Voyager

Animula vagula blandula, come una suggestione da Adriano, che improvvisa ma provvida danza attraversa il confine liquido tra la vita e la morte, questa performance di Imre Thorman, allievo di Kazuo Ohno, sembra una sorta di viaggo di ritorno da una dimensione lontana in cui si sono persi legami e ricordi di una intera esistenza. In scena il 15 marzo al teatro Akropolis, primo intenso e inaspettato atto di questa edizione

di “Testimonianze ricerca azione”, lo svizzero Imre Thormann, coadivato da Dr. Doering per le musiche e da Inge Gill Klossner per i costumi, ci fa conoscere la strana consistenza della danza Butoh appresa dal coideatore, suo maestro. Forma di espressione corporea relativamente recente, risale nella sua attuale configurazione alla fine degli anni 50, che mescola danza e movimenti rituali, mimica del volto e mimesi, il Butoh, meticciando la contemporaneità del nostro mondo condiviso con la profondità della tradizione dell'estremo oriente, sembra distillare fino alla piena purezza sentimenti ed emozioni. Così lo spettacolo di Thormann produce una fortissima spinta centripreta che sembra richiamare al centro della scena non solo i suoi ricordi, ma anche i nostri, non solo le sue emozioni ma anche le nostre, improvvisamente strappate alle consuetudini. Con quel particolare uso del travestimento, proprio della espressività orientale, un travestimento che non nasconde o muta, ma bensì disvela e conferma, Thormann usa il Butoh per realizzare una peripezia interiore, ispirata alla scomparsa della nonna, utilizzando la danza come una navicella (il Voyager del titolo) che lo conduce oltre il confine, ma non per perdersi nell'infinito, bensì per 'tornare'. E in questo suo viaggiare oltre il confine della vita, il corpo intero del danzatore comincia a sciogliersi e a dissolversi per mostrare l'intima articolazione di un'anima che si avvia verso quegli spazi sconosciuti che stanno al di là di noi e anche dentro di noi. Sembrano gli stessi movimenti della morte, fatti di quel materiale di cui sono fatti i sogni. Ecco così che il corpo del danzatore, con una cinetica controllatissima ma insieme libera, sembra recuperare e trattenere, nei tremiti ondeggianti della muscolatura, i messaggi di un altrove ritrovato, mentre il suo volto si trasfigura per lasciar filtrare stati emotivi fluidi e fissarli in espressioni di strana intensità. Ma è un viaggio di ritorno dagli spazi siderali della morte e gli stati emotivi richiamati all'interno della scena e progressivamente incorporati come in sacrificio nel corpo del danzatore, ci vengono restituiti quasi raggelati, forse troppo raggelati da una fortissima istanza di purezza espressiva in cui si perde un poco il calore dei rimescolamenti simbolici, che pure la danza di Kazuo Ohno sembrava consentire e lasciava trasparire. Solo dopo un certo tempo le loro forme si sciolgono e le loro  linee si definiscono in pensieri e sentimenti, perchè il Butoh è performance che viaggia per luoghi privi di parola e quasi di suono, e così la parola sembra qui inadeguata.  Capita raramente di affrontare emozioni come queste dello spettacolo di Thormann, intense ma soprattutto inattese, inattuali per le modalità e la sintassi in cui si formano ed in cui transitano davanti ai nostri occhi.

 

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