Pensieri condivisi e pratiche imperanti

“Short Theatre, politiche della visione: se non vedi non credi”. Viviamo in  regime di libertà: è legittimo pensare che bisogna vedere per credere, ma ci sono buone ragioni per ritenere che bisogna credere per vedere, il che rimanda a quell’organico che il Direttore artistico di Short Theatre non gradisce e non pratica, proponendo in apertura della manifestazione tre conferenze spettacolo di due ore ciascuna. Tre puntate di One Day, un progetto di spettacolo che Accademia degli Artefatti non ha potuto realizzare: “24 ore tra Bucarest e Tijuana, ascoltando i Kiss e leggendo Brecht, rincorrendo la storia del ‘900; persone, attori e personaggi abitano un tempo e uno spazio, in bilico tra pubblico e privato, personale e televisivo, al confine tra il frammento  e l’epopea”. In altri termini, il racconto impossibile di un ragazzino rumeno che viene portato in Messico per la vendita dei suoi organi.

“Questo - scrive Fabrizio Arcuri -, era One Day, tre anni fa. Ora è questo e la sua assenza e il suo racconto. Oggi One Day è di meno, ma solo per poter essere di più”. Ripeto, in regime di libertà gli artisti hanno il diritto a fare il teatro che vogliono, è fuori discussione, ma penso che la libertà di pensiero e di comunicazione riguardi anche chi fa lavoro critico. Condivido l’idea che One Day possa essere di meno per essere di più, a condizione che la realizzazione non risulti pari allo zero.

Short Theatre è la “possibilità di una visione”, si dice, e va bene. E’ “l’innesto di un orizzonte culturale, uno sguardo che  legga e racconti lo stato dello spettacolo dal vivo in Italia, un luogo per le compagnie, non una vetrina degli spettacoli”, e va bene.  Va bene tutto. Vanno bene tutte le drammaturgie e tutti i teatri esistenti. Accetto le derive post-organiche e post-drammatiche, accetto le scritture sceniche variamente contaminate e declinate in generi o in generi che stanno al di là dei generi. Veramente. Accetto tutto. Va bene qualunque contenuto e qualunque tecnica per fare del buon teatro: ciò che conta è il risultato, la realizzazione dell’idea, lo spettacolo. Anche la deriva post-organica e post-drammatica possono essere al servizio di buone pratiche teatrali, a condizione che siano frutto di una scelta, non una  fuga in avanti determinata dalla incapacità del regista o dell’attore a produrre le forme organiche. Va bene anche il rifiuto della rappresentazione della realtà nelle sue variegate forme mimetiche e antimimetiche. Insomma, tutte le idee e le metodiche di lavoro sono buone per fare un teatro che conquisti il cuore e la mente dello spettatore, un teatro capace di suscitare interesse e fascinazione. Si può fare uno spettacolo seducente utilizzando i processi organici o i processi di astrazione,  negando i canoni dello spettacolo e della rappresentazione della realtà, oppure realizzando una conferenza spettacolo (perché no?), ma se la proposta paralizza lo spettatore  nelle anse della noia, lo spinge nelle pastoie del disinteresse e non lo fa sentire utile di fronte alla visione scenica, credo di poter dire : primo, che esiste una scarto tra progetto e realizzazione; secondo, che il fatto si è concretizzato in un atto di violenza; terzo, che si dovrebbe riconoscere onestamente il fallimento della prova.

In altri termini, la proposta artistica puoi chiamarla come vuoi, anche  conferenza spettacolo, ma se la realizzi in teatro con la presenza di attori e di un pubblico, con il corredo di tutti i rituali, compreso l’obbligo di accesso alla biglietteria, è uno spettacolo a tutti gli effetti, e come spettacolo penso che debba rispondere ad una regola fondamentale: suscitare emozioni, stupori, divertimento, altrimenti il teatro italiano, oggetto di dissennate politiche governative, sarà soggetto responsabile di quelle forme mortali di comunicazione evocate, tempo addietro, da Peter Brook. Sotto qualunque forma si presenti, il teatro mortale è la negazione del teatro e della vita. Senza ritmo, senza energia vitale e senza poesia non c’è  teatro.

One Day è un esempio di teatro esangue, algido, che obbedisce agli ordini della ragione dissennata. Presentato in apertura di manifestazione, ha  generato un pensiero condiviso ed ha sottolineato una pratica largamente diffusa. Nel quadro generale del pluralismo culturale ci sta anche questo: se ne fanno tante di chiacchiere.

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