Amleto, le stanze

Massimo Munaro e il Teatro del Lemming tornano per la terza volta ad Amleto, inteso come “mito fondante” della modernità, con questa nuova drammaturgia che in un certo senso riepiloga e compendia, a partire dallo stesso titolo, le due precedenti. L'esordio a Rovigo, con Chiara Elisa Rossini, Diana Ferrantini, Fiorella Tommasini, Alessio Papa, Mario Previato, Boris Ventura e Katia Raguso, e come di consueto

per la drammaturgia, regia e le musiche di Massimo Munaro. Non c'è Amleto in questo “Amleto”, e ciò potrebbe sembrare paradossale, in realtà se ben interpretiamo, non solo lo spirito di Amleto aleggia durante tutta la rappresentazione, talora recuperato nei vari monologhi collettivamente ricomposti dai diversi protagonisti, ma il corpo scenico della drammaturgia è il corpo medesimo di Amleto, dilaniato e disarticolato dagli inesauribili conflitti che lo attraversano, sia psicologico-edipici (tra padre e madre o meglio le loro immagini interne, tra eros e ascetismo, tra ragione e follia e via discorrendo) che esistenziali ed etici (tra passato e presente ovvero fra segno e simulacro quindi tra verità e menzogna). E in effetti se il corpo e la mente di Amleto sono dilaniati, la tessitura drammaturgica ideata da Munaro letteralmente esplode e si diffonde spazialmente tra palcoscenico e platea e tra palco e retropalco, in un labirinto di suggestioni anche visive, quasi a richiamare da un avanti esplicito e da un dietro celato il senso della vicenda. Non solo, ma si ri-addensa temporalmente in una contemporaneità di piani significativi ed in una simultaneità crescente di quadri scenici che dilagano attorno allo spettatore, ribaltando il prima delle cause nel dopo delle conseguenze. Amleto, come detto, ci pone innanzitutto il problema della 'natura', della sua irriducibilità che, ancoraggio dimenticato e quasi aborrito di verità, sembra  forzarci ad un più di menzogne e maschere, che trasformano la realtà in una continua, compulsiva e sinistra recita, contro la quale non resta che giocare, senza speranza forse, il paradosso. “C'è del marcio in Danimarca” e non solo in Danimarca, e occorre coprirlo, e quando ciò non è più possibile occorre che noi, spettatori di teatro o membri di una comunità, copriamo i nostri volti con le maschere, assumendo passivamente la menzogna della rappresentazione. È abile la drammaturgia a guidarci in questi continui scambi di ruolo, tra scena e platea e tra attori e 'spettatori', scambi che sono l'evidente esplicitazione non tanto di una relazione quanto di una complicità. Ma ponendo il problema della natura, il dramma ci pone anche, e inevitabilmente, il problema del potere che guida questa menzogna innaturale, un potere che non è più strumento nelle mani degli uomini o di alcuni di questi, ma di cui gli uomini stessi sono strumento, sia chi il potere subisce che chi il potere esercita. Così il potere, compiuto il compito inscritto nel destino di ciascuno, tornerà quasi per sua forza propria al primo detentore Fortebraccio Natura, potere e dunque la morte che si nasconde dietro la menzogna delle nostre maschere, ma di cui quelle stesse maschere sono irreparabilmente il primo segnale. Munaro ed il Lemming tornano, con questo terzo Amleto, ad una ben particolare declinazione del tema del rapporto tra individuo e comunità, affrontato in sorta di smascheramento drammaturgico che è non solo metafora di quel rapporto ma anche percorso latamente analitico perchè il rapporto individuo/comunità (spettatore/rappresentazione) rispecchia il rapporto di ciascuno di noi con noi stessi e viceversa. Percorso dislevatorio dunque, nel solco delle prove più interessanti del Lemming, che si attiva sul 'dubbio' fondativo di questo Amleto 'assente', che tra l'altro studia a Wittemberg, luogo di Lutero e della riforma protestante, dubbio enigmatico e paradigmatico che lo rende presente e vivo motore di tutta la drammaturgia. Nella menzogna verso la natura, e nel tentativo di un suo dominio incontrollato, e verso di noi, ricordava Max Weber, la apparente razionalità dell'agire umano (lui si riferiva al “capitale” ma il concetto può essere esteso) si trasforma in irrazionalità e la ricchezza, dunque il potere, si trasformano in forze distruttive e mortifere. Il disvelamento ci rende turbati, dice Munaro, ma il turbamento è il primo stimolo al dubbio e forse il corpo (scenico) dilaniato di Amleto si può ricomporre nella mente di ciscuno di noi. Spettacolo inquietante come di consueto, ma anche questo 'aperto' ed evocativo che non cerca l'abbandonarsi del publlico ma il suo reagire.

 

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