The Coast of Utopia

L’impresa: Nel novembre 2009 il Teatro di Roma annunciava di avere in progetto un allestimento della trilogia “The Coast of Utopia” di  Tom Stoppard, prevedendone  una possibile realizzazione nel giro di tre anni:  nessuno pareva si aspettasse, in quel momento, che a gestire l’iniziativa sarebbero scesi in campo alcuni formidabili mostri sacri della scena italiana, per giunta perfettamente assemblati: Evelina Christillin e Mario Martone  (basta scorgerne la presenza in sala per coglierne l’aura  di intelligenza e serena determinazione), Marco Tullio Giordana (animato da una giocosa intensità e minimizzante uno dei più emozionanti e coraggiosi curriculum cinematografici del decennio), Gabriele Lavia (uomo di teatro geniale e profondo, nella particolare circostanza anche eccellente padrone di casa). Complessivamente una forza d’urto insperata e forse insperabile: oserei dire, pensando allo stato delle cose della cultura in Italia, un  momento di  autentico sollievo.  Il piano di lavoro concepito nel 2009 (come del resto quello ora in atto) esigeva tempi non indifferenti per la preparazione di un evento monumentale, che avrebbe richiesto un gran numero di attori, costumi, scene, tecnici, risorse economiche. Mentre un pubblico attento e curioso era rimasto in attesa di veder approdare in Italia quello spettacolo imponente, (che dopo aver conquistato durata scenica e risonanza critica in Inghilterra e negli U.S.A., raggiungeva  Mosca e Tokio), l’orizzonte produttivo, così come allora ipotizzato, aveva finito per subire cambiamenti che ne ponevano a rischio la costosa messa in opera. Sembra essersi configurata allora la discesa in campo di queste forze creative e d’impresa, tra le migliori dello spettacolo italiano, compattatesi grazie all’entusiasmo di Michela Cescon, un’attrice pronta e sensibile, fattasi depositaria dei diritti d’autore e motore del cambiamento: dopo aver concordato con Stoppard i tempi della produzione e fatto leggere il testo a Marco Tullio Giordana, ha riscosso la fiducia dello Stabile di Torino, diretto da un Martone assai adeguato alle modalità espressive e ai temi di “Utopia” e presieduto da Evelina Christillin (con la quale la Cescon aveva stabilito  un felice rapporto di collaborazione nell’ambito delle Olimpiadi della neve torinesi); tornando infine a coinvolgere il Teatro di Roma nelle figure del presidente Franco Scaglia e del direttore Gabriele Lavia, ovviamente  sensibili agli argomenti e  alle forme in questione, e da ultimo anche ricevendo un prezioso contributo da Monique Veaute e la Fondazione Romaeuropa .
Detto fatto (si fa per dire), “The Coast of Utopia” suddiviso nei tre diversi appuntamenti di Viaggio-Naufragio-Salvataggio, verrà rappresentato questa primavera al Teatro Carignano di Torino (20 marzo-1 aprile 2012) e al Teatro Argentina di Roma (10-29 aprile 2012), con la regia di Giordana e nella coproduzione della Fondazione del Teatro Stabile di Torino, del Teatro di Roma e di Zachar Produzioni di Michela Cescon..

Il testo di Tom Stoppard, (commentando una nota dell’autore).
“Alla metà del diciannovesimo secolo, mentre venti di rivoluzione attraversano l’Europa, in Russia un gruppo di intellettuali, giornalisti, critici, filosofi, poeti, i loro amici e le loro compagne di vita, lotta per far cadere lo Zar e per l’abolizione della servitù della gleba in nome della libertà. I protagonisti della storia sono l’anarchico Michail Bakunin, il rivoluzionario scrittore e filosofo Aleksandr Herzen, il critico letterario Vissarion Belinskij e lo scrittore Ivan Turgenev”. L’idea di questa narrazione è venuta a Stoppard attraverso (direbbe Sklovskij) un percorso emozionale obliquo, che parte dall’imprudente ritorno in Russia di Belinskij, dopo un soggiorno a Parigi in compagnia degli amici transfughi come lui. La scintilla emozionante della vicenda si accende attorno al motivo a noi desueto di quel ritorno, fondato sulla percezione che Belinskij aveva della sua importanza di scrittore, in un mondo che ne aveva bisogno e lo ascoltava, piuttosto che la sua sicurezza personale, in un mondo libero che non si sarebbe neppure accorto della sua voce.
Belinskij: “Non abbiamo una letteratura nazionale, perché quello che abbiamo non è nostro, è come una festa in cui ognuno arriva mascherato da qualcun altro: Byron, Voltaire, Goethe, Schiller, Shakespeare e via dicendo…(..) Il critico ha una doppia missione in Russia. Se si riesce a capire qualcosa di arte si capirà qualcosa anche di libertà, di scienza, di politica e storia: perché nell’universo ogni cosa si dispiega una dietro l’altra di cui anche la mia ricerca è parte integrante. (..)Mi sarebbe facile comprendere la verità dell’Idealismo anche se avessi udito una sola frase di Schelling gridata a una finestra da un uomo su un cavallo al galoppo…..” (VIAGGIO)
Stoppard aveva potuto avvertire quella stessa dimensione paradossale a Praga, in epoca di normalizzazione, incontrandosi con attori e scrittori conosciuti nei difficili tempi del comunismo. Questi intellettuali, un tempo messi all’indice, scoprivano che le loro parole, quando dovevano sfuggire alle maglie della censura, riuscivano diversamente esaltanti che nel Paese pacificato e mentre sperimentavano un ridimensionamento del loro ruolo, nutrivano una qualche  nostalgia per l’intensità dell’ attenzione loro tributata un tempo.
Attraverso i testi classici di Isaiah Berlin e E.H.Carr sull’intellighenzia russa in esilio l’indagine di Stoppard si espande e approfondisce, disegna orizzonti e caratteri: “ Come quasi ogni altro fenomeno originatosi in Occidente, la rivoluzione romantica arrivò in ritardo i Russia. In questo Paese si pensava ai romantici come a individui dediti principalmente al culto della natura, in Europa invece la rivoluzione romantica fu incentrata soprattutto sull’individuo e sulla sua liberazione dal giogo dell’assolutismo morale e politico. All’inizio degli anni ’30 del XX secolo in Russia, la gioventù dell’élite istruita diede vita a due diverse opzioni maturate fra gli studenti dell’Università di Mosca”: il circolo filosofico o dei sentimentalisti tedeschi, che cercava rifugio dalla realtà nella libertà interiore e nell’Idealismo tedesco e che trovò in Michail Bakunin l’ esponente più in vista  e il circolo politico o dei frondeur francesi, che studiava la Rivoluzione e i socialisti utopisti. A guidarli era un giovane Aleksadr Herzen. Nel 1834 il ventiduenne Herzen fu arrestato ed esiliato e solo nel 1847, ormai trentaquattrenne, ma erede di un’immensa fortuna, fu autorizzato a lasciare la Russia con la moglie, i tre figli, la madre, e tre domestici, diretto a Parigi, alle soglie della rivoluzione.” Una serie di catastrofi pubbliche e di tragedie private lo condusse a Londra dove pensava di fermarsi giusto il tempo di riprendersi dalla morte della madre e del figli, subito seguita da quella della moglie Natalija. Vi rimase invece dodici anni” : grazie al denaro, che era riuscito a portare con sé, potè fondare “La stampa Libera di Russia” e successivamente “Kolokol” ovvero “La Campana”, “la rivista probabilmente più efficace a battagliera della storia radicale”. Ma negli anni ’60 gli uomini nuovi della Russia si sostituivano a Herzen, costretto a lasciare l’Inghilterra per Ginevra insieme ai suoi sodali e al suo giornale, che pubblicò in edizione francese  fino al 1868. Nel 1970 moriva, “non solo emarginato ma deriso, per essere riletto e rivalutato in Russia una decina d’anni dopo. La vicenda narrata da “The Coast of Utopia” arriva fin qui. Herzen non aveva in simpatia il “materialismo dialettico” di Marx, che intrecciava astrattamente storia, progresso e autonomia individuale: come Isaiah Berlin teneva in gran conto l’individuale rispetto al collettivo, il concreto prima del teorico e detestava soprattutto il sacrificio del presente per una felicità futura”.
Marx:…”Le vite distrutte e le ignobili morti di milioni di individui saranno riconosciute come parte di una realtà superiore. di una superiore moralità…..”
Herzen: C’è qualcosa di sbagliato in questa figura. Chi è questo Moloch che promette che sarà tutto bello dopo che saremo morti? La Storia non ha scopi! La Storia bussa a migliaia di porte in ogni momento e il  custode è il caso. Ci vogliono impegno e coraggio precostruire il nostro cammino, mentre il cammino a sua volta ci costruisce, senza poterci affidare ad altra consolazione che non sia l’arte e la luce estiva della nostra felicità personale……(SALVATAGGIO)

Dal commento dei coproduttori:
“Ho molto frequentato quei signori spesso barbuti e quelle signore splendenti per intelligenza e coraggio…..
Ho solcato quelle onde per scrivere “Noi credevamo” e per cercare nel nostro Risorgimento quella sponda dell’utopia che , allora come adesso, per quanti naufraghi possa incontrare, resta non solo l’unica spinta al cambiamento, ma soprattutto l’unica posizione ideale che dia vera dignità alla militanza politica”. Mario Martone

“L’autore mette le mani nei sogni collettivi letti attraverso la lente profonda dei sogni privati…” Gabriele Lavia

La regia. Dalle note  di Marco Tullio Giordana.
L’imponente trilogia di Stoppard “racconta la tumultuosa traiettoria dell’Utopia rivoluzionaria attraverso le peripezie della giovane élite intellettuale russa, scandite e riassunte in tre tappe di cui gli stessi titoli  - Viaggio, Naufragio, Salvataggio – forniscono la chiave”. Rappresentare la commedia tutta insieme o in tre episodi separati, proposti in giornate diverse, è un’opzione  che Stoppard ha lasciato ai suoi registi: nel 2002 a Londra Trevor Nunn optò per la prima ipotesi, a New York nel 2006 Jack O’Brien scelse la seconda.
Marco Tullio Giordana ha ritenuto rispettare le cesure implicite nel testo, “forse necessarie a permettere l’assimilazione di concetti che – pur alla radice della cultura europea moderna – hanno bisogno di un minimo di riflessione “. (N.d.r. Del resto quasi tutti i migliori classici che affrontano questa epopea dei grandi esuli Russi nel mondo non sono stati, neppure, ancora tradotti in Italia).
Viaggio.
La prima parte si svolge in Russia dal 1833 al 1844 e si apre sulla campagna di Premukhino, nella tenuta della famiglia Bakunin, dove si festeggia un fidanzamento. Compaiono brevemente Belinskij, Herzen, Ogarev e Turgenev.  Il frammento si chiude sui “fasti dei Bakunin, travolti dal radicalismo di Michail”.
Naufragio
La seconda tranche “si sposta dalle campagne di Solokovo in Germania, a Salzbrun, e poi a Parigi, a Dresda e infine a Nizza, chiamando in scena personaggi per i quali non esiste separazione tra sfera pubblica e privata. Aleksandr Herzen e Natalija, Nikolaj Ogarev e Maria, Georg Herweg e Emma sperimentano su di sé una nuova morale antiborghese consumando passioni e tradimenti che finiranno per ferirli a morte. Compaiono figure di fuorusciti come Sarzonov, Karl Marx, Turgenev, sullo sfondo della Parigi infiammata nel 1848 da una rivoluzione presto delusa (..). Il naufragio che da titolo alla piéce è quello della nave che s’inabissa portandosi via Natalija, il piccolo Kolia e Madame Haag, distruggendo la famiglia Herzen”.
Herzen: “Non c’è mappa. In Occidente il socialismo potrebbe vincere la prossima volta, ma non è il punto d’arrivo della storia. Anche il socialismo raggiungerà i suoi estremi e le sue assurdità, e ancora una volta all’Europa salteranno le cuciture. I confini cambieranno, le nazionalità si disperderanno, bruceranno le città, il collasso del diritto, dell’istruzione, dell’industria, i campi lasciati marcire…. allora una nuova guerra scoppierà tra chi è scalzo e chi ha le scarpe..e così via. Vi dispiace per la civiltà? Anche a me dispiace”.
Salvataggio.
Mentre assistono al fallimento della rivoluzione in tutta Europa, i sopravvissuti resistono a Londra “senza mezzi (tranne Herzen che li dispensa generosamente) ma ancora pieni di illusioni”. Bakunin fugge dalla prigione russa e riprende le fila della cospirazione, ma il mondo degli esuli è un mondo di contrasti e di rancori che affanna Herzen. Kossuth, Kinkel, Ruge, Mazzini, Jones, Ledru-Rollin, Blanc , il conte di Worcell e, sprezzante, Marx, compaiono in un suo incubo. Le sue vicende famigliari si complicano, mentre le parole della rivoluzione suonano qui “come un tema musicale troppo consumato che torna a far sentire la sua armonia originaria”.

Nella costruzione complessiva dello spettacolo, la continua altalena nello spazio tempo, più comune nel cinema, funziona come i procedimenti della memoria e sollecita l’attenzione dello spettatore, meglio che l’esposizione piatta di un continuum. La traduzione del testo a cura di Marco Perisse e Marco Tullio Giordana (in libreria dal 22 marzo) si basa sul testo originale inglese e mantiene fedeltà assoluta alle intenzioni dell’autore: principio rispettato nella messa in scena, che è costruita su di un lavoro visibilmente pensato e scritto per il palcoscenico. Si tratta di una grande opera corale in cui la compagnia resta un organismo pulsante e offre la possibilità d’impegno a molti talenti  bloccati dall’empasse della crisi. Questo ha concesso l’opportunità al regista di  pensare ai numerosi attori incontrati durante la formazione del cast dei suoi film e ai quali, pur essendone rimasto colpito e avendone intuito le potenzialità, aveva dovuto rinunciare. 1200 i provini.
L’ architetto e light designer Gianni Carluccio ha creato un’installazione allusiva, più che realistica, con pochi affascinanti oggetti d’epoca e i costumi di Elisabetta Antico e Francesca Sartori  sono interpretati filologicamente ma  in modo stilizzato e con indizi, d’epoca anche quelli, necessari a segnalare i diversi momenti storici e gli sbalzi disordinati di ambienti e luoghi che la trilogia attraversa.
Nelle musiche, composte da Andrea Farri, si rintracciano echi che vanno da Liszt e Chopin (menzionati da Stoppard), a Beetoven, Brahms, Schumann, Shubert, Strauss padre, mescolati con suggestioni novecentesche di Schomberg, Arvo Part, Philip Glass . Un tema musicale che intende, in questo mixage, suggerire un insieme allusivo alla formazione cosmopolita dell’intellighenzia russa.
Daniela Pandolfi.

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