rotture, strappi e lunghe riabilitazioni), meno tensioni e via dicendo.  Il pubblico assisterebbe allo spettacolo del campionato,  il cui livello tecnico rimarrebbe assolutamente eccezionale, date le qualità tecniche e atletiche dei protagonisti, e se lo gusterebbe come oggi gusta la programmata serie di eventi delle Casalinghe dispetare o dei vari Commissari di polizia.   L’assurdo tifare per un’Inter senza ombra di un italiano, o di un Catania senza ombra di un catanese, verrebbe privato di ogni ragion d’essere. E avremmo un bello “spettacolo” in più, e nessuna ragione di litigi e di casini.  Il tifo può sempre accendersi per le partite tra Via Gluck e  Piazza Lodi, tra scapoli e sposati, tra cantanti e parlamentari, senza scopo di lucro, per beneficenza o per il divertimento degli amici, tutti a concludersi in pizzeria e analoghi punti di riferimento.

Pensate che bello!

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