Una lettura del Woyzeck

E' una peripezia intorno al tragico, anzi una vera e propria indagine introspettiva sul senso del tragico, quella che giovedì 22 marzo, nel secondo appuntamento di “Testimonianze ricerca azioni” al teatro Akropolis di Genova, ha proposto Claudio Morganti con questa sua performance multisegnica, quasi un 'centauro' drammaturgico, suggerita dal confronto con il Woyzeck di Buchner. Un indagine su due piani, ovvero su più piani semantici che si mescolano, si richiamano e si rinforzano reciprocano, tra narrazione, drammaturgica del testo, sapienza recitativa e animazione in un caleidoscopio di suggestioni e stimoli. Eccellente e sorprendente in particolare il video animato ideato e realizzato dallo stesso Morganti in una sorta di proiezione, in senso anche psichico o psicanalitico, di corrispondenze interiori, al limite dell'intimità, stimolate dalla insolita trascrizione scenica del notissimo, ma qui paradossalmente riscoperto, testo di Buchner. Una indagine sul senso del tragico, dicevo, in particolare di quel tragico 'moderno' che ha attraversato la rinascita della drammturgia romantica tedesca in quel secolo, l'ottocento, di rivolgimenti profondi che accompagnavano la rinascita di una nazione. Un tragico in cui l'irriducibilità dell'individuo era costretta a confrontarsi non con la forza divina del fato ma con le costrizioni, le ipocrisie, le oppressioni di una società che si articolava irrigidendosi in ruoli e maschere. Così il fuciliere Woyzeck, come ha sottolineato anche Morganti, tenta di resistere alla oppressione esistenziale di una Società ottusa e grottesca, ben rappresentata dai vari ufficiali comandanti e dal medico militare, adeguandosi, quasi appiattendosi attorni ai suoi spigoli. Cerca di vendere la sua poca merce come insegna l'imbonitore che dà l'avvio alla drammaturgia. È un plot molto semplice, quello di Buchner, limitato nelle dimensioni spaziali, per così dire, e nello sviluppo temporale, ma che procede quasi con ferocia verso la profondità. Quando dunque Marie, la donna che gli ha dato un figlio, lo tradisce per due orecchini donatile dal “tamburo maggiore”, nome non casualmente suggestivo, Woyzech scopre di non avere più vie di fuga e la uccide. È l'ultima possibile rivendicazione, l'ultima ribellione senza speranza e senza scopo, l'ultima soluzione che l'individuo sconfitto escogita per riaffermarsi sulla scena del mondo. Morganti in questa sua performance riesce a rendere l'essenziale della drammaturgia di Buchner, scremando i movimenti scenici, così da rendere ineludibile il confronto della nostra coscienza con il quesito insoluto del tragico ai tempi della nostra contemporaneità. Un tragico senza Dio e senza dei, un tragico di uomini schiacciati dalla banalità di una esistenza organizzata per altri scopi, che non riescono a riconoscere e che sfuggono, non verso l'Olimpo ma che si nascondono in una caserma o in un ambulatorio militare, una esistenza a cui viene sottratto  anche l'ultimo barlume di autonoma soggettività, un triste “siamo uomini o caporali”. Drammaturgia straordinariamente contemporanea, dunque, nelle intuizione dello scrittore ottocentesco, che rileggiamo in tanti episodi dei nostri tempi, ma anche nella interpretazione, estrapolazione linguistica, riscrittura di un Claudio Morganti che è stato a lungo applaudito.

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