Art

Scritto da Valeria Merola.

È molto fedele al testo di Yasmina Reza, l’allestimento che Giampiero Solari ha realizzato di “Art” (all’Eliseo di Roma fino al 15 gennaio e poi in tournée). Talmente aderente alla parola dell’autrice, che in certi momenti sembra quasi di star leggendo l’opera letteraria. E questo, dal mio punto di vista, è un pregio. L’unico scarto molto evidente è nella scelta di avvicinarla ai nostri giorni, saltando quel divario di circa

vent’anni che ci separano dalla prima rappresentazione, in un teatro di Parigi nel 1994. Le tracce di questo tentativo sono sicuramente nella scenografia bianca e lucente, ma ancora di più nell’adozione della moneta unica europea, che va a sostituire i franchi con cui uno dei protagonisti, Serge (interpretato da Alessio Boni) ha comprato una tela tutta bianca, opera di un pittore alla moda. È intorno a questo incauto acquisto che si organizza la pièce, giocata sulle reazioni degli amici, increduli e infondo anche indignati per l’enorme prezzo corrisposto. I duecentomila euro pagati per questo quadro, in cui Marc (Gigio Alberti) e Yvan (Alessandro Haber) non riescono a vedere le linee bianche che ne impreziosirebbero il disegno, erano in realtà solo duecentomila franchi nel testo originario, ma l’adattamento ha voluto forse sottolineare, in modo poco condivisibile a dire il vero, la forte crisi economica degli ultimi anni.  Lo scherno a cui Serge viene sottoposto dagli altri protagonisti è l’occasione per far emergere le tensioni interne al rapporto tra i tre, che sono legati da una grande amicizia, sotto la quale si possono scorgere molti squilibri. Grazie anche ai numerosi chiarimenti rivolti dai personaggi direttamente al pubblico, Marc appare come un prevaricatore, che non accetta punti di vista diversi dal suo, rigidamente attaccato ad un passato ideale e ad un modello di bellezza e di eleganza classico. Serge sembra invece un arrampicatore sociale, pronto a comprare una patente di promozione, anche a costo di perdere la propria identità e Yvan emerge nella sua drammatica condizione di individuo prostrato dalla vita, sempre in bilico verso il fallimento. Lo scambio tra i tre, ripartito nelle rispettive case, ognuna contrassegnata da una diversa illuminazione e dalla presenza di un quadro simbolico, si gioca su un ritmo serrato di battute, che diverte molto la platea. Il comico in realtà è plasmato in modo da toccare anche toni più malinconici, verso l’elaborazione di un atteggiamento che potremmo definire pirandellianamente umoristico, quando la risata copre la riflessione sulle questioni esistenziali dei personaggi. Grande successo internazionale e premio Molière (1995), la pièce è stata scritta molto prima del “Dio della carneficina” (2007) con cui Yasmina Reza si è imposta all’attenzione delle scene di tutto il mondo. Eppure, per quanto il testo funzioni (anche alla lettura), non mi sentirei di condividere il fanatismo generale, nemmeno dopo la visione di questo allestimento. La versione italiana, che ha un ottimo cast e che conosce momenti molto intensi, come la scena della lunga tirata di Yvan in cui Haber offre una grande prova d’attore, è senza dubbio molto piacevole e divertente, ma nel complesso fredda. Si apprezza il meccanismo comico e anche la definizione dei personaggi, senza però rimanere troppo coinvolti.

 

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