Aiace Filottete

L’autunno, si sa, è stagione povera per il teatro: fino a novembre i teatri aspettano di capire quanti soldi riceveranno davvero dagli enti pubblici per definire i loro cartelloni, le compagnie lavorano ai progetti che presenteranno in inverno, qualche rassegna qua e là, qualche ripresa, niente di più. In generale si vede pochissimo e quel poco è talvolta di discutibile qualità.

Una felice eccezione a questa normalità s’è avuta il 28 settembre scorso a Siracusa con “Aiace/ Filottete”, prodotto dal Teatro Garibaldi di Palermo (nell’ambito del Progetto Med del Piccolo di Milano con l’Unione dei Teatri d’Europa) in collaborazione col teatro parigino “MC93” di Bobigny. Il contesto è stata la rassegna di teatro e d’arte contemporanea “Frontiere Liquide”, organizzata da Matteo Bavera nello spazio, non ancora definitivamente restaurato, del Teatro Verga. Si tratta di uno spettacolo realizzato e diretto dal maestro francese Georges Lauvadant su una traduzione del testo sofocleo di Daniel Loayza e con la partecipazione degli attori Maurizio Donadoni e Francesco Biscione. Come sempre, nel confrontarsi con uno spettacolo tratto dalla drammaturgia classica, occorre cogliere di esso non tanto la fedeltà alla lettera del testo antico (fedeltà impossibile e dunque vuota di vita e di senso artistico) quanto l’intelligenza con cui quel testo vien letto e interpretato, nonché il coraggio con cui il regista contemporaneo si confronta con esso. Da questo punto di vista parliamo di uno spettacolo notevole: i nodi tematici dei due testi sofoclei, ovvero la solitudine, l’alienazione eroica, l’inganno, la sconfitta, l’incomunicabilità del dolore, la ribellione alla violenza di una prassi politica disumanata, sono sintetizzati e ripercorsi d’un fiato in una scena che, pur nella fissità essenziale di una stanza (carcere, cella monastica, rifugio appartato) sa accogliere e filtrare dall’esterno luci (lo sfolgorare delle luci urbane piuttosto che la luce fredda e bellissima di un’alba mediterranea), echi e voci (la città, una stazione, un treno, il mare) del mondo esterno. La vita scorre fuori, dentro restano l’impotenza fredda a difendersi dal dolore e la morte. Anche l’interpretazione di Donadoni e Biscione è notevole: antirealistica, simbolica, controllata in ogni minimo particolare, capace di cogliere e proporre in ogni frammento di testo, in ogni gesto, un invito a fermarsi e riflettere. Unico difetto è, forse, la lavorazione del testo: un po‘ frettolosa ed eccessivamente legata a Sofocle quando invece lo spettacolo è tutto di Lauvadant.

 

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