Educazione fisica

Che “Educazione fisica”, lo spettacolo di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco (testo di Elena Stancanelli) che ha debuttato a Milano nel novembre scorso (Teatro CRT) e s’è visto nei Teatri Comunali di Vittoria e di Noto (rispettivamente l’11 e il 12 marzo 2012), sia un buon spettacolo è un fatto evidente e quasi tangibile: il soggetto è interessante (una classe che, attraverso un duro percorso d’allenamento sportivo, prova a trasformarsi in una solida squadra di basket), la scrittura scenica (testo, movimenti, spazio) presenta un equilibrio esatto tra coralità e prove d’attore, il ritmo è coinvolgente, le musiche ben scelte (tra le altre spicca “Rabbia e tarantella” di Morricone). Certo, poi ci sono anche delle imperfezioni, delle fragilità, dei segni che ricordano troppo da vicino il linguaggio di Emma Dante (della cui compagnia Civilleri e Lo Sicco sono stati veri e propri punti fermi negli spettacoli migliori) e se, soprattutto alla fine, lo spettacolo perde un po’ d’energia e tensione, si tratta complessivamente di un lavoro di buon livello. In scena, oltre allo stesso Civilleri, c’è un nutrito gruppo di giovani attori palermitani: Enrico Ballardini, Alice Conti, Giulia D’Imperio, Daniele Giacomelli, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Dario Muratore, Chiara Muscato, Quinzio Quiescenti, Alessandro Rugnone, Francesca Turrini, Marcella Vaccarino, Gisella Vitrano. E però occorre dire che la qualità essenziale per la quale val la pena di vedere questo lavoro è la sua importante ed integrale densità metaforica: che cos’è quest’ educazione fisica di cui si dice, se non infatti una metafora della possibilità, che gli uomini hanno spesso sperimentato e praticato nella storia, di costruire miti, ovvero – per dirla col mitologo Furio Jesi – “immagini senza parole”? Immagini forti, compatte, immagini che comunicano valori assoluti, tranquillizzanti, valori classici, valori con le iniziali maiuscole (Eroismo, Patriottismo, Fedeltà, Sacrificio, Famiglia, Obbedienza) e soprattutto non discutibili, non criticabili, non interpretabili. «Educazione fisica, non libertà!», ecco il nodo: il coach, maniacale e molto fragile, se non marcio, cultore di storia antica e soprattutto innamorato – non a caso, si direbbe ampliando il discorso sul versante della presenza dell’immaginario classicista nella nostra cultura - dell’eroica resistenza degli Spartiati contro i Persiani alle Termopili, con la sua disciplina coarta le individualità in formazione degli allievi, le annienta, per farle diventare non tanto uno squadra quanto un “noi” compatto ed aggressivo. Un “noi” - pancia in dentro petto in fuori - che poi coltiva con la rudezza del branco i propri valori di conservazione, che rifiuta ogni diversità, ogni presunta inadeguatezza, ogni intelligenza critica. Da questo punto di vista anche il tema della sostanza dell’educazione (dell’educazione oggi, della sostanza individuale e dialogante del rapporto tra educando ed educatore, dell’importanza sempre attuale del gioco come strumento di formazione) è implicito in questa tematica e la conferisce ulteriore respiro e profondità, pur restando secondario e non ulteriormente sviscerato. Al centro dello spettacolo resta invece la dinamica mistificante della creazione del gruppo che, coi suoi miti e con le sue parole d’ordine, annienta l’individuo nella sua diversità: ma è un gioco pericoloso e non solo in quanto tale, ma anche perché, come l’ ultimo segmento dello spettacolo prova a ricordare, l’uomo ha un altrettanto potente spirito di ribellione e di autoaffermazione e, se si ribella, i primi a pagare sono proprio i maestri, i cattivi maestri.

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