Le Albe, Alcina e la non scuola

Transitano a Genova, Le Albe di Ravenna, con un bagaglio che Marco Martinelli ed Ermanna Montanari hanno riempito come sempre di meraviglia, non solo ovviamente nel senso delle tante belle cose che hanno mostrato ma soprattutto nel senso di quel singolare sentimento che riescono a suscitare in chi entra in contatto con loro, sia questo uno spettatore, uno studioso od un aspirante asinino dei laboratori della non-scuola. Ospiti quest'anno di Testimonianze ricerca e azioni, rassegna annuale del Teatro Akropolis, hanno infatti portato con sé non solo uno dei loro spettacoli più interessanti, quell'Ouverture Alcina in scena il 20 aprile che Ermanna sembra ogni volta rendere più bella, ma anche tre giorni, il 17 18 e 19 aprile, di laboratorio o meglio di esercizi di teatro impuro, mentre il 19 Marco Martinelli ha incontrato i genovesi alla Civica Biblioteca Berio in un confronto appunto sul Teatro Impuro. Chiuderà poi questa intensa esperienza, il 29 aprile a Villa Bombrini, lo spettacolo Il Convegno della Compagnia Punta Corsara di Scampia che della non-scuola delle Albe è una delle gemme più significative. Da dove cominciare dunque, direi da Ouverture Alcina, già ammirata lo scorso giugno a Torino, drammaturgia e sapienza attoriale che si rinnova in ogni contingenza prendendo quasi le forme del contesto in cui si sviluppa, spaziale e umano, quasi a farne un calco penetrando con la densità liquida della sua musicalità intensa, con la forza rivelatrice della voce di Ermanna, in ogni più piccolo interstizio della nostra coscienza singolare di persona e diffusa di comunità. Sonorità  che è anche dell'aspra lingua romagnola che Marco Martinelli prima di ogni rappresentazione giustifica ma credo senza necessità, perchè è così palese la sua funzione che il pubblico di ogni dove ne percepisce il senso sin dalle prime battute. Fantasma di una coscienza tormentata e infine spezzata dall'abbandono, Ermanna/Alcina si muove nell'oscurità densa della scena illuminandola a lampi con la sua presenza, con la mimica fascinatoria del suo volto candido e riempiendo il vuoto con una scenografia spirituale, di affetti e sofferenze, ben più concreta di qualsiasi scenografia fisica. Riempie quel vuoto con la peripezia della sua voce mutevole, dalle tonalità ampie e inaspettate, così che pare proiettarsi nello spazio e rispecchiarsi talora nel fiore che porta in mano, simbolo e insieme doppio metaforico della sua identità e soggettività. Voce che le ha procurato l'appellatio di alter ego femminile di carmelo Bene . Il testo pieno di asperità di Nevio Spadoni, sapientemente mescolato nel transito scenico alla dolce musicalità della lingua Ariostesca, ed esaltato dalla musica di Luigi Ceccarelli, che si dimensiona quasi spontaneamente con i nuovi e diversi spazi, trasfigura così le pene di amore di Alcina e della Principessa in icastica rappresentazione del nostro, talvolta irto e tragico, transito esistenziale di cui Ermanna si fa sapiente guida e anche levatrice che sana e attenua le ferite. Quando infine l'oscurità prende il definitivo sopravvento, il pubblico rimane al suo interno come sospeso, nel respirare lento, quasi bloccato, di una emozione così intensa da richiedere una pausa che pare lunghissima prima di trasformarsi in applauso fragoroso che si rinnovava di continuo e sembrava non volersi fermare. Altrettanto intensa l'esperienza del laboratorio, ove la capacità e la forza maieutica del teatro delle Albe ha occasioni uniche per esprimersi oltre le convenzioni della rappresentazione ed in cui la presenza fisica di Marco e quella spirituale, ma non meno concreta, di Ermanna sembrano alimentare la coscienza dei giovani partecipanti ed insieme, direi, di questa alimentarsi nel suo cammino tra di noi. Tra i ragazzi alle prese con gli asini di Ubu e la madre di Bonifica, riesce così ad accendersi una relazione direi speciale con la propria vocazione e attraverso di questa con Marco, che sembra inesauribile nel suscitare ed accogliere affetti, moneta rara nel teatro e anche nel mondo della nostra contemporaneità. Le Albe si alimentano della rinnovata coscienza di questi allievi irregolari e inattuali ma così facendo paradossalmente la irrobusticono fino far gemmare, come dicevo, non solo intense esperienze individuali ma anche esperienze collettive e comunitarie che man mano si consolidano. Così sono nate le diverse esperienze nel mondo intorno e a partire da “UBU” e poi più di recente quella di Scampia, con Punta Corsara il cui spettacolo vedremo anche a Genova, o quella ultima di Lamezia Terme con Arrevuoto. Qualche parola, poi, sull'incontro tra Marco Martinelli e Genova alla Biblioteca Civica Berio, giovedì scorso, incontro come di consueto intenso nella relazione che Marco sa attivare e 'stringere' con i suoi interlocutori. C'è un paradosso che attraversa in trasparenza il fare teatro di Marco ed Ermanna ed è il paradosso che lega e amalgama semplicità e complessità,  singolarità e molteplicità. È in primo luogo, credo, l'emergere continuo e quasi provocatorio del rapporto tra la soggettività che tende a imporsi e difendersi e l'insieme molteplice delle relazioni che la attraversano, legandola e collegandola con la storia, con il mondo, con gli altri infine. È il teatro impuro, impuro perchè impuro è l'io che lo produce. Nella consapevolezza di una tale impurità, nel senso positivo di meticciamento, di condivisione, di percezione dell'altro come irriducibilità che ci attraversa, credo sia nata la non-scuola, i pallotini di patafisica origine e l'asinità che li rende e ci rende capaci di vedere la sincerità oltre le consuetudini e le maschere, anche quelle drammaturgiche. Essere non maestri, dunque, con verità iscritte nella roccia ma stimoli, corto circuiti in quella ricerca continua di sincerità che impasta la storia artistica e la vita concreta del teatro delle Albe.

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