Trilogia degli occhiali

Dicembre romano per Emma Dante e la sua compagnia Sud Costa Occidentale, in scena per dieci giorni al Palladium con la “Trilogia degli occhiali” e per circa una settimana con “Gli alti e bassi di Biancaneve” nei Teatri di cintura (Teatro biblioteca Quarticciolo e Teatro Tor Bella Monaca). Due spettacoli diversi e diversamente intensi, ma capaci entrambi di parlare un linguaggio di rara efficacia comunicativa. Sia lo spettatore della “Trilogia” sia quello della “Favola” sono investiti da un teatro organizzato in quadri di grande potenza iconica. La storia viene sottoposta ad un processo di disarticolazione in segmenti simbolici, leggibili autonomamente nella loro valenza allusiva. Quella di Emma Dante è una drammaturgia dissacratoria e demistificante, che smonta le convenzioni aggredendo il pubblico, indipendentemente dalla sua età. E se in “Acquasanta”, il primo momento della Trilogia, i signori delle prime file si devono parare dagli “schizzi” del mare, in “Biancaneve” i bambini scoprono la crudeltà della fiaba. È un teatro che gioca sull’effetto alienante di trovarsi di fronte a qualcosa difficile da accettare. Come la centralità del corpo: elastico e molleggiato, quasi prosecuzione delle marionette, continuamente citate ed esaltate come ideale di presenza scenica. Ma il corpo non è solo una molla che scatta e che vibra, ma è anche un serbatoio di pulsioni e funzioni primordiali, che portano lo spettatore sempre più in basso, prendendolo per la pancia. Nella “Trilogia” si susseguono un eccezionale Carmine Maringola, lo Spicchiato, che grida a squarciagola il suo amore per il mare; e poi la simmetria buffa delle suore (Claudia Benassi e Stéphanie Taillander) nel “Castello della Zisa” che sussurrano parole incomprensibili a Nicola (Onofrio Zummo) che sa essere corpo morto o ginnasta. Analogo il movimento dei “Ballarini” (Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco), che nel baule dei ricordi ritrovano la loro giovinezza e con essa la scioltezza di corpi danzanti e destinati a tornare vecchi, appena l’incantesimo della musica si dilegua. Stessa cosa che accade alla regina di Biancaneve, che diventa anziana e gigantesca per ingannare la povera fanciulla, ma poi dimentica l’antidoto alla sua stregoneria, condannandosi all’eterna vecchiaia. Del resto, nella Biancaneve di Emma Dante tutto è deformato come in uno specchio stregato e reinterpretato alla luce del rapporto tra i due personaggi femminili, che assorbe, annullandole, le varie componenti fiabesche. Tra le due brave interpreti (Italia Carroccio e Daniela Macaluso) si inserisce l’ottimo Davide Celona, che sa essere comico principe e specchio interrogato dalla regina, in una indimenticabile scena di raddoppiamento straniato. Ma il vero straniamento è la presenza dei bambini nella platea, che assistono a qualcosa in cui forse faticano a riconoscere gli elementi della storia che sanno a memoria, ma dimostrano di divertirsi. Ancora più forte è il disorientamento per chi sente i loro commenti e sulla scena vede il teatro di Emma Dante.

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