Dell'integrità del teatro

In altra parte della rivista diamo conto della paradossale e violenta contestazione che un gruppo di fanatici, autodefinitisi difensori del cristianesimo, ha pervicamente condotto a Parigi contro l'ultima drammaturgia di Romeo Castellucci, peraltro già rappresentata ed apprezzata in mezza Europa, “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, titolo significativo e profondamente metafisico.

Credo però che su un tale evento sia opportuna una ulteriore riflessione che cerchi di coglierne anche, al di là dei suoi aspetti più politici o storico-sociali, le motivazioni profonde, quelle cioè che riguardano il rapporto tra le soggettività, organizzate o meno, e le interferenze che nei loro confronti, in forma estetica o più direttamente psicologica, il teatro è in grado di esecitare o mobilitare. Ancor più trattandosi di una drammaturgia come quella di Romeo Castellucci, intesa come l'opera  specifica qui considerata o più generalmente come sua modalità espressiva in continua evoluzione, che tenta direttamente di occupare i territori della intimità psicologica, singolare ovvero collettiva, i territori cioè dell'inconscio. Anche in questo caso, mi sembra, l'analisi di Castellucci parte dal concetto più generale che l'uomo è  l'unica articolazione dell'Essere, o di Dio restando in argomento, in grado di costituire una relazione consapevole con Lui. Esemplificando l'essere si articola nella soggettività umana, ovvero Dio crea l'uomo, per essere conosciuto (guardato) altrimenti resterebbe eternamente “muto”. In sostanza, e specularmente, l'uomo articola la propria umanità in una dialettica peraltro raddoppiata nella relazione maschio-femmina, e dunque la propria libertà interiore da esercitare nella sua vicenda esistenziale, nel rapporto con Dio, guardando cioè l'immagine di Dio che in effetti, nella drammaturgia di Castellucci, domina la scena nella forma che Antonello da Messina le ha conferito con il suo famossimo volto di Cristo, dalle profondità ancora insondate e forse insondabili. All'interno di questo rapporto le vicende delle umanità, singole e singolari, domandano e dunque ricercano un senso, una direzione, un significato e sollecitano una risposta, infine ribellandosi all'eventuale silenzio (nostro o di Dio?). È significativo che lo spettacolo sia stato talora accompagnato da un seminario sulle meditazioni di Ignazio de Loyola, perchè proprio nei più grandi mistici cristiani risulta evidente come il rapporto con Dio non sia pacifico, ma profondamente conflittuale in quanto espressione di due libertà tendenzialmente confliggenti. Vale la pena di ricordare che un'altra grande mistica, Teresa d'Avila, consigliava alle consorelle di giocare a scacchi nei monasteri per “dare scacco matto al Signore”. Venendo ai contestatori è proprio questa libertà, è questa conoscenza che essi sembrano negare e rifiutare, perchè sempre faticosa e a volte dolorosa, così che preferiscono lasciare dominare il proprio conscio da una immagine di Dio intoccabile e punitrice, e il proprio inconscio da un super io rigido e cieco, così che invece di elaborare la propria violenza, la proiettano esercitandola sugli altri, in special modo su chi cerca ed esercita faticosamente la propria ricerca e la propria libertà. In questa razionalizzazione cercano di eliminare ogni interferenza e ogni dubbio, e quindi ogni profondità psicologica, estetica o anche mistica, ma, come scrisse Jung, “L'ombra che è in noi è tanto più cupa quanto meno le permettiamo di farsi conoscere”. Del resto, e veniamo all'aspetto del perchè questa violenza si è esercitata proprio contro lo spettacolo di Romeo Castelluci, la drammaturgia credo venga aggredita, non tanto per la scena finale delle pietre contro l'immagine muta di Dio, ma proprio perchè smaschera questa contraddizione, questo nodo interiore, questa estrema difesa e nascondimento, che genera infine  quella persecuzione e sofferenza proiettata ed esercitata sull'altro. Ha scritto in proposito Goethe: “Chi non sa governare il proprio io, tanto più volentieri governerebbe la volontà del vicino, secondo la propria mente orgogliosa.” Paradossalmente è come se i cosiddetti contestori cristiani avessero inconsapevolmente messo in scena un dramma specchio rispetto a quello di Castellucci, ove l'ignoranza si contrappone alla conoscenza, ove la costrizione si contrappone alla libertà, ove, infine, Dio è veramente muto perchè non può rispondere a chi non fa domande. Merita, da ultimo, ricordare Beckett che forse più e meglio di altri ha articolato nei segni dell'inconscio la prospettiva o la tensione verso un assoluto che sempre sfugge, segni che possono credo leggersi anche nell'esperienza di Castellucci e della Societas. Sono le dualità dell'inconscio, le contrapposizioni tra libertà e comando, tra conoscenza di Dio ed esercizio di onnipotenza indotta dalla identificazione, cosa questa chiaramente riconoscibile nei contestatori, che in Becket vengono rinominate attraverso l'interpretazione del dramma biblico, quasi narrazione drammaturgica della vicenda dell'umanità. Appare dunque l'appiattimento, o l'identificazione religiosamente conscia o oscuramente inconscia, in un soggetto da cui non siamo in grado, per debolezza o viltà, di separarci conoscendolo (guardandolo) che produce l'ineludibile esigenza di tormentare gli altri ed impedire loro l'esercizio di quella libertà cui, questi contestatori, si sono negati, per viltà forse, l'accesso. Tutto ciò ovviamente vuole irrobustire e motivare la mia personale solidarietà con Castellucci e la Societas, così da unirmi alla richiesta che tale forma di violenza nei confronti del suo teatro e del teatro in generale venga comunque adeguatamente contrastata, per la libertà di tutti noi e a salvaguardia dell'integrità del teatro stesso.

 

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