Il caso Dorian Gray

Drappi neri come fantasmi e una scena vestita a lutto, per accogliere tre personaggi: Henry, Basil e Dorian. Raccontano in modo diverso una stessa vicenda complessa e articolata, in cui c’è sempre un particolare che sfugge. Ma l’attore è uno. Il pubblico segue sul filo questo funambolo, questo trasformista, alla fine pensa ho visto un monologo? La drammaturgia di Giuseppe Manfridi, molto originale, smonta il testo di Oscar Wilde e ci restituisce un ritratto di Dorian Gray, in forma d’indagine processuale, un caso che assume i connotati di un noir. Manfridi, con grande abilità, scava a fondo nella vicenda e nell’animo dei tre personaggi, mostrando le diverse realtà. La parola recitata affascina, seduce e nello stesso tempo spaventa. I rintocchi di una campana, le variazioni musicali, indicano i passaggi di registro da un soggetto all’altro. E la trasformazione si legge negli occhi e nella gestualità del poliedrico Manuele Morgese. Egli sa essere al tempo stesso il dandy superficiale, l’oscuro e solitario pittore, il cupo Dorian, con toni e ritmi sempre misurati e attenti. La regia di Pino Micol gioca sulle luci ora dirette, ora trasversali e su pochissimi oggetti che diventano simboli emblematici: una grande cornice, un candelabro, un coltello affilato…sullo sfondo Faust fa l’occhiolino, echeggia nella mente delle spettatore. I segni sono minimi e opachi perché tutto è rivolto verso il segno parlato. Ciò che è esibito è la materialità della parola, narrata, scandita, mormorata, dal silenzio al grido improvviso, al dolore, una parola che diventa poesia. Testo di grande attualità se pensiamo alla nostra società sempre più dominata dal culto della bellezza e della giovinezza. In un mondo in cui l’immagine governa sul dialogo e sulla parola, la regia sceglie la parola. Riduce al minimo la scena e ci fa riflettere sul nostro desiderio di apparire. I tre personaggi mostrano ognuno un volto, una verità sempre in bilico tra lucida follia e ragionevoli dubbi. Teatro Zeta  che ha la sua sede all’Aquila, ha prodotto lo spettacolo e con fatica rinasce dalle macerie del terremoto del 2009. Lo spettacolo ha debuttato il 4 aprile, due giorni prima del terremoto, solo un caso fortunato ha risparmiato costumi e scenografia. «Sotto le macerie abbiamo ritrovato costumi e materiali di un solo allestimento. E abbiamo deciso di metterlo in scena in giro per l’Italia, di lavorare per ricostruire quello che il terremoto ci ha tolto: una scuola e due sale» Teatro Zeta con la propria opera e la propria professionalità firma il progetto artistico, perché si può investire nella cultura e si ricavano buoni frutti: spettacolo premiato due volte a distanza di una anno: premio Ennio Flaiano nel 2009, Premio Gassman nel 2010 quale miglior talento. Ancora pochi giorni per ringraziare drammaturgo, regista e attore. Un monologo da vedere, per riflettere sulla nostra società edonistica e narcisistica. Una società debole, direbbe Zygmunt Bauman, perché una vita all’insegna della bellezza che marcisce, quando l’anima impoverisce, è una vita che fa orrore.

Teatro Filodrammatici Milano
10/15 aprile 2012
IL CASO DORIAN GRAY
di Giuseppe Manfridi
regia Pino Micol
con Manuele Morgese
produzione Teatro Zeta

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