Hamlice

Il Teatro della Tosse di Genova propone, il 25 e 26 Novembre alla Sala Aldo Trionfo, questa inquieta drammaturgia, sottotitolata Saggio sulla fine di una civiltà, di Armando Punzo, che cura anche la regia, per e con la Compagnia della Fortezza. Questo gruppo, come ormai noto a gran parte del pubblico, nasce oltre venti anni fa da una esperienza con i detenuti del carcere di Volterra, che ne sono tuttora la struttura portante, con esiti peraltro efficaci dal lato stesso di una sapienza recitativa partecipata, che nella sua sostanza umana sa spesso andare anche oltre certe rigidità e conformismi della prestazione professionale o professionistica. Drammaturgia inquieta dunque, e anche inquietante di quell'inquietudine che ci consente di superare barriere e schematismi, soprattutto interiori, e di gettare uno sguardo rivelatore su una contemporaneità segmentata e comunemente segnata da confini e sbarre come un penitenziario, e drammaturgia che gioca con abilità sulla doppia sintassi, intrecciata e conflittuale, della tragedia shakespeariana e della narrazione di Carrol, agendo in scena per dissociare, destrutturare e riaprire spazi di libera composizione, nella quale il rapporto con il pubblico diventa elemento essenziale proprio in funzione del dispiegarsi della significazione. Ne è spia la stessa articolazione della fabula a scena aperta, che accoglie già in azione il pubblico mentre entra in platea, e si mescola in continuazione con esso, offrendosi quasi in sacrificio liberatorio e mostrando così ciò che è invece sempre nascosto o negato, a partire dalla condizione esistenziale dei protagonisti e oltre fino alle angoscie che attraversano Amleto e, tramite Amleto, ciascuno di noi. Un tale intersecarsi di sintassi sceniche e di narrazioni drammaturgiche produce frizioni, a volte dolenti, ma, come detto, soprattutto spazi di libertà e di liberazione, dell'identità e del senso esistenziale, spazi all'interno dei quali Alice è, novello Virgilio, guida silenziosa e maestra. Di tutto questo movimento drammaturgico, che Punzo regola e controlla con maestria, di disarticolazione del senso che parte dalla disarticolazione della parola stessa che molto sarebbe piaciuta a Edoardo Sanguineti e di cui sembrano intense le suggestioni beckettiane, motore straordinario è l'umanità degli attori che innervano il crescendo narrativo con una partecipazione ed una condivisione che è segno di una condizione costrittiva che si libera attraverso l'esercizio, altrove negato, della propria soggettività che supera muri e sbarre e si afferma nello spazio sospeso del teatro. È una sorta di chiamata che ci raggiunge inaspettatamente e che ci sostringe, in quanto pubblico, ad una reazione, ad una risposta che non si disperda come una eco, una risposta che si trasforma in una relazione intensa che è accettazione dell'altrui soggettività, che riconoscimento dell'altrui presenza che è rifiuto dell'oblio l'uno dell'altro. Così lo spettacolo significativamente si conclude con un lancio, quasi infantile e per questo liberatorio, delle lettere dell'alfabeto in polistirolo, accatastate durante tutto lo spettacolo ai lati della platea, tra attori e pubblico in un giocoso scambio di segni e segnali non più sconosciuti e muti, quasi a ricostruire un senso nuovo alla parola. Una citazione paricolare merita l'abile utilizzo di diverse modalità drammaturgiche, quasi una trama di citazioni, dall'utilizzo della voce microfonata e modulata, alla scomposizione musicale, alla multimedialità, all'utilizzo dei dialetti, modalità tutte concorrenti a ristrutturare in senso nuovo la  narrazione scenica. Interessante a questo riguardo la presenza, a fianco del palcoscenico, di un illustratore, il bravissimo Enrico Pantani, quasi ad enfatizzare il segno di un percorso in farsi che non comincia né tanto meno si conclude nella contingenza, seppure ineludibile, dello spettacolo Alla messa in scena hanno collaborato in molti e tutti bravi, non avendo spazio per citarli tutti, ci venga perdonato un riconoscimento collettivo ai professionisti dello spettacolo e ai detenuti che ne sono stati il nerbo espressivo. Una sala piena come raramente capita oggi in Itala, ha tributato alla drammaturgia una vera ovazione.

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