Il rito inutile e deleterio della (tele)visione

Gente di plastica. Riflessioni di uno spettat(t)ore.  ESSERE un ‘semplice’ spettatore partecipando allo spettacolo “gente di plastica” (sembrerebbe quasi improprio definirlo spettacolo) non è una cosa scontata. Ci sono troppe emozioni, troppe idee, troppi rimandi che ti portano a partecipare attivamente, in qualche modo ti coinvolgono anche fisicamente e ci sei, sei sulla scena, nella scena. Perché è un testo che parla di morte e di vita, con rimandi a riferimenti che ci appartengono ormai da sempre, che narra di importanti paure che riguardano profondamente tutti e lo fa in modo totale, carnale, senza filtri. E da subito. Da appena entri in teatro. Ti trovi già nel testo perché l’attore ti sta aspettando al botteghino, sulle scale nel foyer.. lo vedi, si muove meccanicamente come una marionetta, come un robot, e fissandoti proferisce metallicamente una citazione del tipo: “Miss Italia per te finisce qui!” o “Se non mi linki non ti taggo!” e via dicendo, con un frasario che attinge ad un quotidiano ormai sempre più decifrabile e ricorrente. E via con un altro attore e con un nuovo rimando alla quotidianità. Inevitabilmente televisiva e virtuale.
Perché questo, forse, è un po’ il leitmotiv di tutta la performance: una umanità così condizionata dalla presenza televisiva e mediatica/medianica che demartinianamente ha perduto la sua presenza più autentica. Gente che è numero, gruppo indefinito, alla rincorsa degli ormai soliti e facili successi, dell’accaparramento di una qualsiasi forma di potere, gente che crede di poter cambiare immediatamente la propria vita e vederla, in un baleno, passare dalla povertà alla ricchezza e all’affermazione sociale. Sembra tutto così facile!
Ma gli uomini vivono di dinamiche che derivano da atti forti, capaci di coinvolgere e determinare le sorti collettive. E come da un lato si lasciano condizionare dai subliminali e sottili messaggi mediatici, allo stesso modo la suggestione, l’ansia collettiva monta, e in modo crescente, quando capita l’infausto evento di una epidemia. Un virus che procura morti.
È lo svelamento di quello che fino a qualche tempo fa sembrava l’ultimo tabù, ossia la morte, ormai non solo svelato ma abusato e spettacolarizzato nelle più svariate e sempre indecenti forme di consumo collettivo. E in questa chiave la visione orwelliana assume un valore angosciante e davvero triste.
La scena è una grande stanza, un luogo che trova una definizione nelle varie vicende che si susseguono. Non visibili, ma decisamente presenti, le due telecamere poste in alto, negli angoli che registrano tutto ciò che avviene.
È davvero interessante la relazione che si instaura con quelle telecamere. Gli stessi oggetti che prima erano una ambizione, un obiettivo, il traguardo che potesse testimoniare il successo finalmente raggiunto, ora sono odiosamente superflue, eccessive, inopportune. A che serve continuare a filmare, registrare anche ora che c’è una epidemia che falcidia morti su morti, per quale ragione qualcuno dovrebbe interessarsi alle azioni e reazioni di persone che stanno morendo, che sono vive per caso e forse ancora per poco. È emblematica e dura la domanda che fa un attore verso la telecamera: “Ma non vi dà fastidio nemmeno quando mangiate?”. Una domanda che resta come un chiodo nello stomaco, a pensare per un attimo a tutte quelle scene che ci mostrano i telegiornali proprio mentre consumiamo il nostro cibo (inevitabilmente avvelenato!). Una abitudine che ormai ci ha assuefatti, non badiamo più a nulla, alle centinaia ma perché no anche migliaia di morti che a turno, nelle varie guerre, allo scoppio dell’ennesima bomba ci vengono spontaneamente propinati. L’altra sconcertante domanda è “Vi siete chiesti perché milioni di persone ci stanno osservando?”. Tanti, forse troppi, tutti a guardare, a osservare come nel più malsano voyeurismo, a farci i fatti degli altri o la vita degli altri, come se si dovesse completare la stessa nostra esistenza con quella degli altri e come se per farlo bastasse guardare.
È interessante come l’oggetto diventa fenomenologico e simbolico, uso di una liturgia possibile da realizzare con la predisposizione esatta degli elementi e dei loro gesti. In un baleno, la sala diventa luogo sacro, con tanto di sacerdote e altare. Altri meccanicamente pregano. Ma ancora, un camice diventa carriola su cui sono gettate le scarpe che in un loro improbabile e figurato peso sembrano migliaia, sembrano le montagne di scarpe di cui parlava Primo Levi nel suo racconto relativo ai campi di concentramento. O ancora, studio televisivo in cui l’aspirante starlet vedrà coronato di lì a poco il suo incredibile sogno.
E poi?
E poi la malattia, l’epidemia, la morte. E quindi l’uomo, le sue più profonde verità e come nell’allucinante racconto di Camus sulla peste il potere risulta stucchevole e pantomimico, il simbolo cambia il suo valore e il sacro, fin ora assente, si rivela. Il sacro involucro si rompe per dare spazio al sacro fuoco. Che come un vulcano è magmatico, non ha rivoli, né forme, ma le assume nel suo incedere più autentico. E lo spazio possibile sembra essere quello della memoria e dei ricordi, per dire: “Tu sei stato! Hai vissuto emozioni e sentimenti importanti”. Ce lo fa capire l’aspirante show girl che appena incoronata reginetta, in una fantastica scena plastica di “tronizzazione” si trova di fronte il corpo della madre morta. Crolla tutto. L’effimero si spezza ed emerge il vero, il sentimento, l’amore e il dolore, la vita e la morte. Il suo pianto è significativo perché è quel magma che sgorgando comincia a sciogliere le incrostazioni, gli stucchi. E compare sempre di più un volto, IL VOLTO.
E come a ricordare che anche nelle disgrazie e nelle tragedie più atroci c’è sempre un risvolto quasi comico, paradossale, la presenza di un novello “pulcinella”, in un simpatico napoletano dialogherà prima con gli uomini, poi col superiore, con Dio, ed è bella la battuta: “Dio, ma comme te permiette? Comm’e può fa murì a tutte sti creature?” perché lo rimprovera e lui può farlo.
E certo, dov’è Dio in tutto questo c’è da chiederselo. Dov’è il sacro, il magico, il profondo, il vero, l’armonico. Una sorta di esatta sintesi su un secolo, il Novecento, il suo nichilismo e le profonde, inevitabili angosce che ha procurato. Un secolo di svolta per andare dove?
Una danza dai sapori ancestrali, circolare, può creare una forma di armonia, ne ha il potere. E in questa danza sono coinvolti tutti quelli che vogliono danzare. Ma per farlo devono decidere di abbandonare un po’ se stessi e diventare un po’ altro. A questo punto la chiave di volta è fondamentale. Il mezzo di salvezza ci viene offerto, ci è già dato, ci appartiene da sempre. Dobbiamo solo ri-conoscerlo e ri-attualizzarlo. Si tratta di accogliere l’altro, in qualche modo di fare lo sforzo di “diventare” altro, in una forma di costruzione di collettività in cui ognuno può avere un ruolo preciso, in un autentico interscambio capace di creare appartenenze.
E l’altro è accolto in tutta la sua essenza, in quella che può essere letta anche come diversità. Forte ed emozionante la battuta dei due amanti omosessuali che con grande tenerezza si scambiano delle amorevoli effusioni: “cercavo dentro di te uno specchio” .. “diverso, diverso è l’amore che provo per te”. E deve essere così, perché l’amore non può essere mai uguale, non può essere mai stigmatizzato.
Il viaggio scenico diventa quindi una sorta di inno, un vero e proprio manifesto della civiltà e della dignità dell’uomo, da ri-scoprire nella sua autenticità, nella sua armonia nelle cose belle perché in un contesto fatto di egoismi, volendo citare Patroni Griffi, chi muore è proprio la bellezza, e non quella estetica.
Si concreta infine il motto virgiliano “Omnia vincit amor” come soluzione, approdo o forse partenza. Ma è l’amore di cui c’è veramente bisogno, quello vero, autentico, sena filtri, senza condizionamenti. Un amore per la propria dignità che può verificarsi nella condivisione perché in fondo noi non siamo ominidi, né burattini, ma uomini.

Giancarlo Guercio
Ricercatore di Antropologia Teatrale – Università di Salerno

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